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"Il compianto", gruppo scultoreo opera di un anonimo

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Abbiamo parlato di Wiligelmo, indicando nella scultura il primato della restituzione della vita e della forza dell’uomo. Certo, Giotto, nella pittura, restituisce situazioni, emozioni, stati d’animo; ma è singolare, in tutti gli scultori di età romanica sentire la realtà dei corpi, la vibrazione delle emozioni, il dolore, con una potente rottura degli schemi bizantini e in tempi assai precoci.

Penso naturalmente a Benedetto Antelami, alle sue sculture nel Battistero di Parma, penso a Nicholaus alla Sagra di San Michele, a Verona, a Ferrara. E, proprio a Ferrara, verso il 1230-35, al Maestro dei Mesi, alla sua attenzione non solo ai sentimenti ma anche ai particolari apparentemente marginali: la cuffia sotto la quale senti l’orecchio, le scarpe, i germogli delle piante, l’uva, le ceste.

In maestri come questi, quasi cento anni prima di Giotto, senti che l’arte ha conquistato la realtà. E così, possiamo dire, che inizia l’arte moderna. Ritorno a questi argomenti perché un po’ più di quarant’anni fa mi trovavo a Caprino Veronese.

Una delle sedi della Soprintendenza alle Bella arti del Veneto era a Verona. Almeno un giorno alla settimana si andava a conferire con sovrintendente che era Lorenzo Chiarelli, sant’uomo, gentile e dotto, di cui rimpiango l’affabilità e l’intelligenza; e a vedere il laboratorio di restauro nei solenni spazi della Digana vecchia. Era l’occasione, con il collega Mauro Cova, sensibilissimo e inquieto per i suoi affari familiari, ma sempre ilare e spiritoso, per spingersi in luoghi periferici, ma non certamente per la storia dell’arte.

Fra questi, imperdibile, proprio a Caprino, il Compianto, un’opera potente e monumentale nella quale in quegli anni, sporca, si immaginava una vistosa policromia. Ma anche nella sporcizia e nei segni del tempo, come era stato a lungo per Wiligelmo a Modena, si sentiva una potenza che imponeva soggezione e devota reverenza. Non era un Cristo dolente, così frequente nella pittura e nella scultura. Era proprio Gesù Cristo. In persona. Nella vita ritrovata nel dolore, nella violenza. Proprio in questa scultura. Oggi torno a vederla.

È stata definitivamente sistemata in Villa Carlotti, sede municipale, dopo un lungo restauro all’Opificio delle Pietre dure. È tornata qualche mese fa. È la più potente immagine del Cristo morto prima del “Compianto” di Nicolò dell’Arca.

La verità della tragedia, tutta umana, è nel corpo scheletrico del Cristo morto. Morto come mai non è stato. E, intorno, i dolenti piangono lacrime vere: la Vergine, le donne, San Giovanni. Contraddistingue questi personaggi una inconsueta magrezza, come di chi ha partecipato alla passione con il suo stesso corpo. Solenni, austeri e vivi, stanno al capo del Cristo Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, contriti e compunti per una cerimonia che non avrebbero voluto celebrare. Lo scultore è un anonimo, potentemente espressionista.

Lavora negli stessi anni di Giotto, ma interpreta in modo più estremo e violento quel momento che, negli affreschi degli Scrovegni, si riflette nel tuffo disperato degli angeli che urlano gettandosi verso il corpo disteso. Qui a Caprino non ci sono urla, c’è silenzio, meditazione sulla morte. Il dolore è espresso, ma non è uno sfogo. È contenuto, è controllato, irrompe contro di noi, ci coinvolge. Spiritualità, fede, valori cristiani si affermano nella desolazione della morte, mai così vera. Davanti a un’opera come questa si sarebbe inginocchiato Francis Bacon.


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