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Alberto Burri

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NELLA speranza della riapertura dei musei, con il dolore delle opere che attendono i nostri sguardi, appese nelle vuote e mute stanze, sono tornato a riflettere sull’opera di Alberto Burri in dialogo con Caravaggio, e sul sentimento della vita e della morte, da nessuno sentito ed espresso come dai due artisti, a distanza di secoli.

Entrati nelle sale del Mart a Rovereto si vede il “Grande cretto” di Gibellina. Ne ritroveremo la forza drammatica sul fondo del “Seppellimento di Santa Lucia”, interpretato come metatesto nel quale si esprime in senso letterale, non come prefigurazione, il linguaggio di Alberto Burri. L’opera ci si mostra come un documento di cieca violenza senza riscatto, un assassinio, non un martirio. Una morte quotidiana, non la morte della santa. Una devastazione. Così, voglio ribadire, prima della rilettura storica della mostra di Rovereto “Caravaggio. Il contemporaneo.

In dialogo con Burri e Pasolini”, il riscontro formale alla visione del dipinto come opera contemporanea: non pala d’altare ma documentario di accadimenti nell’estetica e nella cronaca del secondo Novecento. Non vedo altro tempo, se non questo, per il “Seppellimento di Santa Lucia”, materialmente dipinto nel 1608, ma nato, ai nostri occhi, nella mostra caravaggesca di Roberto Longhi in palazzo Reale di Milano nel 1951. Il dipinto, con la sua ambientazione nelle Latomie di Siracusa, in quel buio, in quello spazio cieco, ci introduce e ci incammina nel grande cretto di Burri a Gibellina come nell’Inferno.

Ci asseconda, in questa lettura, il percorso del “Grande cretto” nelle fotografie intense e drammatiche di Massimo Siragusa, il cui occhio entra nel pensiero di Burri, con una drammaticità quasi preterintenzionale, per il solo limitare della luce.

È questo il significato estetico del fondo di Burri nel “Seppellimento”: desolazione, mancanza d’aria, soffocamento, materia che soffre. Con un’intuizione sorprendente, Caravaggio, nella parte superiore del Seppellimento, dipinge il “non essere” creando una “non pittura”, uno spazio vuoto senza intenzione mimetica o descrittiva, Uno spazio mentale. In ogni caso quella sopra resta pittura mentre quella sotto non è pittura, è lacerazione, ferita della materia. La superficie perde consistenza pittorica, logorata dal tempo, e diventa sacco. Lo stesso avviene nel labirinto del grande cretto dove il paese è perduto, ma il percorso è reale, come in un aldilà di Gibellina.

È in quello spazio, mentale e tragicamente reale, che ha luogo la prefigurazione mortale della Santa che non riguarda solo la sua morte ma quella di chiunque sottoposto alla violenza, bestiale, ignara, così come toccò a Pasolini e al suo corpo. Davanti a quello strazio non restano che il silenzio e la concentrazione remota in un tempo immemore. Davanti a tanta forza bruta l’umanità resta attonita, perfino immemore: così gli astanti, impietriti, annichiliti, cercano di esistere. Lo ha scritto Genet: “Creare non è uno dei soliti giochetti un tantino frivoli. Il creatore si è impegnato in una avventura terrificante che consiste nell’assumersi egli stesso, fino in fondo, i pericoli corsi dalle sue creature”. Ecco perché, con la cieca violenza dei due bruti in primo piano, il “Seppellimento di Santa Lucia” è l’assassinio di Pasolini, la prefigurazione di un’altra morte. La coscienza di Pasolini, così come nell’interpretazione di Giuseppe Zigaina, è quella di un martire.

In “Petrolio” Pasolini scrive: “Non avrebbe mai accettato di fingere di essere uno se in realtà era spaccato in due. Avrebbe anche potuto lasciarsi ammazzare, pur di essere coerente con questa sua realtà”. Così un dipinto esce dalla sua storia contingente e si fa documento, cronaca, telegiornale; e si trasforma, senza alcun mutamento, nel racconto contemporaneo di Nicola Verlato. È l’illustrazione dell’episodio. Ma il sentimento della morte è, altresì, nell’opera di Nicola Samorì, che integra il percorso della mostra di Rovereto.

Davanti al “Seppellimento” anche Samorì avverte che, nella prefigurazione di Caravaggio, gli esiti sono consapevoli e inconsapevoli. Nella parte superiore Burri è nella pittura, nella intuizione formale, nella stesura, nelle macchie, nella ruggine; mentre nella parte inferiore la lacerazione, la consunzione del tempo crea un effetto Burri. Samorì agisce con gli acidi, trasformando la materia, immerge il ferro nell’acqua, strappa l’affresco dalla parete, sottrae alla dimensione aulica il marmo o l’alabastro per farli diventare deformi, materia che si corrode.

Sul piano estetico non lascia agire il tempo, ma sfigura la superficie pittorica e, in verità, la trasfigura. Sfinisce i corpi in anima.

Questo si vede a Rovereto. Lo spaesamento del “Seppellimento” di Caravaggio da Siracusa, dove evoca tutta la potenza del male, nel diverso contesto ne amplifica i significati e lo conferma un testo contemporaneo.


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