La Corte dei Conti

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LA POLITICA che dovrebbe fare un passo indietro e riconoscere l’autonomia della magistratura vorrebbe farne due avanti per entrare a piedi uniti nei criteri di reclutamento dei giudici della Corte dei conti. Risultato: i togati contabili scendono sul piede di guerra e promettono battaglia. «E’ in gioco la nostra indipendenza» protesta l’associazione dei magistrati di via Baiamonti.

IL CASUS BELLI

Il casus belli sono alcuni emendamenti infilati in extremis dalla minoranza nell’iter di conversione della legge del Milleproroghe. Poche righe, il classico blitz comandato a distanza per compiacere una componente o l’altra della magistratura e fatto passare sotto silenzio. Potrebbe avere un effetto «deflagrante» denunciano i giudici. Il presidente dell’associazione, Luigi Caso, ha preso carta e penna e ha inviato al ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luigi d’Incà, una lettera riservata. Parole di fuoco. Girate per conoscenze ai consiglieri magistrati della Corte. Caso spiega punto punto le incongruenze contenute negli emendamento all’articolo 23, recentemente pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Viene proposto, ad esempio, il reclutamento nei ruoli del personale della magistratura di 25 unità per i posti rimasti disponibili. E fin qui nulla di strano. La Corte dei conti è sotto organico. Dei 600 posti ritenuti necessari sono coperti solo 400. Il fatto è che a indicare i 25 nuovi consiglieri dovrà essere la Conferenza permanente delle Regioni e delle Province autonome. I politici avranno l’ultima parola. «In assenza di una qualsiasi procedura concorsuale – si legge nella lettera, recapitata al ministro – ma, addirittura, senza che siano richiesti particolari titoli di studio, ovvero requisiti professionali». Poco meno di una nomina ad personam, insomma. Per di più calata dall’alto. Con effetti collaterali che, qualora gli emendamenti dovessero andare a buon fine, potrebbero essere pesantissimi, come si spiega ancora nella missiva di Caso, perché questa modalità «assumerebbe, qualora applicata ad una magistratura fortemente specializzata e con ridotto organico, com’è per l’appunto la Corte dei conti, una valenza deflagrante, con conseguente lesione del diritto dei cittadini a vedere affidata la tutela delle risorse pubbliche ad un giudice pienamente terzo ed indipendente».

LA LEVATA DI SCUDI

E’ solo l’inizio di una levata di scudi. E non è la prima volta che la magistratura contabile è costretta a scendere in campo per difendere la propria indipendenza. Troppo spesso la politica mal sopporta i controllori, dimostra insofferenza e fastidio. Le obiezioni sollevate dagli emendamenti all’articolo 23 del decreto sono altrettante spie che si accendono. L’associazione guidata da Caso rileva profili di incostituzionalità e illegittimità sia sulle nuove modalità di reclutamento, a cui si è accennato finora, sia in una postilla – comma 1 – talmente breve da apparire innocua: «La funzione di magistrato della Corte dei conti è incompatibile con quella di giudice tributario». Dove oltre a sollevare i soliti dubbi di incostituzionalità, si rilevano anche disposizioni che risulterebbero divisive per la magistratura.

LE LOBBY

Va da sé che il gioco degli emendamenti è spesso solo il risultato di pressioni. Di lobby che ottengono così il loro riconoscimento. Mai come in questo caso rivelano però «“una estemporanea conoscenza delle norme che regolano le funzioni della Corte», sostiene sempre l’associazione, che manifesta tutto «il proprio sconcerto». Il controllo preventivo sugli appalti è uno dei temi più controversi. Faciliterebbe il lavoro dei funzionari sollevandoli da molte responsabilità, accelererebbe l’iter a volte lunghissimo per via delle procedute contorte. Senonché il controllo – lamentano i togati contabili – rischia di restare solo “facoltativo”, lasciando all’amministrazione controllata la scelta di sottoporsi al vaglio di legittimità della Corte.

IL PASTICCIO

Come spiegare tanta superficialità nell’affrontare temi così strategici e delicati, si chiedono ancora i magistrati della Corte? «Ravvisiamo l’esigenza che gli interventi che riguardano la nostra magistratura non siano estemporanei, ma siano frutto di un confronto approfondito sulle varie tematiche» è la richiesta del presidente Caso . Trattandosi di emendamenti della minoranza – per lo più della Lega – è presumibile che nonsaranno incorporati nel testo. C’è però il fondato sospetto che il Relatore al disegno di legge possa accogliere quello in cui si propone l’attribuzione a una sezione centrale la funzione consultiva attualmente di competenza delle sezioni regionali. Un emendamento, tra l’altro, simile in tutto e per tutto a un altro già presentato e respinto in Commissione nell’iter di approvazione della Legge di Bilancio. Anche in questo caso l’associazione sostiene che si configurerebbe una ulteriore censura di incostituzionalità, «perché si verrebbe ad abolire un’ importante innovazione prevista dalla Legge La Loggia in attuazione della riforma del Titolo V della Costituzione». Senza dire che in questo modo si verrebbero a instaurare dei rapporti gerarchici tra magistrati, ledendo il principio di continuità territoriale tra gli enti locali e le sezioni regionali. Un pasticcio, insomma. Meglio evitarlo.

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