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La sicurezza, in fondo, è una sensazione. È quell’atteggiamento della maggior parte delle persone, una specie di ricerca di una sorta di continuità della propria identità dentro un ambiente sociale e materiale – quello in cui agiscono e si relazionano quotidianamente – tendenzialmente ad andamento costante. Senza scossoni improvvisi, che alla gran parte delle persone non piacciono. Creano problemi.

Ora, pare che la situazione sia globalmente in evoluzione. Perché stiamo perdendo alcune sicurezze? Cosa fa si che le persone percepiscano una situazione di minor comfort nella situazione generale che riguarda ciascuno? Essendo alla base di quell’atteggiamento della maggior parte delle persone che confidano nella continuità della propria identità e nella costanza dell’ambiente sociale e materiale in cui agiscono, la sicurezza è quindi strettamente connessa alla routine, e dipende dalla diffusione delle abitudini e dalla familiarità delle relazioni.

Quando per qualsivoglia ragione vengano a mancare, subentrano stati d’ansia capaci di scuotere e alterare anche gli aspetti più saldamente radicati della personalità. L’organizzazione e la gestione della sicurezza è uno dei problemi maggiori della società attuale, perché costringe ognuno a tenere sotto controllo le sue ansie. Prima constatazione: la tesi secondo la quale l’avvento della modernità avrebbe portato alla nascita di un ordine sociale più felice e sicuro è chiaramente scossa dall’evidenza di un mondo percepito come pieno zeppo di pericoli.

Una seconda osservazione riguarda invece la penuria sociale di “sicurezza ontologica”, dalla quale provengono tutte le altre particolari tipologie di preoccupazione, timore e paura. I processi di trasformazione connessi alla modernità, generano in tutti noi uno stato di continua e profonda insicurezza ontologica. Il senso di paura nutre nell’inconscio la percezione delle incertezze che fronteggiano l’umanità nel suo complesso. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che con il declino della comunità si assisterebbe ad una diminuzione della socialità che porterebbe, a sua volta, all’indebolimento della sicurezza collettiva: molti illustri sociologi, Durkheim, Simmel, Parsons, Nisbet, la Scuola di Chicago hanno teorizzato in questa direzione.

Un altro fattore legato sempre alla perdita del concetto di comunità sembra essere la violazione delle regole comunicative; che di suo può provocare una sospensione della fiducia accordata al prossimo, introducendo delle ansie esistenziali che prendono la forma del sospetto e dell’ostilità.
Insomma, il senso di insicurezza è un elemento classico della modernità (e della post-modernità), e riguarda, sia pure in misura differenziata, praticamente tutti. Perché in realtà la risposta individuale alla mancata razionalizzazione della esposizione ai pericoli – che si trasforma appunto in insicurezza – appare invece sotto forma di una redistribuzione sociale del rischio a livello collettivo con modalità differenti tra le classi sociali. Una redistribuzione che è comprensibile se letta attraverso la lente della cosiddetta vulnerabilità sociale. Prendiamo per esempio una delle insicurezze più frequenti che generano paura collettiva: quella della criminalità. La percezione – e assieme la manifestazione visibile – della paura del crimine è appunto un fenomeno che riguarda soprattutto di chi si sente particolarmente vulnerabile, per lo più in ragione della precarietà della propria posizione sociale.

Spesso, la paura del crimine può dipendere da particolari condizioni sociali ed esistenziali. I soggetti maggiormente esposti alla fragilità sociale, e quindi in modo classico gli anziani, o chi ha un basso reddito, chi si sente poco protetto, manifestano con maggiore frequenza il proprio senso di insicurezza e paura.
Ma se questo era un tratto distintivo di un passato recente, che è tuttora vivo in ogni caso, bisogna registrare le nuove insicurezze che si aggirano anche in ampi settori della classe media, in conseguenza della moltiplicazione delle incertezze che gli attuali contesti sociali globalizzati presentano. Ne consegue che ampi strati della popolazione, che un tempo si percepivano al sicuro, sono invece oggi a loro volta coinvolti in questa sensazione di crescente senso di insicurezza legato alla propria collocazione sociale: alla paura della criminalità si aggiunge, quindi, quella di “non farcela”.

Una chiave di lettura interessante per comprendere dove e come si alimenti la percezione di insicurezza può essere quella della dei legami e della fiducia o, più in generale, del cosiddetto capitale sociale. In alcune occasioni, infatti, il grado di integrazione sociale, di forza dei legami sociali e di fiducia condivisa, in una parola il livello del “capitale sociale” di una comunità, aiutano a spiegare la genesi della paura e dell’incertezza. Dove manca la fiducia, la paura insomma prolifera in modo incontrollato. La fiducia sociale condivisa in un quartiere o in una comunità dissolve le insicurezze e le paure.

Questo è uno dei motivi che spiegano anche il perché nei quartieri più a rischio gli abitanti non percepiscano in effetti il rischio come si potrebbe essere indotti a pensare. Il problema della fiducia va oltre lo stesso problema della densità delle reti relazionali, che in qualche modo dovrebbero garantire un migliore controllo sociale. La fiducia non dipende solo dalla prossimità sociale ma dal rispetto collettivo di un “codice morale” di appartenenza. La categoria della fiducia spiega anche perché i più insicuri abbiano scarsa fiducia nelle istituzioni.

Molte delle inchieste d’opinione mostrano una flessione della fiducia istituzionale, dovuta alla burocratizzazione, alla crisi d’autorità e all’allentamento dell’efficienza del sistema di controllo sociale. La mancanza di fiducia istituzionale, di civicness come direbbe Putnam, legittima in qualche modo le richieste di ordine provenienti da quei quartieri che si sentono insicuri o sul limite della disorganizzazione. In questo caso, l’allarme sociale rinsalda i legami comunitari e la definizione rigida dello spazio sociale. Insomma, sono le categorie maggiormente esposte alla vulnerabilità sociale quelle che  mirano sempre all’identificazione di un plausibile responsabile  della loro condizione di emarginazione e abbandono. Alla luce di tale riflessione si spiegano i paradigmatici “problemi delle periferie” o “dei quartieri sensibili” che, in questi anni più che in passato, stanno assumendo un peso rilevante nella gestione delle città. 

In questi luoghi delicati si assommano la stragrande maggioranza dei fattori che producono insicurezza, sicché il riemergere dell’insicurezza sociale si salda inscindibilmente con quello dell’insicurezza civile.

Ecco perché il tema dell’insicurezza e quello della ridefinizione degli spazi urbani appaiono indissolubilmente legati nella definizione di nuove prospettive di rinforzo del senso di comunità, fattore determinante per superare anche la crisi dovuta alla pandemia.


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