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Diego Abatantuono e Frank Matano

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Il destino è imponderabile. Ad esempio può far incrociare le vite solitarie di una guardia medica e di un giovane rider e creare tra loro un legame strettissimo. È quanto accade nel film Una Notte Da Dottore di Guido Chiesa. Ispirato alla commedia francese del 2019 Chiamami Un Dottore! il film tiene a battesimo il duo cinematografico Diego Abatantuono (il medico) e Frank Matano (il rider). La pellicola è stata presentata ad “Alice nella città” alla Festa del Cinema di Roma ed è arrivata in sala il 28 ottobre distribuita da Medusa, che è anche coproduttore con Colorado. Ne esce una commedia delicata, family, con un rapporto padre-figlio tra Frank Matano e Diego Abatantuono, particolarmente affiatati.

Matano, c’è stata subito sintonia con Diego Abatantuono?

«Sì, con lui ci conoscevamo già da anni. Non avevamo mai condiviso il set, bensì le cene. Attorno a un tavolo avevamo avuto la possibilità di conoscerci. Devo dire che si capiva che ci stavamo simpatici e che non vedevamo l’ora che ci offrissero di recitare insieme».

Come siete venuti in contatto?

«Diego è molto vicino alla Colorado. Io avevo già fatto dei film per quella casa di produzione e così frequentavamo lo stesso circuito di persone».

Certo, un conto sono le cene e un conto è il set. Com’è stato recitare con lui?

«Con lui si impara tanto. Di fronte ai tuoi occhi hai un attore che ha fatto un miliardo di esperienze lavorative nella sua vita e non puoi far altro che cercare di assimilare».

Cosa cambia tra il film italiano e la commedia francese a cui è ispirato?

«Di sicuro il film italiano è più divertente! L’umorismo francese è molto particolare. E poi il nostro film spinge maggiormente sulla parte drammatica, che nella commedia francese è più superficiale. Del resto noi avevamo Diego che è un grande attore drammatico. Diciamo che il nostro è un film più ricco, che ha toccato più registri e più corde emozionali».

È un film molto attuale: esamina due figure, quella del medico e quella del rider, che in questo periodo pandemico, per motivi diversi, sono diventate entrambe centrali nella vita delle persone.

«È proprio così. Si ha la tendenza ad associare certe categorie di persone soltanto al loro lavoro, si trascura in questo modo il lato umano che è peculiare di ognuno, perché ogni lavoratore è prima di tutto una persona. Il film aiuta a scoprire il lato umano di queste due figure. E poi, a proposito di pandemia, è stato girato proprio durante il lockdown in una Roma semi-deserta».

Com’è stato girare in uno scenario simile?

«Al film ha dato una nota di malinconia che si è sposata benissimo con la trama. È stata un’esperienza particolare: di solito girare a Roma è complicato per i fonici, perché entrano nel microfono vari rumori, su tutti, quello del traffico. Durante le riprese di Una Notte Da Dottore sembrava invece di stare in un limbo urbano, dove non c’è anima viva. Avevamo l’impressione di trovarci in uno studios americano».

Quali affinità riscontra tra il medico Pierfrancesco e il rider Mario?

«L’aspetto che li lega maggiormente è la solitudine. Hanno caratteri molto diversi, però il destino li fa incontrare, passano una notte insieme, imparano un sacco di cose l’uno dall’altro e capiscono che stare da soli non è costruttivo».

Nella figura di Mario ha portato qualche caratteristica tipica delle sue origini meridionali?

«Il personaggio ha un candore, non è disilluso, quindi fa tutto con grande entusiasmo, mettendoci tutto sé stesso. Ecco, credo che queste caratteristiche siano tipicamente del Sud. Noi meridionali siamo abituati a tirarci sempre su le maniche e ad adattarci alle situazioni».

In un passaggio del film parla con un paziente proprio delle sue zone, della provincia di Caserta.

«È stato un passaggio improvvisato. Con l’attore, che si chiama Francesco Russo e che è di Santa Maria Capua Vetere, abbiamo scoperto di avere un amico in comune dalle nostre parti e così lo abbiamo aggiunto nel copione».

Nella sua carriera cosa porta delle sue origini?

«Ognuno di noi si porta dietro il luogo in cui è nato e cresciuto. Nella provincia di Caserta ho avuto sempre la fortuna di ritrovare una dimensione umana. Anche da più grande, anche dopo aver raggiunto una certa popolarità, per me tornare da quelle parti significa riuscire ad andare al bar, a giocare a carte, a restare in contatto con persone che non mi capita di vedere sempre».

Da adolescente è partito per gli Stati Uniti, dove ha vissuto due anni. Che tipo di esperienza è stata?

«È stata un’esperienza super-formativa. Mi sono diplomato negli Stati Uniti e ho avuto pure la fortuna di frequentare un piccolo corso di teatro di improvvisazione. Soprattutto in un’età in un cui in Italia avevo la mia comitiva, uscire da una sorta di comfort zone è stato importante. Ho dovuto ricominciare da zero, crearmi un nuovo giro di amicizie. Devo dire che mi ha aiutato molto la Nazionale italiana di calcio».

In che modo?

«Mi sono trasferito negli Stati Uniti a fine 2006, l’anno dei Mondiali vinti dall’Italia. Il mio nome è Francesco e ho iniziato a socializzare perché mi chiamavano Totti e giocavo a calcio, principalmente con i miei compagni di scuola di origine sudamericana. Sono stati loro i miei primi amici».

Il suo primo approccio con i social network è avvenuto durante l’esperienza americana?

«Di sicuro YouTube l’ho scoperto lì, era uscito da pochissimo. Ho avuto il vantaggio di tornare in Italia e di avere il desiderio di provare anch’io a utilizzarlo, come facevano già in tanti negli Stati Uniti e praticamente nessuno qui. Era il 2008, l’era giurassica dei social e di YouTube nel nostro Paese».

Qualcuno nel corso degli anni l’ha paragonata a Massimo Troisi. È un paragone ingombrante, che la imbarazza?

«Mi sembra un paragone esagerato. Ormai se sei campano e fai comicità, prima o poi arriva qualcuno che ti paragona a Troisi. Ma mi dispiace per Troisi, perché lui aveva una sua voce e una sua originalità uniche. Io mi auguro di fare bene il mio».

Sta lavorando a dei progetti professionali?

«Ci sono tanti progetti nell’aria, bisogna essere bravi a scegliere. Però per adesso nulla di concreto».

Continuerà a lavorare con Diego Abatantuono?

«Me lo auguro. Se lui avrà voglia e ci sarà un progetto giusto, sarà bello continuare a lavorare con lui».


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