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Le nuove Gepi del terzo millennio. Il modello dell’ex carrozzone pubblico che rilevava aziende decotte è è la nuova moda dalle regioni del Nord che staccano assegni e versano contributi di miliardi di euro per sistemare gestioni disastrose delle aziende partecipate. Come la milanese Asam (gestioni autostradali), istituita dalla provincia di Milano e due anni fa posta in liquidazione.

LEGGI L’INCHIESTA SULLE SOCIETÀ PARTECIPATE DEL NORD VAMPIRE CHE DISSANGUANO IL SUD

Poche settimane fa la Regione Lombardia ha rilevato il 52% della concessionaria nell’ambito di un piano di riorganizzazione delle partecipate degli enti locali. Asam ha avuto il triste primato di essere la partecipata ad aver accusato le maggiori perdite negli ultimi cinque anni di attività. Oltre 160 milioni tra il 2012 e il 2016. Soltanto la romana Atac ha fatto peggio nella galassia delle società pubbliche.

E riuscire a perdere soldi nella gestione delle autostrade è da record. Basti pensare che tra le partecipate pubbliche il margine operativo netto in media è del 27,4% nel segmento delle gestioni autostradali contro il 14% delle multiutilities o il 19% degli aeroporti. Questo trend fa lievitare la spesa a carico dei contribuenti. Non solo. Vanifica tutti i tentativi di mettere sotto controllo la galassia delle partecipate degli enti locali.

Il tentativo governativo di tagliare la spesa pubblica attraverso la drastica riduzione delle partecipazioni che fanno capo alle amministrazioni locali, sta miseramente fallendo. Lo ha ammesso lo stesso Tesoro poco meno di una settimana fa. La metà dei Comuni e degli enti pubblici che hanno azioni o quote di società esterne, hanno candidamente dichiarato di non avere alcuna intenzione di procedere alla “razionalizzazione” di queste partecipazioni. Per loro, sono fonte di ricchezza: sociale, nella migliore delle ipotesi, perché possono piazzare i loro amici e colleghi sulle poltrone chiave, economica in senso stretto per le ovvie conseguenze derivanti dai lavori a loro affidati.

Le partecipate infatti sfuggono alle maglie sempre più strette di controllo della spesa pubblica. Il ministero del Tesoro nel fotografare la modalità di affidamento dei servizi da parte di queste società, ha rilevato che nel 94% dei casi avviene direttamente e solo per un misero 6% attraverso una gara d’appalto. Su oltre 8.600 società censite superano quota 3.200 quelle alle quali gli enti locali hanno affidato i servizi. Poicé più amministrazioni possono ricorrere alla medesima partecipata gli affidamenti alle partecipate sfiorano quota 17mila. È facile immaginare fin dove le amministrazioni pubbliche sono in grado di arrivare. In effetti, basta leggere le cronache giudiziarie, purtroppo solo la punta dell’iceberg.

IL CASO VERONA

La capacità delle partecipate di moltiplicare le poltrone sotto il sedere dei politici di turno e dei loro amici è da libro di scuola. Negli anni si è così affinata da diventare un’arte, consacrata persino dentro le mura di molti municipi che hanno dato il loro nome, autonomo o condiviso, a un assessorato. Come a Verona. Dal 2017 il sindaco della città veneta è Federico Sboarina mentre l’assessore Daniele Polato ha la delega per la gestione delle Partecipate. È successo che il Centro di educazione artistica “Ugo Zannoni” (Cea), nato nel 1995 con il Comune socio fondatore e di cui il sindaco è presidente, non presenta più i bilanci.

Il motivo è che i resoconti del 2017 e del 2018 non sono stati approvati. Eppure, in barba a ogni regola di buona gestione, il Comune ha staccato un assegno al Cea da 10.500 euro. A quale titolo non è dato saperlo o almeno Flavio Tosi, ex primo cittadino della città scaligera ora consigliere di minoranza, non lo sa. Tosi però denuncia l’accaduto, lo fa adesso perché pur avendo chiesto di accedere agli atti lo scorso febbraio, gli è stato concesso solo nei giorni scorsi. Ciò che è saltato fuori è che i bilanci dei due anni non siano mai stati approvati perché mancava un revisore dei conti.

“Il Cea da due anni non presenta e non approva i bilanci ma intanto riceve soldi dallo stesso Comune – dice Tosi ai microfoni di Verona Network – Questo è contro le regole e ne sono responsabili oltre a Sboarina, l’Assessore alle Partecipate Polato e l’Assessore all’Istruzione Bertacco, delegato al Cea da Sboarina. Questa vicenda si aggiunge alla disastrosa gestione degli enti partecipati dell’amministrazione Sboarina tra il buco di oltre due milioni di euro in Amia, il caso Croce in Agsm e il controverso licenziamento della Motta in Agec che è costato un sacco di soldi ai cittadini veronesi”. Tra i casi di rilievo quello di GTT, Gruppo Torinese Trasporti, che è riuscito finalmente a chiudere un bilancio in pareggio, quello del 2018.

Secondo il report dell’Ufficio Studi di Mediobanca l’azienda torinese è ai primi posti nel trasporto pubblico locale in Italia per contributi pubblici. Tra il 2015 e il 2016 ha incassato oltre 450 milioni e nel periodo 2012-2016 tra contributi e imposte ha superato 1,2 miliardi, collocandosi subito dietro a Atm e Atac. Non solo. Al pari dell’Atac ha tagliato i servizi offerti, furba scorciatoia per abbassare i costi e migliorare i margini di gestione. Tanto chi compra l’abbonamento paga sempre la stessa cifra, magari si becca anche l’aumento. La Trentino Trasporti invece ha il triste primato dei minori ricavi dal mercato. L’azienda incassa solo il 14% il resto sono lauti contributi pubblici, oltre 2 miliardi di euro in cinque anni, un autentico primato. Anche la malandata Atac riesce a fare meglio, quasi il 30% di ricavi dal mercato. Nel trasporto pubblico locale emerge inoltre che oltre ai saldi di bilancio, è indicativo che le aziende del Nord incassano maggiori contributi pubblici. Alla Trenord i corrispettivi e contributi per dipendente superano i 100 euro.

A titolo di confronto all’Amat di Palermo si fermano 43 euro per ogni dipendente. Al secondo posto figura Ferrovie Nord Milano con 75,4 euro, poi Brescia Mobilità con 75,1 euro e Trentino Trasporti esercizio con quasi 72 euro a dipendente. C’è poi il caso Finpiemonte tornato sotto i riflettori della cronaca recentemente. La finanziaria della Regione si era trasformata in intermediario finanziario iscritto nell’Albo della Banca d’Italia. La Commissione d’indagine conoscitiva del consiglio regionale ha concluso che la Regione è parte lesa in una truffa sulla quale ora indagherà la magistratura. Un mese fa intanto la Guardia di Finanza ha sequestrato beni per 12 milioni di euro all’ex presidente della Finpiemonte Fabrizio gatti e all’ex direttore generale Maria Cristina Perlo, coinvolti in un’inchiesta per peculato.

Ancora conti in rosso per la Banca Mediocredito del Friuli che ha archiviato il 2018 con un risultato negativo di 2,4 milioni. L’istituto è entrato nella holding Iccrea ma più che i conti in tempi recenti ha fatto scalpore l’operazione condotta dal Gico del nucleo di polizia economico finanziaria delle Fiamme Gialle di Trieste su possibili infiltrazioni camorristiche. Ma c’è anche un’altra indagine in corso che riguarda la cessione di crediti deteriorati, nell’ambito di una inchiesta avviata nel 2017 su iniziativa della procura di Udine per fare luce sul fallimento a catena di oltre 100 aziende finanziate dall’istituto friulano. Nell’allegra gestione elle partecipate del Nord, un posto al sole va di diritto al Casinò de la Vallé. Per evitare il disastro ha giocato la carta del concordato preventivo alla fine dell’anno scorso dopo un precedente tentativo bocciato dal Tribunale di Aosta.

La società controllata interamente dalla Regione Valle d’Aosta che gestisce il casinò di Saint-Vincent genera perdite a livelli record. L’ultimo bilancio mostra un rosso da 53 milioni, dopo aver accumulato oltre 160 milioni di perdite nei cinque bilanci precedenti. E sugli anni di gestione allegra sono stati riuniti in una maxi inchiesta quattro filoni di indagine. È una delle tante storie di ordinario disastro nella galassia delle partecipate pubbliche del Nord.

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