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Un uomo del valore e dell’esperienza del banchiere ed economista Pellegrino Capaldo arriva coraggiosamente a sostenere che la soluzione migliore è di abolire tout court le regioni perché una maldestra competizione manderebbe in frantumi lo stato unitario che, forse, non abbiamo mai avuto e che, invece, dobbiamo impegnarci a realizzare al meglio.

Se il professor Capaldo si spinge a fare queste valutazioni, vuol dire che non c’è più spazio per traccheggiare tra invenzioni di sana pianta (residui fiscali delle regioni) e rifiuto apodittico di confronto con la realtà sgradita (trucco della spesa storica e dati regionalizzati del settore pubblico allargato).

Per questo merita attenzione la sua proposta-provocazione e va fatta un’analisi attenta costi e benefici delle regioni, condotta con criteri comparativi omogenei scavando nelle pieghe dei bilanci. Personale, investimenti e assistenza, la ragnatela di controllate e micropartecipate delle controllate con il loro carico di consulenze agli amici degli amici.

Insomma: un viaggio in quelle “terre di confine” dove le regioni si sono già fatte stato e ricalcano, da Nord a Sud, i vizi storici della spesa pubblica in debito, spesso allegra, che minano alle fondamenta le radici costitutive dell’Italia.

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