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Johan Langenus

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Johan Langenus, il primo arbitro mondiale che volle un’assicurazione sulla vita

In quel tempo non c’era il Var (o la Var: anche l’acronimo Video Assistant Referee, in questi Anni Venti del Terzo Millennio è “gender fluid”, come ogni presidente che è “il” o “la”).  Del resto, quasi cent’anni fa, non c’era neppure la televisione. Forse però a mancanza di questa ciambella di salvataggio Johan Langenus, prima di scendere in campo ad arbitrare la finale mondiale, la prima, quella fra Uruguay e Argentina, 30 luglio 1930, all’appena costruito Stadio del Centenario a Montevideo, spettatori 68.346, chiese tre cose: una polizza di assicurazione sulla vita a favore dei familiari che aveva lasciato in Belgio, una scorta personale di 100 agenti delle Forze dell’Ordine, e una nave che, a motori accesi, lo aspettasse al termine del match nel porto di Montevideo per sottrarlo alla non remota possibilità di doversela vedere con tifosi inferociti.

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Prima di scendere in campo, al signor Johan Langenus capitò un’altra breve disavventura: venne arrestato all’ingresso dello stadio. Era la tredicesima persona che sosteneva di essere l’arbitro designato e che dunque aveva diritto d’ingresso gratuito. L’”a gratis” sollecita sempre l’inventiva. Eppure il vero Langenus avrebbe dovuto essere persona nota agli steward d’occasione: aveva già diretto in quello stadio la partita inaugurale dello stadio, Uruguay-Perù, match dei gironi eliminatori.

La partita si disputò con cinque giorni di ritardo sul programma previsto, per consentire gli ultimi ritocchi alla costruzione del gigantesco impianto: la Celeste, come veniva chiamata la nazionale padrona di casa e favoritissima per il titolo giacché aveva vinto le ultime due edizioni olimpiche (Parigi 1924 e Amsterdam 1928), si affermò con uno striminzito 1-0 messo a segno da Hector Castro, che per tutti era “el Manco”, il monco, per via della mano destra che aveva perduto tredicenne, lavorando come falegname a una sega elettrica.

Anche “el Manco”, che ora era per tutti “el Divino Manco” a suon di gol (come Baggio, il “Divin Cosdno”?) capitò un’avventura dell’ultimo momento nella finale mondiale: il previsto titolare, Juan Peregrino Anselmo, di origine ligure, riviera di ponente, fu colto da un attacco di panico al momento dell’uscita dagli spogliatoi, rifiutò di giocare e Castro lo sostituì, segnando l’ultimo gol della partita, quello del 4 a 2 del risultato finale a favore degli uruguaiani, che è il modo corretto di chiamare quelli che un capriccio linguistico spagnoleggiante di Gianni Brera avrebbe più tardi definito “uruguagi” e il gregge giornalistico gli andò dietro (“come le pecorelle escon dal chiuso”).

Il signor Langenus, quasi quarantenne (era nato in una famiglia della buona borghesia nel 1891 ad Anversa) si era lasciato alle spalle una scrivania piena di scartoffie burocratiche, visto che lavorava come capo di gabinetto del governatorato di Anversa e una notevole esperienza come arbitro sui campi di calcio che aveva prima cercato di praticare come calciatore, con risultati piuttosto mediocri.

Anche come arbitro i suoi inizi non furono facili: al primo esame per ottenere la “patente”, venne bocciato da severi esaminatori britannici che gli posero domande di difficile risposta come “cosa deve fare un arbitro se il pallone viene portato via dal pilota di un aereo in transito sullo stadio dove si sta giocando la partita” o “quale soluzione può adottare un arbitro se uno dei due portieri si siede sulla traversa e si rifiuta di scendere”: evidentemente i “protocolli” che governano gli arbitraggi non sono mai stati troppo realistici né chiari.

Promosso da ripetente, si fece una notevole esperienza arbitrando la domenica anche tre partite in un giorno solo, spostandosi per le città in bicicletta. Per essere sicuro del fatto suo, si presentava in campo armato del fischietto e di tre orologi, con i quali, però, faceva confusione e le partite che dirigeva erano a durata variabile.

A Barcellona era salito a bordo del “Conte Verde”, il piroscafo italiano che avrebbe portato in Uruguay tutta l’Europa impegnata nel primo mondiale. Era un’Europa sparuta, giacché molte nazionali non volevano affrontare i costi del viaggio né il problema dei “permessi” per i calciatori, che al tempo erano lavoratori dipendenti e che non riuscivano ad ottenere dai “padroni” due mesi di aspettativa per inseguire un pallone. Così, oltre al rifiuto dei britannici pe ragioni ideologiche (“siamo gli inventori del calcio e dunque i campioni del mondo siamo noi di diritto”), gli organizzatori scontarono molte altre defezioni, fra le quali quella dell’Italia, che dunque quella volta non partecipò “volontariamente” alla fase finale dei mondiali, non fu colpa né della Svezia né, udite udite, della Macedonia del Nord.

Sul “Conte Verde” viaggiarono la Romania, la cui squadra era stata selezionata direttamente dal re, il Belgio e la Francia, oltre a tre arbitri compreso Johan Langenus ed al presidente mondiale del calcio, Jules Rimet, il quale portava con sé il trofeo d’oro massiccio (un chilo e ottocento grammi il peso) che avrebbe consegnato alla nazionale vincitrice. Passando per Rio de Janeiro, il “Conte Verde” imbarcò anche la nazionale del Brasile. Gli altri europei, gli jugoslavi, viaggiarono per loro conto salendo a Marsiglia su una nave a vapore, il “Florida”.

Il giorno della finale, ottenuti la polizza, la scorta rinforzata, la nave con i motori accesi in porto e l’accesso allo stadio, il signor Langenus dovette risolvere un altro enigma: argentini e uruguayani avevano portato ciascuno il proprio pallone e con quello volevano disputare la finale. Il burocrate belga, in versione Salomone, stabilì che i palloni si sarebbero alternati un tempo ciascuno, prima l’argentino e poi l’uruguayano che era più pesante.

L’Argentina chiuse il primo tempo in vantaggio di 2 a 1, ma con il pallone amico l’Uruguay segnò tre volte e divenne il primo campione del mondo della storia. A Buenos Aires i tifosi delusi assalirono il consolato uruguayano, Langenus era già in navigazione verso la scrivania di Anversa. Avrebbe arbitrato ancora partite mondiali sia nel 1934 che nel 1938. Poi si dette alla letteratura e al cinema: ha scritto libri di memorie sulla sua vita da arbitro e sceneggiato un film di soggetto calcistico.


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