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P.G. Wodehouse

Tempo di lettura 5 Minuti

È il primo lockdown in Italia e poi negli altri Stati. Le persone, costrette o barricate in casa, hanno paura. Quello che ci sta accadendo è ignoto, pericoloso, indubitabilmente triste. Non è un caso che tantissimi scrittori, in quel periodo, abbiano consigliato la lettura dei libri di P.G. Wodehouse.

Abita, infatti, questo mondo una piccola schiera di iniziati che si salutano l’un l’altro gridando YOIIIIKS, desiderano più di ogni altra cosa gustare i paradisiaci manicaretti del cuoco Anatole, nutrono un giustificato sospetto e un sacrosanto timore nei confronti delle zie.

Io in quella schiera vi sono entrata undicenne, quando mia madre mi mise in mano un piccolo libro dal titolo misterioso e trionfale: Grazie, Jeeves!

Non sapevo ancora che era il segreto dell’eterna giovinezza interiore che selezionati membri della mia famiglia si passavano di mano in mano, o meglio di sghignazzo in sghignazzo.

È difficile dar conto dello svampito, brillante e inesauribilmente comico mondo di Wodehouse senza usare le parole, il tono, la verve dell’autore. Il suo universo è un’Inghilterra dei primi del 900, ma sollevata dalle brutture della storia e posta in un intervallo delle cose del mondo dove non contano guerre, povertà, passioni politiche. Evelyn Waugh scrisse: “Per Wodehouse non c’è stata caduta dell’uomo, non c’è stata calamità originale, i suoi personaggi non hanno mai assaggiato il frutto proibito. Sono ancora nell’Eden.”

Waugh scrisse queste parole in un altro periodo buio della storia degli uomini. È il 1940, nel pieno della Seconda guerra mondiale, l’Inghilterra subisce ripetuti bombardamenti, corrono in ogni dove gli echi di atrocità e torture commesse dai Nazisti sui prigionieri politici e gli internati nei loro campi. Il futuro del mondo appare quanto mai oscuro, molti sono consapevoli di essere a un passo dal baratro dell’umanità. È allora che alla radio vengono diffuse queste (ed altre) parole: «C’è molto di buono da dire a proposito dell’essere internati. Ti tiene fuori dalle osterie e ti aiuta a rimanere in pari con le letture. Il guaio principale è che ti tiene lontano da casa per molto tempo. Quando ho rivisto mia moglie, avrei fatto meglio a portare una lettera di presentazione, tanto per andare sul sicuro».

La radio è Radio Berlino, usata dai Tedeschi per fare propaganda in Inghilterra e negli Usa. La voce è quella, notissima in patria, di P. G. Wodehouse.

Wodehouse, nato nel 1881, ha scritto per tutta la sua lunga vita, conclusasi a 94 anni. È autore di circa 96 romanzi, racconti, una commedia musicale, alcuni testi di canzoni di successo, tra cui Anything goes scritta insieme a Cole Porter. Vive tra l’Inghilterra, la Francia e gli Stati uniti. La brillantezza del suo stile, la varietà del suo vocabolario, l’assoluta naturalezza e fluidità con cui porta avanti le sue commedie degli equivoci sono vicine a quelle del nostro Terenzio o del loro Shakespeare.

Eppure il giorno in cui la sua voce uscì dalle frequenze di Radio Berlino qualcosa si ruppe tra lui e l’Inghilterra, fino a poco prima della sua morte.

«Molti giovani uomini, al loro esordio nella vita, mi hanno spesso chiesto “Come faccio a farmi internare?”. Bene, ci sono diversi metodi. Il mio fu comprare una villa a Le Touquet sulla costa francese e rimanerci fino all’arrivo dei tedeschi. Questo è probabilmente il metodo migliore e più semplice. Tu compri la villa e i tedeschi fanno il resto».

Nel 1939, Wodehouse e sua moglie vivevano nel sud della Francia. Quando si seppe dell’avanzata dei Tedeschi, Wodehouse non pensò fosse qualcosa di grave. Fu internato in vari campi di prigionia tedeschi, dove passava il tempo a recitare dialoghi comici per i suoi compagni. I Nazisti, sempre acuti nel cogliere validi strumenti di propaganda, compresero la natura naive di Wodehouse e la sua assoluta estraneità a qualsiasi coinvolgimento politico, e decisero di usarlo a proprio vantaggio.

Tra le accuse di collaborazionismo e tradimento che fioccarono in patria si distinsero le voci dei suoi difensori, una era quella di Evelyn Waugh, l’altra nientemeno che quella di un altro suo ammiratore: George Orwell.

Il fatto che lo scrittore che, più di qualsiasi altro, ha compreso, preconizzato e stigmatizzato la dittatura (e il suo uso della propaganda e della falsa verità) sia accorso in difesa dell’errore di Wodehouse, dimostra, a mio parere, qualcosa di irrinunciabile: l’importanza a questo mondo di una lattiera a forma di mucca (la lattiera a forma di mucca è un oggetto del desiderio ricorrente nei libri di P.G., la assumeremo a degno simbolo).

La penna più lucidamente critica dei suoi tempi difendeva qualcosa di essenziale: l’umorismo e la sua necessità in ogni circostanza, ad ogni costo. E pure il suo essere fuori luogo in qualsiasi contesto, come lo è una lattiera d’argento a forma di mucca. Dopo approfondite indagini, i servizi segreti inglesi concordarono con Orwell e su Wodehouse scrissero: “naïve and foolish, but not a traitor.”

Per farsi perdonare, l’Inghilterra nel 1975 lo nominò Cavaliere dell’Impero Britannico. Ma Wodehouse viveva in pace, come sempre aveva fatto, negli Stati uniti, circondato dai molti cani e gatti randagi, dalle cure amorevoli di sua moglie, con la testa in continuo fermento di situazioni esilaranti, sommamente leggero e sommamente intonso da qualsiasi male.

È, quello wodehousiano, un universo intelligente e lieve dove abitano personaggi indimenticabili: Bertie Wooster, signorotto svampito e viveur; il fido maggiordomo Jeeves che, tra una pesca di gamberetti e una citazione di Shelley, mette in moto la sua poderosa materia grigia per risolvere le spinosissime vicende in cui Bertie si ritrova sempre invischiato; le imperversanti zie: Zia Dahlia, che ha temprato la sua possente voce nelle cacce alla volpe della sua giovinezza, e la temibile Zia Aghata, che Bertie sospetta compia sacrifici umani, mastichi vetro e indossi biancheria di filo spinato; i vari giovani innamorati e impacciati, le ragazze indipendenti e macchinatrici o svampite e fatue, di volta in volta, in cerca dell’amore, della capacità di dichiararsi, dell’indipendenza economica.

Bertie è sempre al centro di questo balletto di anime e cuori che lo tirano, se lo contendono, lo blandiscono, lo manipolano, aiutati dalla sua ingenua, irredimibile e assolutamente adorabile bontà d’animo. Per non parlare del vecchio Clarence, Nono conte di Emsworth, e la sua Imperatrice di Blandings: “una scrofa smisuratamente grassa che è l’ esclusivo amore e il solo oggetto del desiderio […]. – scrive Guido Almansi – […] Ogni volta che l’ occhio di Wodehouse si posa su quel meraviglioso esemplare di obesità suina, il suo stile si eleva verso vette di virtuosismo.”


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