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Truman Capote

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Quando Perry Smith e Dick Hickock salgono i gradini del patibolo, poco prima della loro impiccagione, è lui che abbracciano, uno dopo l’altro: Truman Capote, lo scrittore che ha passato gli ultimi sei anni della sua vita a scavare nelle loro. Alla fine di tutto: il libro capolavoro di Capote, A sangue freddo. A margine, i corpi di quattro persone, la famiglia Clutter, ammazzati da Smith e Hickock, uno dopo l’altro.  Truman da bambino parla moltissimo, ha una voce acuta, il corpo minuscolo, la testa grande e tonda. Metà delle cose che dice sono bugie, enormi, esagerate e quindi con un certo stile.

È solo. Cambia spesso casa. La madre lo affida all’uno o all’altro dei suoi parenti, ogni tanto torna, lo ascolta distrattamente, lo porta agli incontri con i suoi uomini, ma lo lascia chiuso a chiave in una stanza. Una professoressa di scuola, quando ha dodici anni, propone di iscriverlo in un istituto per “sub-normali”, la sua famiglia lo manda allora da uno psichiatra per stabilire la sua salute mentale una volta per tutte. Viene fuori che è un genio, un bambino prodigio. Nessuno ci crede. Lui sì. Finalmente ha trovato una parte di sé che possa spiegare ogni cosa, decide di impersonarla fino alla fine.

“Sembra che lei finisca sui giornali più per quello che è che per quello che scrive.” Gli chiede un giornalista che lo intervista, già famoso, dopo il successo avuto con Altre voci, altre stanze, L’arpa d’erba, Colazione da Tiffany. “Ma non vale per tutti? – risponde Capote – Voglio dire, io sono un personaggio.”

Nel corso della stesura di A sangue freddo, Dick e Perry vennero condannati a morte. “Capote continuava a ripetere che stava facendo di tutto per salvargli la pelle, che stava cercando i migliori avvocati. – scrive Emmanuel Carrère – In realtà, nonostante l’autentico affetto che lo legava almeno a uno dei due, Perry, sapeva che l’epilogo ideale per il suo libro sarebbe stata proprio la loro esecuzione, sapeva che quel libro sarebbe stato il suo capolavoro, e nella speranza di portarlo a termine era arrivato al punto di accendere ceri in chiesa perché si decidessero a impiccarli.”

Tutti avevano davanti agli occhi l’intenso rapporto che lo legava a Perry Smith. È innamorato di lui, dicevano da più parti. Capote ci rifletté sopra, concluse che non era così. L’infatuazione amorosa era un sentimento troppo semplice, quello che provava, lo provava a un “livello più tragico.” Perry aveva avuto un’infanzia di solitudine e dolore, una madre alcolizzata, un padre assente, continui spostamenti da una famiglia all’altra. Si guardavano, ai due lati del vetro di separazione, e l’uno poteva essere l’altro. Perry era stato in qualche modo lui.

Ci sono molti modi di suicidarsi: alcuni disperati, come quello di Ann Woodward che si è uccisa alla vigilia dell’uscita del racconto di Capote che anticipava il suo futuro libro, Preghiere esaudite, in cui trascriveva senza pietà tutti i segreti e le storie torbide che le persone del Jet-set gli avevano raccontato; altri squallidi e controversi, come fu la morte di Marylin Monroe, una delle persone più amate da Capote, riversa e con la faccia gonfia di barbiturici come se ci fosse annegata; e ci sono, infine, dei modi molto elaborati e teatrali, come una complicata e contorta bugia di bambino, che iniziano con una distruzione di sé più radicale e profonda di quella fisica. Iniziano sventolando le proprie parole incandescenti davanti alla muta di cani dell’odio giustificato, del biasimo pubblico, che si scatena. Finiscono con la morte per cirrosi epatica, alcuni anni dopo, nella solitudine quasi completa. “Che si aspettavano? Sono uno scrittore, ho usato gli strumenti che avevo a disposizione. Pensavano che fossi qui solo per divertirli?”

Quando Capote era bambino, racconta Jennings Faulk Carter “A volte passeggiando nei boschi vedevamo una scena particolarmente bella di un albero che allungava i rami sopra un ruscello, e lui si fermava proprio per scrivere la descrizione.” La scrittura di Capote è come se a tratti si immobilizzasse davanti alla percezione della bellezza, che coglie nella natura, in un oggetto o in una persona, e si ha la sensazione che finalmente qualcosa che la attanaglia dentro si sciogliesse. Ogni suo libro racchiude quell’istante di silenzio e di apnea, che si ha quando molte persone che avessero parlato tutte insieme fino a quel momento, improvvisamente si zittiscono.

Tutti coloro che hanno incontrato Capote, brillante, caustico, maligno, ne sono stati catturati, non importa se nel bene o nel male. “Le persone all’inizio rifiutano ciò che è diverso, ma io riuscivo a conquistarle senza difficoltà. Sedurre: ecco quello che faccio. La cosa andava in questo modo: pensi che io sia diverso, bè, allora ti faccio vedere davvero quanto sono diverso.” Riusciamo sempre a capire quando i bambini stanno mentendo, non perché ci sia una discrasia smaccata tra la realtà e le loro invenzioni, ma perché si comprende sempre il motivo che hanno per mentire, e di solito l’origine è dolorosa.

In Preghiere esaudite, c’è un passo in cui i due personaggi parlano del libro che sta scrivendo lo scrittore alter-ego di Capote. L’uno chiede all’altro se il libro tratti di tutta la banda delle persone che frequentano, ma lo scrittore risponde di no, che è sulla verità come illusione, “poiché la verità non esiste, non può essere altro che illusione – ma l’illusione, questo sottoprodotto dell’artificio rivelatore, può raggiungere le sommità più vicine alla vetta inaccessibile della Verità Perfetta.”

Mentre guardava Perry Smith salire il patibolo, Capote si sarà trovato come tutti davanti al dilemma se in fondo non fosse giusto che un mostro come Perry morisse, rifiutato dalla società. Guardandolo pendere, avrà pensato che è un po’ come se avesse risposto a questa domanda, che non ci fosse posto per persone come loro, che hanno vissuto la vita prigionieri di un’infanzia sofferente e del desiderio di riscatto, senza riuscire più a liberarsene. Eppure doveva esserci stato un momento nella loro vita in cui erano stati bambini felici come gli altri.

In una sua intervista a Marylin, Capote racconta di osservarla nella luce del crepuscolo. “Lei pareva dissolversi con essa, fondendosi col cielo e le nubi, svanendo ancora oltre. Io volevo alzare la voce superando le strida dei gabbiani e richiamarla: Marilyn! Marilyn, perché tutto doveva andare com’è andato? Perché la vita deve essere un tale schifo?” Allora Marylin si volta verso di lui e gli chiede cosa risponderebbe agli altri se gli domandassero com’è lei veramente. “Direi… – risponde lui – Direi che sei una bellissima bambina.”


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