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AVEVA fretta di arrivare, Diego. Dappertutto, prima di tutti: quando salì le scale dello stadio San Paolo il 5 luglio del 1984, già sognava il giro d’onore per il primo scudetto; quei tre anni dovettero essergli sembrati lunghissimi, interminabili. Stava cancellando sessant’anni di annate di assestamento e non poteva aspettare oltre. Era la sua mission, il compito che il dio pallone gli aveva affidato: vincere il campionato italiano, per la prima volta a Napoli. Impossibile contravvenire alla volontà della divinità più laica, la disobbedienza non era consentita neppure a lui, al re dei disobbedienti.

Le regole non avrebbero mai fermato il suo genio, la fantasia non tollerava freni. Né, tantomeno paragoni: in allenamento, nei primi mesi della stagione napoletana, vedevano lui ed evocavano Sivori, quello con la stessa maglia numero 10 e i calzettoni eternamente abbassati, in segno di sfida verso chi sognava solo di segnargli i polpacci. “Sivori faceva il giro del campo palleggiando con un’arancia”: la frase, tra il trasognato e la immortale nostalgia, era quasi una cantilena, accompagnava da un sorrisetto provocatorio. Ci mise qualche mese, Maradona, per concedere la risposta sulla quale nessuno avrebbe mai dubitato. Il percorso fu compiuto senza esitazioni, e da quel giorno Sivori non fu più termine di paragone. Cancellato come forse Diego non avrebbe mai voluto e come certamente non aveva voluto fino ad allora.

Anche questo era DiegoArmandoMaradona, scritto tutto di seguito perché lui era così, grandissimo, con due nomi imponenti e un cognome di quelli che sui giornali chiedevano il titolo a tutta pagina, l’unico che tollerasse dimensioni così rotonde. Diego e Napoli erano una sintesi perfetta, che solo un’alchimia malvagia avrebbe potuto scindere. Trentasei anni dopo quella prima volta, la gente, la sua gente è tornata allo stadio quando ha saputo che lui non sarebbe più tornato. Conta poco anche il dettaglio che la maggioranza di quanti hanno conquistato il prato del San Paolo non erano ancora nati quando fu ufficializzato l’acquisto nel quale il resto d’Italia non aveva mai creduto. Hanno voluto esserci, nel nome del padre, del nonno, di quanti da sempre hanno raccontato le gesta dell’Immortale.

Il Centro Paradiso, a Soccavo, non era blindato come Castelvolturno, il viaggio valeva sempre la pena di essere compiuto, ci sarebbe stato spettacolo comunque. Se Diego ci fosse stato (e la presenza non era mai scontata) avresti visto colpi che neppure al Festival del Circo avresti potuto mai ammirare: palleggi contro ogni canone della fisica, rovesciate che – raccontavano i nonni – neppure Piola, il re delle sforbiciate avrebbe mai ripetuto con tanta metodica precisione. Un allenamento restava memorabile come un gol allo stadio. Un’equazione ineguagliabile solo nel caso di quel Napoli-Juventus del novembre del 1985. Un gol che hanno visto tutti, anche i ragazzi del 2000, roba di un altro secolo. Provate a rivederlo: la traiettoria della palla segue una linea che non potresti mai ripetere in un disegno. Ricorderebbe l’opera di Picasso, non un gol di un calciatore. Quella vittoria fu il segno di un prodigio che non poteva non verificarsi. Successe un anno e mezzo più tardi, appena in tempo per evitare che si radicasse il Milan dei fenomeni, il più grande torto che potesse essere fatto al Napoli e ai napoletani.

Soprattutto Maradona non poteva sopportarlo: vinse (quasi da solo) anche il secondo scudetto, prima della fuga, inevitabile e mai metabolizzata. Poi scomparve, senza salutare. Non avrebbe potuto aspettare. Aveva fretta, troppa fretta.

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