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Una donna anziana in un centro vaccinale

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Tempo di lettura 4 Minuti

Quella telefonata non credo che la dimenticherò mai: “Pronto, volevamo comunicare che  la data per l’operazione di suo padre è stata fissata tra quindici giorni”. “Mio padre è morto, oltre un mese fa” risposi sconvolta chiudendo la conversazione. Accadeva quasi trent’anni fa. Mio padre era malato di un tumore cattivo, terribile, che  se l’è portato via tra dolori indicibili, nemmeno la morfina faceva più effetto. Ai tempi le strutture che intervenivano su quel tipo di tumori erano quasi tutte al Nord. I malati del Sud non solo dovevano “emigrare” ma anche aspettare. E le file di attesa erano molto lunghe. Speravo che nel corso di questi decenni la situazione fosse cambiata. E forse (non sono un’esperta nel campo) per quanto riguarda i tumori davvero è cambiata.

Ma quella angosciosa telefonata, che aggiungeva la beffa al dolore, mi è ritornata in mente oggi leggendo sul giornale la storia di Agostino Airaudo, ex operaio, torinese, da tempo malato di Alzheimer. E nell’ultima settimana anche di Covid. Tre ore prima della sua morte è arrivato l’avviso della data di vaccinazione contro il Covid. Lo avrebbe dovuto fare il prossimo 9 aprile. Agostino attendeva  il suo turno dai primi di febbraio. La sua storia è stata raccontata dal figlio Giorgio,  ex deputato e leader della Fiom Cgil piemontese.  Lo ha fatto per  denunciare le storture di questo piano vaccinale gestito dalle Regioni. Che avrebbero dovuto tutelare i più fragili, ma per incapacità, inadeguatezza e a volte anche per scelta consapevole, ha fallito. Agostino era over 80 e per giunta malato di Alzheimer: aveva tutto il diritto di essere vaccinato prima. E come lui chissà quanti sono nelle stesse condizioni sparsi in tutta Italia.

In Piemonte, la regione di Agostino, il 47% degli over 80 è ancora in attesa della prima dose. In Toscana addirittura il 67%, in Sicilia il 63%, in Sardegna e Calabria il 61%. La media a livello nazionale degli over 80 che ha ricevuto la prima dose è del 46,85% (ultimi dati sul sito della presidenza  del Consiglio) , il che significa che più della metà dei nostri 4 milioni 639.931 ultraottuagenari è scoperto. Dopo tre mesi dall’avvio della campagna vaccinale è ancora totalmente esposto all’attacco del micidiale virus. Invece ci sono centinaia di migliaia di persone che negli ospedali fanno solo gli amministrativi o comunque  non lavorano nelle corsie a contatto con  i pazienti, intere categorie (come gli avvocati  in Toscana o i professori universitari in tutta Italia anche se ormai le lezioni sono solo da remoto) che hanno già ricevuto prima e forse anche seconda dose. Indipendentemente dall’età. Una vergogna.

Di chi è la colpa? Dei vaccini che non ci sono, soprattutto (oltre che – come detto – delle scelte arbitrarie fatte da alcune regioni sulle categorie prioritarie) . Ha sbagliato l’Ue a firmare contratti capestro con le case produttrici, versando congrui anticipi per consegne ancora non fatte e senza prevedere altrettante congrue penali. Ed è questa una vergogna nella vergogna. I contratti sono secretati e io mi chiedo perché chi li ha firmati deve rimanere impunito.

Poi scopriamo che proprio quelle aziende produttrici di vaccini che continuano a tagliare le consegne perché – sostengono – hanno problemi con la produzione, nascondono milioni e milioni di dosi per inviarle chissà dove, forse anche per alimentare quel mercato parallelo e nero di cui tanto si è parlato. Mentre i nostri anziani continuano a morire a centinaia al giorno per Covid, in uno stabilimento  ad Anagni, alle porte di Roma, sono stoccate la bellezza di 29 milioni di dosi del vaccino Astrazeneca. Imballate per essere inviate chissà dove, sicuramente non in Europa (almeno non tutte) nonostante la casa produttrice ha firmato un contratto con l’Ue per la fornitura di 120 milioni di dosi e ne ha consegnate  appena 30. Il vaccino Astrazeneca non è destinato agli over 80, è vero. Ma può essere inoculato ad altre categorie che invece, anche per carenza di dosi Astrazeneca, hanno ricevuto gli altri vaccini, rallentando il piano per i fragili, gli anziani. 

Lode alle forze dell’ordine che hanno scoperto tutto. Lode al premier Draghi che per adesso ha bloccato l’export delle dosi. Anche se lo stesso Draghi ha spiegato l’altro giorno che le azioni di forza in questo campo portano a poco: meglio trovare un accordo con i paesi destinatari, Regno Unito in testa. La cooperazione resta la strada principale. Inutile far deperire milioni di preziosi vaccini in magazzino in attesa che un tribunale decida.  Perché altrimenti in questa guerra dei vaccini perderemo tutti. Soprattutto le aree dove la produzione autoctona è carente. E l’Europa per ora è proprio in questa situazione (da noi al limite si infialano le dosi, ma i principi attivi vengono da fuori) anche  se sta cercando di correre ai ripari con l’apertura di nuovi impianti. Ma ci vorrà tempo prima che entrino in funzione.

Cercare un accordo  è quindi un ragionamento di buon senso. Ma fargliela passare liscia così, a questi signori dei vaccini – dopo che hanno ricevuto finanziamenti pubblici per la ricerca e anche la produzione, dopo che hanno firmato contratti che adesso non hanno intenzione di rispettare per puri calcoli speculativi  –  proprio non è giusto. Non possiamo bloccare del tutto l’export delle dosi infialate negli stabilimenti europei, però una cosa  possiamo farla: bloccare e sequestrare i conti correnti degli azionisti, i “padroni” di queste aziende (almeno i conti correnti aperti nelle banche Ue, se ci sono). Per noi un gesto simbolico, per loro un colpo mortale al portafogli.


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