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L'immagine scelta per la locandina del film "Le sorelle Macaluso"

Tempo di lettura 6 Minuti

LA VOCE della signora dall’altro capo del telefono è densa di echi mediterranei intervallati, di tanto in tanto, da qualche bella risata che ti spiazza e che te la fa immaginare molto divertita da quel suo raccontarsi. Ti par di capire che in fondo narrare storie per Emma Dante – la drammaturga palermitana che può vantare diversi premi Ubu (gli Oscar italiani del teatro), i cui testi e spettacoli fanno il giro del mondo – è il gioco che le piace di più. Lo è anche in questa sua estate puntellata di impegni, tra teatro e cinema. Sette anni dopo “Via Castellana Bandiera”, la Dante torna in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con “Le sorelle Macaluso”, un film sulla sorellanza ma non solo, tratto dalla sua omonima pièce teatrale. Scritta con Elena Stancanelli e Giorgio Vasta, la pellicola arriverà nelle sale cinematografiche il prossimo 10 settembre. Le protagoniste si chiamano Maria, Pinuccia, Lia, Katia, Antonella e sono appunto sorelle, nate e cresciute in un appartamento all’ultimo piano di una palazzina nella periferia di Palermo. Il cast al femminile è composto da Alissa Maria Orlando, Susanna Piraino, Anita Pomario, Eleonora De Luca, Viola Pusateri, Donatella Finocchiaro, Serena Barone, Simona Malato, Laura Giordani, Maria Rosaria Alati, Rosalba Bologna, Ileana Rigano.

Non solo Cinema però, per Emma. È sempre Lei, infatti, a firmare la regia de “I messaggeri”, su testi di Sofocle ed Euripide, con Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Adriano Di Carlo, Naike Anna Silipo, Sabrina Vicari; produzione Spoleto63 Festival dei Due Mondi, Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale; canti e musica dei Fratelli Mancuso. La Prima si è svolta al teatro romano di Spoleto lo scorso 21 agosto; a seguire l’allestimento è approdato in Calabria al parco archeologico Scolacium per “Armonie d’arte festival”.

“Per circa settanta giorni, alle 18.00 in punto, arrivava il bollettino della Protezione Civile e ci piazzavamo davanti alla tv per ascoltare l’epilogo delle ultime ore: quante persone contagiate e soprattutto quanti morti? […] Se accostiamo il racconto della Protezione Civile a quello delle tragedie greche, tra il nostro bollettino e la narrazione dei messaggeri troveremo molte analogie. Il messaggero arriva più o meno verso la fine della giornata in cui si svolge la storia e rivolgendosi direttamente al pubblico, come in un telegiornale, descrive per filo e per segno il racconto dell’orrendo evento. Strutturalmente l’episodio del messaggero è svincolato dal resto della tragedia e resta un racconto a sé stante con un inizio, uno svolgimento e una fine. Contiene nel suo messaggio la parte più cruenta, quella che rende la storia insopportabile al cuore e alla mente […]”.

Lei, ha presentato così quest’ultimo spettacolo ma i messaggeri de “Le Baccanti”, di “Medea”, di “Edipo Re”, di “Eracle”, cosa possano insegnarci oggi?

«Sono partita dall’idea che con i messaggeri dell’antica Grecia accadeva un po’ la stessa cosa che succedeva a fine giornata con i bollettini della Protezione Civile durante lockdown ad un orario più o meno preciso. I messaggeri arrivavano verso la fine della tragedia, raccontavano il fatto tragico che non si vedeva ma veniva narrato, appunto, perché le parole sono più eloquenti e fanno più male e questo i Greci lo avevano capito».

Veniamo a “Le sorelle Macaluso”: il film è la storia di cinque donne, di una famiglia, di chi va via, di chi resta e di chi resiste?

«Sì, è la storia di queste cinque donne che si sviluppa in tre fasi della loro vita: dall’infanzia all’età adulta alla vecchiaia».

Storie di donne che diventano anche inevitabilmente storie di luoghi, ma quanto sono importanti per lei i luoghi e quali quelli insostituibili?

«I luoghi sono importanti e alcuni li porti sempre con te: la casa dove sono cresciuta, i posti dell’infanzia e delle vacanze… Penso a Rodì Milici vicino Messina, è un paese di collina e i miei mi ci portavano sempre a trascorrere le vacanze estive. Per me è un posto del cuore, lì ho capito il teatro. Le tradizioni, le feste di paese, le “vasche” con le ragazze che si vestivano bene per fare la “passiata”: sono “cose teatrali”. Ho attinto tantissimo dall’infanzia e dallo stare lì durante l’estate, anche perché nei paesi più piccoli le tradizioni sono ancora più forti».

E gli oggetti? Che rapporto ha con gli oggetti?

«Per me sono fondamentali soprattutto a teatro. Non usando scenografie imponenti, tutto passa attraverso l’oggetto che diventa attore e “recita” insieme agli attori. Gli oggetti, così come i costumi determinano cortocircuiti nella relazione scenica con gli attori».

Musica e ritmo sono spesso al centro dei suoi lavori teatrali. Se dovesse scegliere una partitura, un’aria d’opera, una ballata o una canzone per descriversi quale sceglierebbe?

«Sally di Vasco Rossi».

Perché?

«A parte che è bellissima, mi sembra che parli di me. Racconta di questa donna che è stanca di fare la guerra mentre torna a casa… Non solo, la frase “è tutto un equilibrio sopra la follia” mi piace molto e la sento vera».

Veniamo all’opera lirica. Qualche anno fa Lei ha firmato la Carmen di Georges Bizet, per l’apertura del  Teatro alla Scala con Daniel Barenboim sul podio. Fu una Carmen molto sensuale tanto che Paolo Isotta sul Corriere della Sera scrisse: “Ci sono grovigli di corpi femminili, le sigaraie all’uscita del turno, che paiono un’immensa medusa ove i serpenti sono i corpi delle femmine stesse. Non si può che rimanere ammirati dalla forza e dalla verità di quest’interpretazione scenica”. Ma cos’è per lei la seduzione?

«La seduzione è una cosa che ha a che fare con l’intelligenza, non con la scollatura. È questa la seduzione che mi interessa. Al contrario, non mi piace quella che mette la donna in condizioni di inferiorità facendola diventare oggetto di desiderio o di piacere, la definirei “inumana”. Per me la seduzione è legata al risveglio dei sensi, della vitalità e – come detto – all’intelligenza».

E la libertà?

«La libertà è qualcosa che necessariamente deve rapportarsi con le regole delle socialità e questo un po’ ci lega ma è anche giusto. Io mi sento libera quando vado via, quando faccio teatro e non devo rispettare delle regole ma sinceramente dico quello che penso. So che in questo ambito posso farlo. È come se fossi immune e impunita».

Regista, drammaturga, scrittrice, chi è oggi Emma Dante?

«Io mi sento una “cuntastorie” sia a teatro che al cinema che all’opera lirica. Mi piace raccontare storie a modo mio. Mi piace l’idea che in fondo “sola me la canto e sola me la suono”» – ride di gusto – «Non facendo le cose per avere consensi, anche quando le cose non piacciono io rimango felice, ecco perché “un po’ me la canto e un po’ me la suono”».

Siciliana come Andrea Camilleri con cui ha lavorato. Chi era per Lei Camilleri?

«Una persona che mi manca tantissimo come credo manchi a un sacco di gente ma lui ha saputo lasciare qualcosa che colma la sua assenza: i suoi libri. Opere che hanno una personalità forte come l’aveva lui, così quando mi manca tanto vado a rileggere alcuni brani ed è come se parlassi con lui».

La sicilianità… C’è una frase, una parola, un modo di dire ma anche un soprannome in siciliano che si porta dietro fin da bambina anche nella quotidianità?

« “Emmuzza”, sempre: questo vezzeggiativo del mio nome mi accompagna, è una parola che torna».

Cosa vuol dire nascere su un’isola?

«Vivere a Palermo non ti dà la percezione di vivere su un’isola. Palermo è una grande città e siccome sono circondata da montagne e il mare è lontano mi sento più sulla terraferma».

Se dovesse andare su un’isola deserta, invece, cosa porterebbe?

«Sembra un paradosso ma porterei il mare della mia Sicilia».

Emma la narratrice saluta così, e ti pare di sentire persino il rumore del mare sulla battigia.

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