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CIAO Diego. Se dovessi parlare del calciatore dovrei dire che mi hai preso in contropiede. Non è da te. Ero lì che mi rallegravo per l’operazione alla testa andata bene, dicevo fra me e me finalmente un po’ di fortuna per Diego. E invece no. Sei fuggito.

Ho raccontato i tuoi gol più belli, il superbello a Città del Messico, il 22 giugno dell’86, quando hai fregato gli inglesi delle Falkland non con la mano de Diòs ma con quell’incontenibile slalom-gol – fors’anche in contropiede – che ancora vien cantato come un inno da Munoz a Radio Rivadavia. E tu alla fine, raggiante, cantavi (ero con te, io potevo, a scrivere insieme il pezzo del giorno che ti pagavo alla grande) “Las Malvinas son Argentinas”.

Ciao Diego. Se dovessi parlare del calciatore vitaiolo mi farei una bella risata – e tu la tua – dicendoti che Pelè stavolta ti ha fregato. Lui ha fatto gli ottanta l’altro giorno, un po’ decadente, come me, Diego, che ho i suoi anni: ma è lì, impavido, e all’anagrafe di Très Coraçoès cantano “Pelè è meglio ‘e Maradona”. Tu sessanta, subito rovinati dal cervello ferito, dal ricovero, dalla paura che quest’anno di m… ti portasse via. Hai avuto un rinvio.

Con te, Diego, ho avuto una fortuna che adesso pago il doppio, perché in realtà del calcio chissenefrega, di Pelè tantomeno, perdio ho perso un amico; peggio, un amico ritrovato. Perché dopo quella storia della droga avevamo rotto: tu mi davi dell’ipocrita perché avrei dovuto rimproverare anche quel mitico industriale del Nord che tirava di coca e io no, io ti dicevo che quello non era un ambasciatore dell’Unicef come te. Dopo due giorni sparivano i cartelli pubblicitari della nobile società benefica. E sparivi anche tu. In Argentina, dove ci odiavano perché – dicevano – noi Italiani ti avevamo rovinato. Mica Gentile, mordendoti i garretti al Sarrià, no: noi italiani che ti avevamo consentito tutto. Anche di distruggerti.

Chiudemmo ogni rapporto, negli Usa, nel ’94, quando quell’infermiera ti portò fuori dal campo e tu sparavi al mondo due occhiacci da far paura. E io ti dissi ch’eri Pinocchio imbrogliato dal Gatto e la Volpe. Mi tirasti una scarpa, feci la fine del grillo parlante. Tacqui per 12 anni. Poi una sera, a Monaco di Baviera, alla vigilia di Italia-Germania, un collega della Rai mi dice che sei al “Calabrone”, il ristorante del mio albergo. “Vieni a dargli un saluto… Poi una bella intervista…”. “Non ci parliamo da anni…”. “Uno deve cedere… provaci tu…”. Era passata la mezzanotte. Entrai, ti vidi a capotavola, c’era anche Batigol. Mi fermai sulla porta, pronto a ritirarmi, poi sentii la tua voce, una cantatina sfottente e amica insieme: ”Forsa Bolonia”, proprio come il Petisso, ricordi? Ti sei alzato, mi sei venuto incontro con un bel sorriso, ci siamo abbracciati e ci siam messi a piangere come due ubriachi.

Ti abbraccio anche oggi, e piango, Diego mio. Ma poi sorrido. Sarai vivo per sempre.


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