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Stefano Senardi e Franco Battiato

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PIU’ che di un libro, comunque dalla fattura importante, si tratta di un doveroso atto d’amore nei confronti di un amico con cui si è avuto il privilegio di passare buona parte della vita assieme, non solo da un punto di vista professionale. Siamo lontani dalla ennesima biografia che circola negli scaffali, ma non si tratta neanche di una enciclopedia. Del resto sarebbe impossibile condensare l’iconoclasta per antonomasia come Franco Battiato: un genio dalla mente sconfinata che non ha mai seguito alcuna tendenza, perché semmai era capace di dettarla, tra l’altro in costante anticipo sui tempi.

La sua lezione è stata quella dell’applicazione costante del “Niente è come sembra”. E quindi al di là delle apparenze e oltre le distanze, non ci sarà mai più un altro come lui. Sia il benvenuto questo monumentale compendio della sua vastissima eredità culturale, che mai come in questo tempo arduo e sparigliato si può considerare di lacerante attualità.

Eppure L’alba dentro l’imbrunire (Ed. Rizzoli, 320 pp, 39 euro) è un racconto entusiasmante, a tratti commovente, che si sviluppa in 16 capitoli, con ricordi, aneddoti, testimonianze e circa 300 fra immagini, dipinti e altri sketch grafici: le prime, evocative foto sono di Giovanni Canitano, scatti d’autore che sottolineano un volume imprescindibile, curato dall’art director Francesco Messina insieme a Stefano Senardi, amici e collaboratori anch’essi, legati da un rapporto molto stretto ed esclusivo che è via via diventato perpetuo, lavorandoci e vivendo fianco a fianco negli anni.

«Con Francesco – sottolinea Senardi, notissimo nell’ambiente discografico per le sue numerose mansioni di primo piano che gli hanno poi aperto una carriera altrettanto ricercata di consulente e libero professionista – ci siamo più volte detti che in questo omaggio accorato avrebbe dovuto esserci il Battiato che conoscevamo noi, quindi dovevamo dare alle stampe un’opera ricca di idee e di immagini che lo raccontassero non solo come musicista, ma anche come uomo di cultura e interessi a tutto tondo. Un libro dove Franco è presente, con i suoi pensieri debitamente virgolettati. Francesco Messina ha curato minuziosamente la grafica di ogni pagina, contribuendo egli stesso a collegare i vari capitoli con vari racconti. Abbiamo lavorato in completo accordo con l’editore e se non ci fosse stato imposto un termine perentorio di chiusura del lavoro a seguito della scomparsa di Franco, saremmo potuti andare ancora più avanti, considerata la vastità del personaggio e dei suoi interessi, difatti ci siamo occupati anche della parte tecnico-strumentale, del cinema come del suo rivoluzionario approccio ai video-clip, in particolare i primi come voglio vederti danzare. In quel frangente Franco ha realizzato una coreografia pop di grande valore, il cui effetto visivo era di pura gioia, almeno per me. Insomma abbiamo cercato di realizzare qualcosa che sarebbe potuto piacere anche a lui. E credo con molta umiltà, che siamo riusciti a farlo e che anche Franco lo avrebbe sfogliato con piacevolezza. Per una figura come la sua più che aggettivi  si rischia di restare a corto di superlativi… Ognuno ha conosciuto un suo Battiato, incontrato nei suoi molteplici ma sempre eccellenti ruoli di cantante, compositore, performer, autore, regista, attore ma anche scrittore, filosofo, pensatore, intellettuale, poeta. E potremmo andare avanti ancora chissà per quanto, perché il suo talento era variegato ma sempre finissimo, qualcosa che non si può rinchiudere e definire in maniera rigida. La bellezza della sua opera si è sovrapposta al gigantesco spessore personale: anche per questo si può tranquillamente affermare che sulla nostra deriva artistica più colta, da una parte ci stava lui e dall’altra tutti gli altri».

Quando lo hai conosciuto?

«Gli organizzai un concerto quando ancora stavo a Imperia, era prima del successo de La Voce del Padrone, mi ero innamorato follemente della sua musica quando poco più che 18enne, avevo acquistato Fetus e ovviamente non lo avevo mai perso di vista: quando diventai Presidente della PolyGram Italia, gli feci una corte serrata per fargli cambiare etichetta, lui lavorava da oltre 20 anni con la Emi e lì sembrava inamovibile. Lo tampinavo inviandogli fotocopie di vignette e di quadri, con appunti e frasi scherzose sopra. Una di quelle immagini, che avevo trovato nel catalogo di una mostra in corso a Parigi, ritraeva Napoleone prima della battaglia delle piramidi. Per scherzo avevo dato alle figure dei generali francesi il nome dei discografici della PolyGram e a quelle dei nemici il nome dei nostri rivali. Quell’ironia lo conquistò così tanto che il quadro diventò la copertina de L’imboscata, l’album che come tutti sanno contiene La Cura: fu un successo clamoroso e quindi Franco divenne all’istante uno dei nostri artisti di punta. Abbiamo poi realizzato altri due dischi, ovvero Gommalacca e Fleurs. Pur essendo noi diversi come carattere, è nata una grande intesa. Mi coinvolgeva per discutere insieme su tutto, arrangiamenti, copertina. Ogni volta che gli piaceva una mia idea, mi sentivo un gigante. È stato sempre gratificante stargli accanto, per via del rapporto di grande fiducia e confidenza che c’era fra di noi. Umanamente era la persona più interessante e stimolante con cui ho lavorato, in altre parole si è trattato di un’amicizia profonda e purissima».

Un rapporto che è rapidamente andato oltre le brillanti vicende professionali.

«Siamo stati amici. Ci vedevamo spesso e insieme abbiamo trascorso tante vacanze di Natale ed estive. Abbiamo viaggiato in India, in Turchia, in Grecia. Trascorrevamo il tempo insieme, quando Franco registrava o suonava dal vivo, a New York, a Parigi, dove abbiamo realizzato L’Imboscata, a Siviglia dove lui concepito l’idea di Fleurs, che poi ha realizzato fulmineamente con cinque musicisti in uno studio mobile che aveva creato all’interno di un frantoio accanto alla sua prediletta residenza di Milo, sulle pendici dell’Etna. E poi le lunghe prove di Genesi, la sua prima opera al Teatro Regio di Parma, ancora una trasferta importantissima a Baghdad. Ho sempre ammirato la sua immensa cultura e curiosità verso tutti i mondi musicali possibili, la sua discrezione sotto tutti gli aspetti, anche durante gli ultimi periodi della sua vita. Il suo onnivoro girovagare lo ha spinto ad approfondire temi che andavano oltre la musica: dalla fisica quantistica al misticismo tibetano. Ha lavorato per tutta la vita allo studio del passaggio da un’esistenza all’altra e mi consola pensare che abbia sperimentato una gioiosa rinascita dal suo apparente trapasso terreno».

Che persona era?

«Riservata, distaccata in possesso di una profonda cultura e aneddotica estesa che però non sfoggiava mai per impressionare qualcuno. A lui le cose dovevi chiedergliele e se lo facevi ti rispondeva con misura e competenza. Aveva una visione prospettica infinita: possedeva una biblioteca con dei numeri impressionanti fra Catania e Milo, ma era anche un personaggio divertente e dotato di un grande senso dell’humour, anche se magari le barzellette, che ci teneva moltissimo a raccontare, anche se non sempre gli riusciva al meglio. Un uomo generoso e schierato dalla parte della gente, difatti i concerti li faceva più per i suoi appassionati che per lui. Leggero e profondissimo al tempo stesso».

La musica invece cosa ha rappresentato per te e la tua vita?

«Per me la musica è stata tutto, rappresenta una passione inesauribile, sin dalla mia adolescenza: ho fatto il commesso in un negozio di dischi ed appunto mi facevo pagare in vinili, non appena ho avuto la possibilità di espatriare, avevo compiuto da pochi mesi 15 anni, ho detto ai miei che me ne andavo in montagna ed invece sono partito per l’Olanda e l’Inghilterra per sentire dei concerti dal vivo. Ancora adesso entrare in un negozio di dischi, anche se trovarli è sempre più difficile, rappresenta un’attrazione fatale. Ci starei per ore e ore, con il timore di non riuscire a controllare il contenuto di tutti gli scaffali. È una definizione che non mi mette a disagio, ma io a dire il vero sono sempre stato sempre a favore degli artisti piuttosto che dei discografici. Giravo di notte con i musicisti ma ho anche lavorato tanto in ufficio. Di certo non ho scelto di fare il discografico perché avevo fallito come musicista, poi ovviamente ci vuole anche fortuna ma io me la sono anche cercata, penso che la musica è l’identità del mio destino e quindi dopo essermi inserito nel contesto giusto, rispondendo ad un annuncio pubblicato sul Corriere della Sera, ho fatto anche carriera rapidamente partendo da Imperia. Prima dei 30 anni ero presidente di una casa discografica che era anche il fanalino di coda del mercato italiano, salvo detenere a un certo punto il 70×100 del fatturato».

La più grande soddisfazione della tua carriera da discografico?

«Sicuramente l’incontro con Battiato resta la mia soddisfazione più grande ma anche aver lavorato molto sulla valorizzazione del catalogo e la calmierazione dei prezzi in era compact disc, senza contare l’avventura con la Black Out da cui il nuovo rock italiano si è rifondato: una situazione che non ho creato io, ma che poi ho cercato di potenziare ai massimi livelli, anche quando mi sono trovato alla guida della Nun Entertainment mi sono divertito molto per quel senso di libertà che permeava il tutto. Peccato che poi abbiamo dovuto chiudere perché il nostro azionista tedesco non ci ha più finanziato nonostante alcuni ottimi successi commerciali come Home dei Simply Red, uno dei loro album più belli che quell’anno fu l’album internazionale più venduto in Italia, anche se il mercato si stava avviando verso una sua congiuntura sfavorevole, che ha ridimensionato tutto il panorama mondiale».

Un rammarico invece?

«Sempre ai tempi della Nun passarono in ufficio Mara Maionchi e suo marito Alberto Salerno per propormi un giovanissimo Tiziano Ferro. Mi fecero sentire il provino di Xdono che era davvero una bomba. Chiesi al mio staff di tenerlo d’occhio perché ero molto interessato, ma poi per una chiamata non risposta e una serie di sfortunate circostanze l’abbiamo perso».

Come sarà usufruita la musica del futuro, visto questo schiacciante avanzamento del download?

«Sono un po’ preoccupato visto che per una serie di motivi sono molto legato al supporto, vinile in primis, che per fortuna è stato riscoperto anche dalle nuove generazioni, ma il futuro sta prendendo un’altra piega. La situazione è quanto mai complessa, i grandi distributori dietro le principali piattaforme hanno pochi scrupoli, badando sostanzialmente ai propri interessi caricando quintalate di brani, che renderanno difficile trovare quello che realmente si vuole. Bisognerebbe dare alla musica la dignità che le compete, da vari punti di vista: educazione, fruizione, ascolto, diritti. Più l’oceano diventa grande e più è difficile trovare le pietre preziose ed è anche per questo che limito al massimo la fruizione della musica liquida».

Chi avrebbe meritato un successo maggiore di quello che hanno avuto?

«I Casino Royale di Anno Zero ad esempio: una band con i fiocchi che avrebbe potuto spaccare il mondo. Cosa che siamo riusciti a fare insieme ad Andrea Rosi, Luciano Linzi , Tino Silvestri e Roberto Magrini con i Litfiba, presi che vendevano 10mila copie e tirati su fino a 500mila nell’arco di un anno e mezzo. Fra i cantautori Pino Marino e Rosario Di Bella, il compianto Gian Maria Testa che aveva pubblicato nel 2006 Da questa parte del mare, un album veramente superlativo che è stato un privilegio seguire e pubblicare, come altrettanto grande è stata la soddisfazione di seguire la fantasmagorica evoluzione di Vinicio Capossela dai primi dischi a questa sua maturazione».

Cosa c’è ancora da fare, cosa ti stimola oggi?

«Un tema che mi sta molto a cuore è la salvaguardia della memoria ed è anche per questo che di recente ho concluso un accordo per la donazione quasi integrale della mia collezione al Comune di Imperia: la sua ricatalogazione si sta ultimando in un vecchio tribunale della mia città che è stato restaurato. Con un comodato d’uso che per il momento riguarda 30mila pezzi fra poster, biglietti di concerti, cd, dvd e libri. Numeri importanti, cui ho molto badato negli anni e che costituiscono un riferimento che sarà messo a disposizione di una platea più ampia. Avevo appena traslocato in Liguria lasciando definitivamente Milano, per cui mi è toccato fare il lavoro due volte, ma ne sono ben contento vista la prospettiva di valorizzazione. Il tutto sarà coordinato da una commissione che oltre me e due rappresentanti del Comune, vedrà impegnati anche Mauro Pagani e Luca De Gennaro. Staccarti dalle cose è doloroso se pensi alla cura con cui lo hai fatto per 50 anni, come è stato nel mio caso, ma anche liberatorio e pieno di gratitudine nei confronti di una passione che mi ha fatto vibrare negli anni. Mi piacerebbe fare al più presto un documentario sulla Cramps di Gianni Sassi e Franco Mamone, protagonisti di una parabola artistica straordinaria che forse non tutti conoscono nel suo reale spessore».


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