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Il Mart di Rovereto

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Non posso che compiacermi del fervore che accende in Trentino ognuno a prender parola, contando su un parafulmini provvidenzialmente arrivato a Rovereto, per presiedere il Mart, il grande museo progettato da Mario Botta.

Ecco ora che un filosofo, al quale mi avvicinano comuni letture: Conrad, London, Valery, Kafka, Pavese, Nietzsche, Bataille, fa il suo originale appello, accomunandomi anche a se stesso, in quanto roveretano: “salviamo il Mart da Sgarbi e dai roveretani”.

Franco Rella, pur rivendicando le sue origini e la sua permanenza a Rovereto, in realtà si chiama fuori (evidentemente si sente un apolide); e prima mi dice quello che io ho detto fino a ieri, resistendo alla mostra giusta, ma forse non necessaria nella sua città di origine, di Fortunato Depero: “Ricordo che il Mart è nato proprio dal superamento dell’idea di un Museo Depero. È nato con l’idea di creare un’istituzione che dialogasse con le istanze più significative dell’arte e della cultura moderna e contemporanea. Era un progetto molto ambizioso”.

Poi parte all’attacco: “Vittorio Sgarbi non ha un progetto vero. Elenca delle mostre fatte e delle mostre a venire, senza esplicitare un progetto culturale, una strategia”.

Dovrò deluderlo: il mio progetto c’è, e coincide con il suo: “urtare contro i limiti”.

Soprattutto del tempo. Per questo, dietro ogni proposta, c’è la coscienza della natura e delle funzioni del Mart. Quindi “Caravaggio e il contemporaneo” (in dialogo con Cagnaccio di San Pietro, Pasolini, Burri), “Botticelli, il suo tempo e il nostro tempo”, “Raffaello e il contemporaneo” (in dialogo con Picasso, Dalì , De Chirico), “Canova e il contemporaneo” (in dialogo con Mapplerthorpe), “John Constable”, nella linea “dal romanticismo all’informale” indicata da Francesco Arcangeli, per ricordare  i filoni principali. A Palazzo delle Albere, le mostre degli artisti trentini e un Klimt in dialogo con l’arte italiana, e due contemporanei di grande attualità: Banksy e Steve Mc Curry. Mi pare che, a grandi linee, il progetto si possa intravedere.

E trovo che definire “turistica” la mostra su Isadora Duncan vuol dire non averla vista, e non aver inteso l’impegno di un grande studioso come Carlo Sisi, e anche i rapporti della Duncan, oltre che con i pittori, con gli esponenti della cultura letteraria e filosofica, dov’è possibile incrociare Weinenger, come è rilevato nel saggio “Isadora Duncan as metaphysical heroine” di Keala Yewell. Una critica ingenerosa anche per il particolare impegno dei curatori del Mart, che hanno reso la mostra formidabilmente espressiva. Quanto al giudizio sulla mostra (curata con il nipote) di Tullio Garbari, essa aveva il semplice significato di sottrarre ai depositi, da troppo lungo tempo, i dipinti dell’artista appartenenti al Mart, per esporli in uno spazio ancora provvisorio, e in attesa di essere riadattato. Ed era certamente “povera”, ma non allestita “in modo inverecondo”, bensì nel solo modo consentito dai limiti degli spazi.

Devo anche dire a Rella che concordo sulla sua idea per la mostra di Depero, ma non ho voluto mortificare i roveretani come lui, il solo che non invecchia all’ombra di Depero. Mi sembra giusto anche ricordargli che i “Sette savi” di Fausto Melotti che egli vedeva in giardino da una finestra del Pac, furono fatti allestire in quella posizione da me, quando ero assessore alla cultura a Milano.

E quindi lo ringrazio della osservazione, dal suo condiviso punto di vista.

Quanto a Melotti, tale è la mia considerazione per l’artista che, per evitare le brutture “che non assomigliano a quello che ho in testa”, il mio progetto coincide esattamente con il suo desiderio: allestire Melotti nel piano del Mart che è occupato da “Idola Tribus”, per esporlo tra Licini e Fontana.

Ordinare per valori estetici certi, non “destrutturare”; ovvero, in continuità con le grandi mostre, illustrare le “ragioni del contemporaneo”, non “l’irruzione”.

Infine: vorrei restituire lustro a Carlo Belli. Affiancherei a Melotti anche il Belli teorico di “Kn”, il manifesto dell’Astrattismo italiano.


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