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Illustrazione di Roberto Melis

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C’è un antico proverbio cinese che è forse tempo di ricordare, in questo tempo di passaggio verso quella ritrovata normalità che la campagna vaccinale ci lascia presagire. Recita più o meno così: «In tempo di guerra, i giovani uccidono i vecchi. In tempo di pace, i vecchi uccidono i giovani».

La prima parte della sentenza si intende molto facilmente. Nel tempo della battaglia, in verità, i giovani, più forti, più freschi, più rapidi in tutto, hanno facilmente la meglio sui vecchi. Ma quale sarà il senso della seconda parte della sentenza? In che senso cioè si deve riconoscere che in tempo di pace i vecchi uccidono i giovani? Se si parla di tempo di pace, infatti, in che senso si può qui parlare di un’uccisione dei giovani da parte dei vecchi?

Se ne può ed in giusta misura parlare, in quanto, in tempo di pace, dipende proprio da coloro che sono avanti nella catena delle generazioni “fare spazio” a coloro che vengono dopo.

I “vecchi” – e, aggiornando il proverbio cinese, diciamo pure: gli adulti – sono in verità responsabili della creazione di tutte quelle condizioni che possano permettere ai giovani di prenderne il posto. Molto concretamente si tratta sia di una ripartizione delle risorse economiche tali che favorisca le nuove generazioni nell’ingresso del mondo del lavoro, nell’acquisto di un’abitazione e nella costruzione di una famiglia, sia di una più ampia responsabilità civile e politica di trasmissione delle leve del potere.

Insomma, il punto è che dipende esattamente dagli adulti il fatto che i giovani possano fare i giovani, coloro dunque la cui missione consiste esattamente nel ringiovanire e nel rigenerare la società. Ma perché questo accada è necessario che venga rispettata una semplice ed elementare condizione: quella per la quale gli adulti facciano gli adulti. Solo quando gli adulti fanno gli adulti, i giovani possono fare i giovani. Quando questo non accade, gli adulti “uccidono” i giovani, impedendo loro di onorare la loro missione specifica.

Ebbene, non sono ormai decenni che assistiamo all’emergere della nostra come la società dell’eterna giovinezza? All’emergere di una società nella quale gli adulti fanno di tutto pur di non corrispondere alla loro condizione di vita, ostracizzando la realtà della finitezza e della vecchiaia, esorcizzando ogni possibile pensiero della morte, lasciando cadere nel vuoto ogni discorso ed azione concreta circa il diritto delle nuove generazioni a prenderne il posto, e vivendo solo al ritmo di un godimento senza testa e senza coda? Inutile girarci intorno: il nostro è il tempo di Peter Pan.

Ed allora chiediamoci: la normalità alla quale iniziamo a guardare ora più fiduciosi sarà quella di prima in cui dominerà ancora Peter Pan, facendo fuori i giovani veri, oppure è il caso di iniziare a pensare a qualcosa di diverso?


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