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TUTTO è precipitato la sera dell’8 marzo, non appena il Governo ha deciso di “chiudere” la Lombardia e altre province limitrofe: quella sera, colte dal panico, decine di migliaia di meridionali emigrati al Nord hanno preso una decisione irrazionale, emotiva, scomposta: preparare le valigie, dirigersi verso la Stazione Centrale di Milano e prendere d’assalto i treni diretti verso Sud. Una scelta irrazionale, emotiva, sicuramente sbagliata, ma umana, umanissima. Una decisione dettata da un istinto ancestrale, quello di “tornare a casa”, di scappare in un posto sicuro, che poi è sempre La Casa, lì dove si è nati e cresciuti. È stato un momento drammatico, che ha scatenato la riprovazione delle autorità, l’indignazione dei meridionali (“Bravi, ora il coronavirus lo portate qui e farete morire i nostri genitori e i nostri nonni”) e i soliti stereotipi sulla mancanza di senso civico dei meridionali. Accuse dure, anche giuste, ma che non hanno previsto il seguito. Infatti decine di migliaia di meridionali, scendendo alle stazioni dei pullman e dei treni del Sud, si sono visti interrogati, segnalati, redarguiti; molti, la maggioranza, si sono “autodenunciati”, decidendo, in autonomia, di mettersi in quarantena. Perché, a mente fredda, hanno capito che quando scoppia un’epidemia non esiste La Casa; e, soprattutto, che le epidemie si rafforzano proprio a causa dell’istinto di fuga, come ben descrisse Manzoni. Istinto, sia detto per inciso, per niente ridicolizzabile, nonostante i tanti sermoni illuministici e zen elargiti in ogni dove a chi quella sera ha pensato, sbagliando, di mettersi al sicuro, poiché si tratta dell’umanissimo istinto di fuggire dalla morte.

Da quella sera il Sud ha capito, ha visto in faccia il problema. Fino a quel momento lo vedeva e non lo vedeva; invece grazie a quel “nostos” tumultuoso ha preso atto che doveva attrezzarsi, e affrontarlo con tutta la serietà e la saggezza di cui è capace. Da quel momento il Sud, da finto moderno, è ritornato, di colpo, antico.

L’Italia tutta conosce storicamente la sofferenza. Ma il Sud la conosce un poco meglio, perché alla sofferenza, molto spesso, ha anche dovuto pulire le scarpe. Ecco perché i meridionali non ci giocano, con i pericoli, perché di fronte ai pericoli scatta in loro una spaventata memoria inconscia, reminiscenze di antichi flagelli e di vecchie umiliazioni. Chi ha molto sofferto, il pericolo lo fiuta immediatamente. Ecco perché un popolo che viene sempre descritto come superficiale, disimpegnato, lassista, incivile, ecc., di colpo si è messo sull’attenti, e ha adottato immediatamente comportamenti virtuosi, ubbidienti e prudenti. Anche i politici, che negli anni di quiete si divertono a litigare e a insultarsi, di colpo hanno cambiato pelle, e hanno tirato fuori un decisionismo da far invidia al pragmatismo del Nord.

Anche un’altra cosa abbiamo scoperto: che non è vero, come tutti dicono, che gli ospedali del Sud sono da terzo mondo. La Campania e la Puglia, per esempio, sono Regioni attrezzate, con punte di eccellenza che solo una narrazione autolesionista ha impedito di far conoscere al resto del Paese; le altre Regioni hanno oggettivamente delle criticità, ma siamo certo che sapranno in tempi brevi essere all’altezza di questo grave momento. Si vorrebbe dire questo, e lo si vorrebbe dire senza retorica e senza connotazione etniche: il Sud è pronto. È pronto a starsene chiuso in casa, a rispettare gli ordini del Governo (perché quando il Governo dice cose serie e coerenti, il meridionale è il più ligio dei cittadini), ad ascoltare i consigli degli esperti e a mettere in campo slanci solidali che anche a queste latitudini sembrano sopiti, ma che emergeranno ruggenti non appena la situazione si dovesse aggravare. E poi ci soccorrerà una sapienza antica, profonda, che porta a dire frasi come “se abbiamo sconfitto la spagnola e il colera ce la faremo anche adesso”, che non è fatalismo irresponsabile, non è disimpegno strafottente, ma realismo composto, di chi ha imparato dalla storia che il male ha un solo nemico: il tempo. Il tempo è sempre contro il male, e lo fiacca, lo estenua, infine lo debella. Si chiama resistenza; ma si chiama anche consapevolezza che “più scuro di mezzanotte non può fare”.

Tutti temono la crisi economica che verrà, la gigantesca recessione nella quale svaniranno tonnellate di benessere e di privilegi. Anche i meridionali lo sanno, e sono preoccupati. Ma al fondo di ogni meridionale c’è sempre stata una diffidenza, non sempre espressa, per un sistema economico fondato sul profitto e sul lavoro come orizzonte esistenziale. È una “filosofia” con molti limiti, ma che in situazioni come queste aiuta a rendere meno luttuosa una vigilia di caduta economica. Perderemo tutto? Ci adegueremo. Faremo non come si vuole, ma come si può. Ci accontenteremo. Solo alla morte non c’è rimedio, ecco. Perché sono secoli che su questa terra i meridionali non trovano pace: una volta si chiama latifondo, una volta emigrazione, una volta malaria, una volta mafia, ‘ndrangheta e camorra, una volta disoccupazione. Cambiano i nomi ma la sostanza non cambia.

Ma il Sud è la terra delle Quattro Giornate di Napoli, dei morti scavati con le mani in Irpinia nel 1980, di Falcone, di Borsellino. C’è sì tanta paura al Sud, tanto sgomento, tanta preoccupazione per quel che potrebbe accadere nei prossimi giorni. Ma non ci sarà nessuno, domani, che potrà dire che al Sud non si è fatto fino in fondo la nostra parte come al Nord, la cui grande civiltà stiamo ammirando, non senza commozione e solidarietà, nelle trincee di Lodi, di Bergamo, di Cremona, ecc., dove pure una marea di infermieri e dottori sono andati a prestare la propria opera, magari perché al Sud – e mi auguro che questa epidemia aiuti a debella per sempre quest’altro male – sono stati “scavalcati” dai raccomandati.

Ai politici si vorrebbe dire questo, proprio oggi: raccomandate pure dove si spostano le sedie e dove si spolverano i tavoli, ma non raccomandate più dove si mettono le mani nel cuore aperto delle persone; perché quando le persone vanno in ospedale sono in ginocchio per paura, per dolore, per smarrimento di tutto. Si vorrebbe dire anche un’altra cosa: che forse non è più il caso di diramare statistiche entusiastiche sull’età media dei morti da coronavirus. Dia un grande segnale, il Sud, su questo tema: un segnale di civiltà a una società volgarmente giovanilista. I vecchi, i nostri vecchi, sono i nostri padri, sono i nostri nonni, sono coloro che tengono aperte e calde le case anche quando siamo lontani, in cerca di maledetta fortuna in giro per il mondo, ma che poi sogniamo di colpo quando viene buio, quando viene paura, quando stiamo per crollare. I nostri vecchi hanno mantenuto accese le nostre case e le nostre camere anche quando ci riempivamo la bocca con parole come “apericena”, “master”, “smart”, “glam” e “cool”, ma non dobbiamo ricordarcene solo quando arriva lo sgambetto della vita. Si può benissimo essere moderni senza essere tracotanti, sbruffoni, ridicoli, ingrati, parvenu, come quei meridionali che usano cadenze milanesi per sottolineare un affrancamento. Per troppo tempo al pianto abbiamo preferito il piagnisteo, al dolore il lamento, al sacrificio il vanto, alla serietà l’esibizionismo, alla dignità l’assistenzialismo.

Se anche dovesse essere una guerra, la combatteremo con le eccellenze della scienza e con le armi del nostro antico carattere, con Voltaire nella mano destra e Tommaso Campanella nella mano sinistra. “Calati juncu ca passa la china”, diciamo noi meridionali. La piena passerà. Ma il Sud c’è, il Sud è pronto.

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