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Se vi capita d’incontrarne uno non ditegli mai «grazie mille», la replica potrebbe sorprendervi: «Grazie a te. Però sempre mannaggia… ai Mille». E giù subito a chiedervi cos’abbiano fatto di male i protagonisti della spedizione garibaldina sbarcata a Marsala nel 1860 che la storiografia ufficiale celebra come atto di eroismo, momento cruciale dell’Unità d’Italia, culminato con l’annessione del Regno delle Due Sicilie alla nascente nazione.

Ecco, se il vostro approccio all’analisi degli eventi passati tracima nel dogmatismo, evitate proprio di frequentarli, quelli di “Briganti”, associazione fondata oltre 10 anni fa per portare avanti una “battaglia” per il Mezzogiorno, con l’obiettivo, «di condividere con gli iscritti un percorso comune di consapevolezza che parta dalla storia e approdi all’attualità, ponendo le basi per un migliore avvenire».

Nome più azzeccato non avrebbero potuto sceglierlo. Nella lingua comune “brigante” è un altro modo per definire un malvivente, un fuorilegge. Ma secondo l’associazione, sentita dal Quotidiano del Sud, si trattò «di un’operazione mediatica voluta dai Savoia per mettere in cattiva luce chi lottava per la propria terra. Coloro che divennero briganti furono, invece, i primi partigiani che mal volentieri accettarono un re straniero, invasore delle loro terre».

Una resistenza post-unitaria, una guerriglia portata avanti da chi non vedeva nelle giubbe rosse di Garibaldi dei liberatori ma degli occupanti.

Eccolo qui il revisionismo, parola proibita in un Paese che non riesce a far pace con la propria storia, ma continua, imperterrito a ragionare per compartimenti stagni: bianco o nero, bene o male.

E, tuttavia, se minare all’unità della nazione è un reato, altro è condurre un’analisi storica approfondita, che metta in risalto anche i lati oscuri dell’epoca risorgimentale, alla ricerca di nuove risposte sull’origine del divario Nord-Sud. «Sugli anni del Risorgimento la storiografia ufficiale dice ben poco – sottolinea ‘Briganti’ -. Si parte dal nazionalismo europeo e da lì si giustifica l’unità d’Italia’: arriva l’eroe dalle Americhe chiamato dal re ‘galantuomo’ e si fa la nazione. Nessuno spiega ciò che i Savoia fecero alla Sardegna durante il Regno Sardo-piemontese, prima, e al Sud dopo l’unità».

I libri di scuola, invece, «parlano di un Sud salvato dal tiranno, dalla povertà e dall’analfabetismo. Ma quale tirannia? Perché nessuno spiega cosa era il Regno delle Due Sicilie, la sua struttura, le sue leggi, le sue avanguardie».

Come «le nostre locomotive, che venivano acquistate dai piemontesi, o il telegrafo sottomarino, un primato che lasciò di stucco gli inglesi». Ma anche «san Leucio, dove a tutti erano assicurati istruzione, lavoro e previdenza sociale».

Lo sviluppo industriale, poi, «contava 1.600.000 addetti contro il 1.100.000 del resto d’Italia. L’istruzione primaria era gratuita e presente in quasi ogni comune del Regno. Oltre ad essere presenti numerose università e collegi».

Un Regno progredito e ricco, insomma, che sarebbe stato letteralmente prosciugato dai piemontesi.

«Nel 1860 – raccontano – il ‘Banco delle Due Sicilie’ vantava una ricchezza di 440 milioni di lire in monete d’oro, mentre la ricchezza degli altri Stati messi insieme non arrivava ad un valore di 230 milioni di lire. I titoli avevano un rendimento del 18% mentre il regno piemontese era indebitatissimo». Dall’operazione uscirono «due Italie ben distinte». Un aspetto della quale la storia «dovrebbe occuparsi, invece di concentrarsi sul cosiddetto brigantaggio nei primi anni dell’unificazione».

Sbaglierebbe, però, chi liquidasse la controinformazione portata avanti da Briganti come mero nostalgismo neoborbonico. «Noi – chiariscono – ci riferiamo spesso al passato e parliamo di quanto fatto dai Borbone per far sapere a tutti che abbiamo la nostra storia, i nostri meriti, la nostra avanguardia, che eravamo un Regno ricco, acculturato, potente e non povero, analfabeta e misero. Lo esaltiamo e non lo rinneghiamo. Però vogliamo essere liberi e sudditi di nessuno».

È sul presente, del resto, che bisogna concentrarsi. Spazio temporale nel quale permane il dislivello fra le due parti del Paese. Ma a chi conviene? «Al Nord e alla sua classe dirigente. La politica lombardocentrica, ovviamente, facilita il tutto». E allora perché non replicare al Sud l’esperimento di un partito identitario e territoriale come la Lega di Bossi? «Un sistema coloniale si mantiene in piedi grazie all’apparato mediatico costruito sulle menzogne – osservano -. Se siamo tutti convinti che i meridionali sono criminali, fannulloni e imbroglioni quale partito o gruppo troverebbe il coraggio di prendere le difese di questi? E quale pubblico potrebbe mai appoggiarlo? Oltretutto ogni volta che il Sud ha alzato la testa è stato colpito duramente. Pensiamo alle repubbliche contadine del ’43-44, oppure i moti di Reggio del ’70-’71, descritti in maniera semplicistica dai media e repressi dallo stato italiano».

La resistenza dei nuovi briganti si traduce allora in campagne culturali, politiche, economiche e sociali, attraverso libri, conferenze, attività nelle scuole, promozione delle eccellenze locali e boicottaggi. Ma un ruolo primario nel racconto alternativo delle dinamiche Nord-Sud lo gioca anche la pagina Facebook, capace di raggiungere quota 325mila like. «Abbiamo mosso le coscienze – concludono – nel periodo in cui è nata la nostra pagina, il Sud era ancora fermo nel suo torpore, noi abbiamo semplicemente accesso una scintilla che ha permesso a molti di aprire gli occhi e di agire. Ora in molti leggono, approfondiscono i fatti (non solo storici, ma anche attuali) e si fanno sentire».

Un altro risorgimento, quello del Sud.