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A ciascuno il suo Sanremo.
Il festival della canzone italiana taglia il traguardo delle settanta edizioni. Cifra tonda e importante che, però, non sembra scalfire la più longeva rassegna canora nel panorama italiano.

Un festival divenuto nel tempo una sorta di romanzo popolare entrato di diritto nella storia del costume del bel paese. A partire dal 1951, anno della prima edizione trasmessa per radio dal salone delle Feste del Casinò il 29 gennaio, gli archivi della memoria festivaliera custodiscono i bozzetti del cambiamento dell’italico costume: ne tastano gli umori, ne intercettano le tendenze e le trasformazioni lessicali così come quelle dell’immagine e dell’immaginario. Che siano trasmesse dalla radio o dal televisore, in bianco e nero prima e a colori poi, dal Casinò al teatro Ariston in un colpo d’insieme le diverse edizioni diventano un grande affresco in cui le canzoni, le voci, i visi, gli sguardi, le storie, le esibizioni, i duetti, gli abiti dei cantanti, degli ospiti, dei conduttori si mettono in posa. Lo scatto immortala una fotografia corale e cantata dell’Italia. E così a ben pensarci ciascuno ha il suo o i suoi Sanremo anche quelli che “io non lo vedo”, “non lo seguo”, “non mi interessa”… Perché, seppure non stai incollato davanti al televisore, è tale e tanta l’onda mediatica che è difficile ripararsi sotto un poco credibile ombrello dell’indifferenza. Fosse anche solo facendo zapping nella settimana di Sanremo, ciascuno ha i suoi “cinque minuti” di festival. Epperò, social e media a parte, ci sono anche i Sanremo dei ricordi e delle storie raccontate, dei filmati d’epoca così che questa storia tutta italiana è come se l’avessero scritta nonni, genitori, figli, nipoti, amici, fidanzati, innamorati e amanti… Insomma una specie di antologia di autori vari.

C’è chi non dimentica il tempo delle colombe, dei papaveri e delle papere di Nilla Pizzi, delle mamme e negli anni della parola amore declinata in tutte le salse e c’è chi data la rivoluzione (canora, s’intende), in quell’ormai lontana edizione del 1958 quando Domenico Modugno rompe le regole e vola “Nel blu del dipinto di blu” di chagalliana atmosfera. I Sessanta si aprono con “Romantica” di Rascel-Dallara e l’esordio al Festival di Mina con le sue Mille bolle blu. Non solo. Sono gli anni di Celentano, Paoli, Bindi, Gaber… Nel 1964 arriva Gigliola Cinquetti con “Non ho l’età”…

Sono solo canzonette? Non proprio. Nel 1967 il Festival di Sanremo è un grande evento pubblico, che ormai tiene milioni di telespettatori incollati alla tv. Quell’edizione la vincono Iva Zanicchi e Claudio Villa, che in coppia cantavano “Non pensare a me”.

Quel festival, però, passerà alla storia per la morte di Luigi Tenco. Lui il cantautore dallo sguardo malinconico cantava “Ciao amore, ciao” in coppia con Dalida.

Madamoseille Bambinò come la chiamavano i francesi che l’adoravano, in realtà si chiamava Iolanda Cristina Gigliotti, francesizzato in Yolanda. Era figlia di calabresi emigrati in Egitto da Serrastretta, in provincia di Catanzaro. Diventerà un’artista di fama – sarà l’artista francese più pagata del mondo dello spettacolo, 170 milioni di dischi venduti, 2.000 canzoni incise, 70 dischi d’oro – ma resterà sempre una donna che ha fatto a pugni con un destino baro che le riserva non pochi colpi bassi. Uno per tutti: la morte di Tenco in una notte da festival.

“Ciao amore, ciao” non piacque e non non fu neanche ripescata: sconfitta anche nello spareggio.

È la tarda serata del 26 gennaio. Tenco si ritira nella sua stanza all’hotel Savoy per l’addio alla vita. È Dalida che, entrando nella camera n. 219 del Savoy lo trova riverso a terra. Il resto sono lacrime e quel saluto di malinconia struggente : “La solita strada, bianca come il sale/ il grano da crescere, i campi da arare…”.

Ma “The Show Must Go On” (lo spettacolo deve continuare, ndr) è la dura legge del palcoscenico.

Il Festival, anno per anno scriverà altre pagine. Tante fino a toccare quest’anno le sette decadi. E così non mancano le celebrazioni e gli omaggi. In programma anche una imperdibile mostra. Si chiama “Sanremo 70” al Forte Santa Tecla della città dei fiori. L’inaugurazione è stata fatta domenica 2 febbraio. L’esposizione – proposta da Rai Teche e Rai Direzione Creativa – resterà aperta fino al 16 febbraio ed è a cura di Rai Teche, con la direzione creativa di Andrea Di Consoli e Dario Salvatori e la collaborazione di Barbara Francesconi, Sergio Gigliati, Laura Massacra. Come raccontare le 69 edizioni del Festival mentre è in corso la settantesima? Attraverso la scelta di foto e materiale documentale proveniente dal prezioso Archivio di Rai Teche, l’esposizione in cinque sale permetterà di ripercorrere, l’intera storia del Festival della Canzone italiana, «costruendo una narrazione dei 70 anni con più di 300 elementi tra foto, abiti iconici e memorabilia», si legge nella nota di presentazione dell’evento. «Sanremo 70 testimonierà i cambiamenti del Festival di Sanremo, che da sempre rispecchiano l’evoluzione dei costumi del Paese. La mostra sarà suddivisa in sette tappe cronologiche, tutte corredate da testi, fotografie e montaggi di filmati delle canzoni vincitrici. Inoltre, sette pannelli tematici racconteranno i record, le grandi scenografie, i su per-ospiti stranieri, le canzoni sanremesi di maggior successo mondiale, i grandi conduttori e le canzoni evergreen escluse dal podio». Una finestra importante sarà aperta nella stanza degli abiti, dove troveranno posto i vestiti indossati sul palco da Gigliola Cinquetti, Mia Martini, Iva Zanicchi e Dalida, della quale sarà esposto il celebre abito rosso mai indossato. Un vestito rimasto chiuso nell’armadio ma «cucito per l’occasione dalla Sartoria Daphnè di Sanremo, che l’artista Dalida avrebbe dovuto indossare nel 1967 se la canzone “Ciao amore, ciao” fosse andata in finale».

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