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Carlo Carrà, Partita di calcio (particolare)

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Marc Augé, il famoso antropologo “padre” dei non-luoghi – categoria abusata che pure ha avuto il merito di stimolare il dibattito sullo sfilacciamento identitario e di radicamento storico sociale degli spazi e delle relazioni nell’epoca post-industiale – in un suo breve saggio proponeva di interpretare il calcio alla stregua di un fenomeno religioso (Augé M., Il Calcio come fenomeno religioso, EDB, 2016).

Degli ipotetici etnologi extraterrestri – fantastica Augé – osservando dinamiche e rituali del fenomeno calcistico umano, senz’altro avanzerebbero l’ipotesi che si tratti di una peculiare religione degli umani, una religione senza Dei, ma pur sempre una religione.

Ad essere chiamata in causa è la visione durkheimiana della religione come proiezione delle caratteristiche della comunità su un apparato simbolico-rituale condiviso che consente rappresentazioni collettive e celebrazioni che consolidano i legami sociali, i valori e l’armonia del gruppo.

È una prospettiva affascinante quella di Augé, ancorché non del tutto convincente. Per Durkheim la religione attiene al sacro e si separa nettamente da ciò che è profano.

Il calcio è invece profondamente intrecciato agli aspetti quotidiani e profani. Invece, all’opposto, si potrebbe affermare che il brodo rimedializzato della imagosfera in cui siamo immersi mischiando e “contaminando” ogni cosa, continuamente, erode il concetto stesso di sacro. Scimmiottando la stessa celebre locuzione di Augé, potremmo perfino dire che andiamo sempre più verso un depotenziamento e una diluizione del sacro, verso una società del non-sacro.

Ma religioso o non religioso, il fenomeno calcio ha senz’altro una forte dimensione ritualistica, sprigiona una strapotente energia di generazione di un NOI, di un qualcosa di collettivo, di condiviso.

Basti pensare alla Nazionale e a come ricchi e poveri, giovani e anziani, borghesi e proletari (per i nostalgici marxisti), guardie e ladri, destra e sinistra, carnivori e vegani, Nord e Sud, fiorentini e juventini… improvvisamente e “magicamente” si fondano in una unità pronta a vibrare all’unisono per un’accelerazione di Chiesa (giusto per rimanere in ambito religioso…) o per un goal di Immobile.

Su una cosa Augé ha ragione: il calcio costituisce un fatto sociale totale. Sia perché finisce per riguardare una molteplicità di dimensioni, eventi, istituzioni, dinamiche, soggetti, business etc., sia perché è particolarmente permeabile all’analisi sociologica da diverse e interessanti prospettive. Tanto per cominciare è, in sé stesso, “doppio”: spettacolo di massa e pratica.

Come forma spettacolare, inoltre, vede germogliare al suo interno una ulteriore dualità, in quanto gli spettatori e i tifosi sono parte dello spettacolo stesso e contribuiscono a co-generarlo. Come “pratica” dilettantistica, invece, esso è sufficientemente diffuso da essere classificato e analizzato come fenomeno di massa. Se ci pensate, non accade per molti altri fatti sociali.

Dal mio punto di vista, l’aspetto più affascinante del calcio è che, a vari livelli e con dinamiche curiosamente sincretistiche (es. i tifosi di squadre fortemente antagoniste che improvvisamente si ritrovano a soffrire e gioire per la Nazionale che li accomuna), esso è fonte di una emotività forte, convergente e plateale.

Nell’ambito di una società che progressivamente ha represso le dinamiche di espressività incontrollata, perché fattore di destabilizzazione dell’ordine costituito, il fenomeno calcistico costituisce – per usare le parole di Alessandro Cavalli – “una sorta di enclave in cui è socialmente consentito, a certe condizioni, conservare un comportamento moderatamente eccitato”; insomma un “controllato decontrollo dei controlli”, come sintetizzò magnificamente Norbert Elias.

Maurizio De Giovanni è più noto come giallista che come esperto di calcio (è il creatore del Commissario Ricciardi e dei Bastardi di Pizzofalcone), ma uno dei suoi libri più interessanti è dedicato al calcio, al tifo e, ovviamente, al “suo” Napoli (Il resto della settimana, BUR, 2016).

È un meta-testo sulla gestazione di un testo, in cui si narra di un professore universitario appena pensionato che decide di scrivere un saggio divulgativo sul tifo calcistico, a partire dalla raccolta delle “chiacchiere da bar” (bar e pub sono da sempre luoghi chiave di celebrazione dei rituali dialettico-calcistici) e delle narrazioni di tifosi di ogni età e ceto. V

uole finalmente capire il professore, andare a fondo, superare la sua incapacità di comprendere a pieno il senso del tifo, il suo scetticismo agnostico e un po’ snob nei confronti del coinvolgimento viscerale dei tifosi, del loro subbuglio emotivo di fronte a cose in fondo banali, come una vittoria o una sconfitta in una partita di pallone.

In una delle sue conversazioni col proprietario del bar che ha scelto per la sua indagine il professore dirà: «Io una cosa continuo a non capire. Molti di questi sono colti, raffinati (i tifosi, N.d.A.). Gente intelligente, che fa lavori impegnativi e di alta responsabilità. Non possono non rendersi conto di quanto non valga la pena di soffrire tanto, nel tessuto di un’esistenza che riserva comunque avversità nella professione, nei rapporti sociali, nelle relazioni familiari. Il passatempo, perché di passatempo si tratta, dovrebbe essere un’isola felice, un luogo dell’anima in cui ci si rifugia proprio per non soffrire. Ma perché offrirsi a qualcosa che ti può far stare male?».

E Peppe, il barista, dopo averci pensato un po’ risponde: «Ma tu, Professo’, proprio tu che hai tanto studiato le persone e quello che provano, non puoi sottovalutare la passione».

«In che senso?».

«Nel senso che secondo me è sbagliata la prospettiva. Tu non devi guardare quello che la gente ha nella vita, quindi i dolori, le avversità, le sofferenze, ma quello che non ha. O che non ha abbastanza».

«Cioè?».

«L’entusiasmo. Lo scoppio di una gioia imprevista e improvvisa. E soprattutto la condivisione: abbracciarsi urlando, saltellare tenendosi per mano, inveire insieme, perfino scoppiare a piangere uno sulla spalla dell’altro. Tu citami quante volte, nella normale vita di un adulto contemporaneo, ti può capitare, se escludi il pallone».

Bill Shankly, il leggendario allenatore del Liverpool degli anni ’60, disse una volta: “Alcune persone credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Sono basito da questa cosa. Posso assicurarvi che il calcio è molto molto di più di questo”.


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