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La solitudine Illustrazione di Roberto Melis

Tempo di lettura 2 Minuti

La scorsa settimana sono salito in baita. Avevo bisogno di stare con lei.

Quando la strada ha iniziato a montare, ho spento l’autoradio e ho abbassato il finestrino per fare entrare l’aria invernale della montagna. Mi sono sentito subito meglio e già era come averla seduta sul sedile del passeggero. Ho diminuito la velocità per guardarmi attorno. Ad ogni tornante il cielo del crepuscolo cambiava e le rocce si facevano viepiù severe. I mucchi di neve sporca crescevano lungo il bordo della carreggiata, incanalando il mio avanzare come gli argini del fiume con l’acqua.
La mia baita in sasso, solida nel manto candido, era avvolta dalla nebbia. Sembrava una fotografia in bianco e nero.

Ho aperto la porta e lei era lì ad aspettarmi, nel buio e al gelo. Non la vedevo da quasi un mese. L’ho salutata, sono contento di rivederti, ho detto. Una nuvoletta è uscita dalla mia bocca. Lei mi ha sorriso.

Ho acceso il camino poi sono sceso in cantina a inserire la corrente e ad aprire l’acqua. Meno male che i tubi non sono saltati, le ho detto. Mi ha guardato con quel suo sguardo dolce.

Facciamo due passi mentre in casa si riscalda un poco, ho poi aggiunto.

Il fumo usciva dal camino e saliva pigro disegnando delle onde prima di confondersi nel grigio soprastante. Il sentiero, il pendio, le piante della pineta: tutto era coperto di neve. Avanzavamo muti come due ombre perché non c’era niente da raccontare.

All’improvviso s’è fatto buio e mi sono fermato. Ho goduto di quel momento di assenze: assenza di luce, di rumori, di traffico, di folla. Ho quindi preso un bel respiro.
Perfino l’aria era vuota. Sono poi ritornato a memoria sui miei passi.

Ho ricaricato il camino. Ho scaldato l’acqua per il tè e l’ho bevuto in piedi davanti al fuoco. La giacca ancora addosso.

In baita non ho la radio. E nemmeno la televisione.

Potrei collegare il telefonino al computer per guardarmi un film ma lei non vuole mai.

Fuori ha iniziato a nevicare. Abbiamo guardato i fiocchi attraversare il cono di luce del lampione. Come da bambini, abbiamo giocato a chi vedeva quello più grande.
Mi sono messo a scrivere. Lei si è seduta di fianco a me. Leggeva sul monitor senza fare commenti. Ogni tanto, per trovare la parola giusta, la guardavo.

Il pavimento in cotto e i muri in sasso e la tastiera del computer erano ancora freddi. Le dita delle mani si erano intorpidite. Ero andato a letto. Sotto una pila di coperte di lana e piumoni e con la cuffia calata fin sugli occhi. Al buio, nel silenzio. Con lei che mi si strusciava contro come una gatta. Le mie labbra si sono allungate in un sorriso. Mi sono addormentato.


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