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Dario José dos Santos

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“Io dovevo pensare a segnare, mica potevo perdere tempo per imparare a giocare a pallone”, diceva a fine carriera Dadà, al secolo Dario José dos Santos, nato il 4 marzo 1943, lo stesso giorno di Lucio Dalla e della canzone che s’intitolava “Gesù Bambino” ma fu cambiato dalla censura bigotta del Sanremo dell’epoca in cui non c’erano né Achille Lauro né Madame: era il 1971, il Sessantotto era ancora in corso, e del resto la censura del Festival avrebbe avuto forbici più lunghe delle mani di Edward nel film di culto, se ancora nel 1982 Vasco Rossi doveva pensare di andare al Messico, di andare al massimo, per vedere se laggiù tutti “andassero a gonfie vele” anziché soddisfare l’originaria curiosità che era quella di scoprire se tutti “masticassero foglie intere”; e ancora nel 1994, quando la Seconda Repubblica e il Berlusconismo erano ancora in gestazione, Enzo Jannacci dovette rassegnarsi a tirar via due parole dal testo de “I soliti accordi” i cui versi primigeni recitavano, in un passaggio, “in fondo alla strada/ ci son tre ladroni/ sembravano onesti, sembravano buoni/ eran solo furboni/ il primo strillava ‘Forza Italia'”; le due parole erano lo strillo che Jannacci sostituì in una serata con “Forza Thailandia” e nella seconda con “Viva Baudo” irridendo il SuperConduttore SuperPippo.

Dario a quel Dadà aggiungeva di suo, mettendoglielo davanti, il titolo di Rei, il Re, che per la verità spettava solo, in Brasile e in ogni altrove del mondo e del pallone, a Pelé, oppure, e questa volta ne faceva un seguito, la parola Maravilha, di intuitiva traduzione. Dario era un immaginifico: si definiva anche “Peito de Aqo”, “Petto d’acciaio”, alludendo più alla forza fisica personale che non all’assonante “Patto d’acciaio” che l’Italia fascista e la Germania nazista siglarono nel maggio 1939 e che Mussolini avrebbe voluto chiamare “Patto di sangue”, che poi si sarebbe rivelato sangue infetto.

Un altro nomignolo che a Dadà piaceva darsi era “Beija Flor”, che sarebbe il colibrì per i portoghesi e dunque per i brasiliani, la famiglia di uccellini che comprende più di 350 specie: pesano tra i due grammi e mezzo ed i sei e mezzo, sono lunghi fra i 6 e i 12 centimetri, sono capaci di battere le ali fra le 12 e le 80 volte in un secondo, il che consente loro di restare fermi in aria in volo ed era questa caratteristica che sembrava a Dadà Maravilha che lo accomunasse a loro. Diceva: ci sono tre cose capaci di star ferme nel cielo, l’elicottero, il colibrì e Dadà. Era famoso per i suoi gol di testa. Tre erano anche, a suo dire, i Poteri: “Dio in cielo, il Papa in Vaticano e Dadà nell’area di rigore”.

Il suo era il Potere del gol. Ai pallottolieri che ne fanno la conta ne risulterebbero 926. Il condizionale è obbligatorio: alla fine è “la somma che fa il totale” per dirla con Totò. Ma quali sono gli addendi? Valgono solo i gol segnati in partite ufficiali? Le reti amichevoli vanno calcolate o meno? E siamo certi di conoscere il referto di ogni match e che sempre ne esista uno? In Brasile, comunque, sostengono che più di Dadà ne abbiano segnati soltanto Pelé (1281) e Romario (1002), Dadà nel raccontarli sosteneva di averne segnati 499 di testa (il colibrì) e diceva che non sapeva quale designare come il più bello, “perché non c’è un gol brutto: brutto è solo non segnare”.

Quel Potere Dadà lo conobbe da adolescente. Aveva altro cui pensare, quando era ancora un “menino”, un bambino di strada nella sua favela, il Morro da Providencia, il luogo sulla baia di Guanabara dove i reduci dalla Guerra di Canudos, a fine Ottocento, avevano costruito le loro povere baracche occupando un terreno pubblico per protesta contro il governo di allora che non aveva costruito le promesse abitazioni: è di molti governi promettere e non mantenere…

Quello cui Dario José doveva pensare era come sbarcare il lunario. C’era da rubare, da sfuggire alla polizia, da correre velocemente, da saltare qua e là, azioni queste ultime che gli furono d’insegnamento per quando scoprì il pallone e il calcio: al riformatorio.

Cominciò con una squadretta che si chiamava Campo Grande: niente di che, ma un osservatore dell’Atletico Mineiro ebbe l’occhio lungo e gli dette la stessa maglia che, per non citarne che uno, avrebbe indossato poi anche Ronaldinho. Nella carriera oltre a queste due ne avrebbe collezionato altre quindici compresi il Flamengo e l’Internacional di Porto Alegre. Quella verdeoro della Seleçao fu sua sei volte: la settima non la indossò mai. Era la numero 20 del Brasile campione del mondo nel 1970, in quella squadra che era stata pensata dal tecnico Zagalo per non avere un attaccante tipico ma cinque numeri 10, Gerson del San Paolo, Pelé del Santos, Rivelino del Corinthians, Tostao del Cruzeiro e Jairzinho del Botafogo. Il 10 dei 10 fu di Pelé. La maglia numero 20 che restò nel cassetto e nel cellophane non era, dicevano i maligni, la scelta di Zagalo.

Era, piuttosto, l’imposizione politica dell’allora presidente del Brasile, Emilio Garrastazu Medici, il generale che aveva appena fatto licenziare il cittì Joao Saldanha che non voleva saperne di Dadà (“Io non scelgo i ministri del presidente e lui non piò scegliere gli attaccanti del Brasile” dichiarò Saldanha) e che, peggio ancora, era stato in gioventù il segretario della Gioventù Comunista. Il nuovo cittì seguì il consiglio presidenziale: convocò Dadà ma non lo fece giocare neppure un minuto in partita. Però vinse il mondiale, ed al generale presidente il titolo serviva allo sportwashing molto più di un gol di Dario.

Il quale, parlando di gol, una volta ne segnò 10 in una sola partita che finì 14 a zero per la sua squadra: chissà se pure quella volta si era masturbato nello spogliatoio, come raccontava di fare ogni volta “per scendere in campo più leggero”. A Messico 1970 non ebbe bisogno di alleggerirsi…


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