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È tornata l’ora dei giovani? Il fenomeno delle sardine, non sappiamo ancora quanto destinato a durare, ha dato il segnale di un possibile ritorno al centro della scena delle nuove generazioni. Era dal mitico Sessantotto che non si assisteva ad un fenomeno simile, perché gli indiani metropolitani, il ’77, la “pantera” non avevano avuto quella caratteristica di “pronunciamento” di una generazione che apertamente dichiarava di voler cambiare strada rispetto all’andazzo politico corrente.

Ora l’inchiesta di questo giornale rivela che il fenomeno del risveglio generazionale tocca anche il Sud e che ha il suo fulcro nelle ragazze: due dati importanti.

Certamente c’è un clima generale di sospetto verso un sistema politico-sociale che, come dicono i ragazzi che manifestano per il clima, “vuole rubarci il futuro”. Si può anche discutere su molte ingenuità che percorrono queste manifestazioni, sulla scarsa consapevolezza che la costruzione del futuro richiede tempi e gradini successivi, non si può avere tutto e subito (quello era uno slogan del 68 e si sa come andò a finire).

Resta però che sta crescendo una voglia di non arrendersi alla mancanza di prospettive, di reagire al cinismo del ciascuno per sé e Dio (se c’è) per tutti, che è quello che ha nutrito l’esasperato individualismo di quest’ultimo quindicennio. Torna la voglia di credere che un mondo diverso sia possibile. D’accordo, crederci non è abbastanza.

Bisogna trovare il modo di trasformare questa fede in un moto storico, di tradurre la speranza in una volontà che regge la fatica del lavoro quotidiano per raggiungere la meta, ma, come ho trovato scritto su una cartolina tedesca che ritraeva un gatto, “senza speranza non si prendono topi” (perdonate la modestia della citazione).

È significativo che questo moto generale della società non solo italiana trovi espressione anche nel Mezzogiorno. È un terra che di speranze ha molto bisogno e ancor più di lavoro per realizzarle. È la parte più debole dell’Italia, quella che troppi danno per perduta. Certo tutti sanno che non manca di intelligenze e di creatività, ma le si vedeva destinate all’emigrazione: che può fare una persona intelligente e creativa in un Sud incatenato alla sua stagnazione? La risposta che esce dall’inchiesta proposta in queste pagine è che si può qualcosa, forse molto: questo si aspettano i giovani, e questa è la battaglia che si dichiarano disposti a fare.

Per farla è però necessario scegliere innanzitutto di restare. Non è una scelta banale o se vogliamo semplicemente di testimonianza. Una delle cause non ultime della stagnazione al Sud è stata la possibilità di andarsene che avevano alcune componenti dinamiche di quella società. Veniva così meno da parte di una componente autorevole e attrezzata la domanda pressante di disporre di un sistema migliore, di avere servizi e strutture all’altezza dei tempi. In fondo se non hai una sanità sempre adeguata, i mezzi moderni ti consentono andare a fruirla altrove. Se le infrastrutture sono carenti, puoi rimediare utilizzando in qualche modo quelle delle zone dove funzionano. Se non hai l’alta velocità, puoi cavartela con l’aereo.

Ovvio che tutto questo ha dei costi ed è accessibile solo a chi può sostenerli, ma siccome quella componente della società è la sua parte dinamica, accontentata così, magari lascia vivere la palude della stagnazione che fa comodo a troppi.

I giovani si ribellano, ma, se non scambiamo un indizio per una prova, si rendono anche conto che il riscatto passa per la formazione, per la qualificazione, per la competenza. L’accesso all’istruzione è qualcosa di più e di diverso dalla conquista del mitico “pezzo di carta” che negli stereotipi italiani caratterizzava il meridionale: quel tanto che bastava per farsi prendere, magari con opportune raccomandazioni, nella grande macchina delle burocrazie pubbliche, quelle del posto fisso. Adesso si capisce che è la qualificazione il futuro, è lì che si vincerà o si perderà la battaglia per la ripresa di uno sviluppo che conduca fuori dalla stagnazione. Vale persino per il cosiddetto “terziario”, per le burocrazie, che se lasciati nelle mani degli incompetenti si è visto dove ci portano.

È significativo che questa esigenza sia sentita soprattutto dalle ragazze. Sulla condizione femminile nel Mezzogiorno si è scritto molto, anche troppo per stereotipi, ma è indubbio che le donne, qui come altrove, sentano di più la necessità di attrezzarsi adeguatamente per sfuggire alle gabbie storiche in cui rischiano di essere rinchiuse. Una donna ha bisogno di più strumenti per emergere di quanti servano ad un uomo. Ma il Mezzogiorno non è un’isola sperduta in un oceano difficile da valicare, è una componente del mondo globalizzato, partecipa delle correnti di pensiero e di evoluzione che lo interessano. Dunque anche qui c’è consapevolezza della svolta storica che ci toccherà affrontare, che lo vogliamo o meno.

Sottolineiamo di nuovo che è da rimarcare la scelta di restare nei loro territori che viene espressa dai giovani intervistati. Vi leggiamo la consapevolezza che sono finiti i tempi delle nostre grandi migrazioni: la fortuna non va cercata altrove, va costruita dove si vive, perché è possibile, è doveroso farlo. Non ci sono più altrove mitici dove si potrà realizzarsi e poi, semmai per riflesso, qualcosa migliorerà anche qui. Inutile cercare dalla mamma le famose “cento lire” per andare in America, meglio investirle qui in formazione e in ricaduta di questa sullo sviluppo del proprio contesto.

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