Uno degli incontri ripresi nell'inchiesta

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La “rete Tatarella” a Milano. Il “sistema Varese” del ras locale di Forza Italia Gioacchino Caianiello. La Buccinasco di cui, per sua stessa ammissione, Giosafatto Molluso di Platì è il “capomafia”, oltre ad avere legami con l’imprenditore Daniele D’Alfonso, il dominus del sistema corruttivo smantellato dalla Dda di Milano con l’inchiesta che ha portato all’operazione “Mensa dei poveri”, con 43 misure cautelari (dodici in carcere) e 95 indagati. È la mappa della nuova tangentopoli.

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Stavolta una tangentopoli in odore di mafia in quanto tra i punti di riferimento bisogna annoverare Platì, nella Locride, casa madre della ‘ndrangheta, oltre che la Platì del Nord, ovvero Buccinasco. Qui opera la famiglia di ‘ndrangheta dei Molluso alla quale convoglia importanti risorse, drenate tramite condotte corruttive ai danni della pubblica amministrazione, il presunto dominus del sistema, l’imprenditore Daniele D’Alfonso.

È lui a trovare il personaggio che rappresenta la sintesi, nella città di Milano ed in Lombardia, di ciò che gli serve per raggiungere il suo obiettivo: Pietro Tatarella, politico già affermato a livello comunale e regionale, pubblico amministratore in posti chiave del Comune e in costante contatto con imprenditori.

L’UOMO GIUSTO

Consigliere comunale e vicecoordinatore lombardo di Forza Italia, nonché candidato alle Europee, Tatarella è “l’uomo ideale”. “Grazie alla “rete Tatarella”, D’Alfonso – scrive il gip Raffaella Marsico – riuscirà a far cambiare drasticamente l’atteggiamento di chiusura che Luigi Patimo (country manager di un colosso come Acciona Agua, ndr) aveva inizialmente manifestato nel prenderlo in considerazione come possibile destinatario delle commesse che la sua società deve conferire in Italia”.

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Grazie all’intervento di Fabio Altitonante, consigliere regionale e sottosegretario con delega all’area Expo, altra figura chiave del mondo politico e amministrativo del Comune di Milano, in passato, e della Regione Lombardia fino all’altro giorno, presentato a D’Alfonso da Tatarella, a Patimo viene prospettata la concreta possibilità di sbloccare la pratica edilizia del villino di proprietà della moglie, la cui ristrutturazione era stata, almeno fino a quel momento, sempre bocciata.

LA MENSA DEI POVERI

Non appena si profila questa opportunità Patimo incaricherà D’Alfonso di finanziare (illecitamente) per suo conto la campagna elettorale di Altitonante alle imminenti elezioni regionali, mettendosi tuttavia nella posizione di debolezza di dover ricambiare il grosso favore operato da D’Alfonso che, prima o poi, andrà a «raccogliere ciò che sta seminando», dice nelle intercettazioni eseguite nel quartier generale della cricca, il ristorante “Da Berti” ribattezzato “mensa dei poveri”. Ovviamente i proprietari dei locali non c’entrano nulla. Un’attività di “semina” assai proficua e che si svolge mentre sono in corso due competizioni elettorali molto importanti e utili, dal punto di vista degli indagati, per farsi amici uomini politici, finanziando illecitamente la loro campagna elettorale, e, dall’altro, per ungere le ruote dei manager pubblici o privati che appartengono allo stesso schieramento e che, in caso di vittoria, verranno riconfermati o promossi.

IL BURATTINAIO

Altro “burattinaio” è considerato l’ex coordinatore provinciale di Varese del partito di Berlusconi, quel Caianiello definito da Diego Sozzani (oggi deputato) come “Jurassic Park”, con riferimento al suo comportamento predatorio. «Perchè lì a Varese Jurassic Park c’è… Spielberg l’ha girato lì il film… vedi come parla…non è timido il Caianiello». Al centro di un “potentissimo network di interessi che avvincono il potere legale a quello illegale, l’economia alla politica”, osserva il gip, che parla di “sistema parafeudale”, Caianiello avrebbe accentrato in Accam s.p.a. la totale attività di gestione e valorizzazione dei rifiuti, escludendo l’impresa che attualmente ha appaltato parte dei servizi, con la mira di gestirli direttamente in house ovvero di affidarli ad imprese di suo gradimento (gli “allineati”).

Il potere di influenza politica di Caianiello è ben scolpito in una conversazione nella quale lo stesso indagato ammette di essere da 30 anni il coordinatore di fatto di FI nella provincia di Varese. Presso l’Haus Garden Cafe, quello ribattezzato l’“ambulatorio”, Caianiello si trova a commentare le motivazioni della sentenza di condanna (definitiva) per concussione e dice al suo interlocutore: «Non avete ancora afferrato il meccanismo…la motivazione della Cassazione è che io ero coordinatore provinciale di Forza Italia…che poi io faccio il coordinatore provinciale di Forza Italia da trent’anni, questo è vero, ma ufficialmente durante i fatti io non ero coordinatore provinciale di Forza Italia, come è adesso, no?… Però oggi il coordinatore provinciale di Forza Italia è Lara Comi, all’epoca io ero, come adesso, ma non ero io. Quindi lasciamo perdere. Però detto questo, ti ringrazio, digli “io lo ringrazio, io la beneficienza la faccio già…”».

IL SEMINATORE

Ma “seminava” anche D’Alfonso. È intriso di metafore agricole il linguaggio dei protagonisti della nuova tangentopoli. «Ho seminato talmente tanto, a tutti ho dato da mangiare», diceva riepilogando i suoi rapporti vischiosi, che a un certo punto diventano rischiosi. L’ultima parte del periodo monitorato registra una vera e propria frenesia di acquisizione di lavori pubblici e privati in cui D’Alfonso sembra, a tratti, perdere il controllo della messe di affari trattati: la sua scarsa lucidità genera le critiche di chi lo conosce da anni, che inizia a prendere le distanze ritenendolo poco affidabile, a differenza del padre, operante nello stesso settore economico, che aveva sempre dimostrato serietà professionale tanto da guadagnarsi il “rispetto” dei vari interlocutori. Sarà proprio il padre di D’Alfonso a dover intervenire di persona per appianare un contrasto sorto con uno degli appartenenti alla famiglia Molluso, assunto alle dipendenze di Ecol-Service s.r.l. L’esuberanza di D’Alfonso rischiava di esporlo a ritorsioni. Perché la ‘ndrangheta alla fine chiede sempre il conto.

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