Il premier inglese Boris Johnson

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Brexit, il mandato forte a Johnson e il nuovo scenario globale con Stati Uniti, Cina, Europa

BISOGNA prendere atto che gli inglesi sono sempre stati contrari a restare in Europa. Sbagliava chi diceva il contrario. Il mandato forte accordato a Boris Johnson eviterà probabilmente l’incubo della hard Brexit. Europa e Inghilterra negozieranno una separazione consensuale relativamente civile. Fatti i conti con la realtà, il miglior risultato. Una vittoria risicata avrebbe aperto uno scenario peggiore, se non altro, perché avrebbe aumentato l’incertezza e, si sa, l’incertezza spaventa i mercati.

Siamo in presenza di una scelta politica consapevole del popolo inglese di sovranità culturale. Ridurrà l’interscambio della sua economia con l’Europa e con il mondo. Gli investimenti dall’estero delle grandi multinazionali si contrarranno perché l’Inghilterra non è più testa di ponte per il mercato comune europeo. Verranno fatti sulla base del mercato domestico britannico non per la capacita di interagire di quel mercato con l’Europa, diciamo che l’Inghilterra ha perso l’Unione Europea che giocava da moltiplicatore della potenza finanziaria e commerciale inglese. I cinesi volevano fare a Londra la base per l’internazionalizzazione del renminbi perché era all’interno dell’Unione Europea e avrebbe fatto da catalizzatore per gli investimenti dall’estero. Hanno cambiato idea: per i loro interessi non bastano 60 milioni di persone, Londra non è più il centro finanziario globale di cui avevano bisogno. Quello che dovevano fare da Londra lo faranno da Hong Kong e Toronto. Per un recupero di sovranità nazionale, fatto di storia, psicologia, pulsioni populiste quanto si vuole, non si può dire che si paghi un prezzo di poco conto. Averla voluta così tanto vuol dire che nelle coscienze è avvenuto qualcosa.

Per l’Europa e per l’Italia ci sono alcune opportunità. Le grandi banche mondiali si rafforzeranno nell’eurozona, è vero che avere Londra all’interno del Vecchio Continente era un elemento di forza, ma in sua assenza e in presenza di spostamenti di capitali l’Europa dovrà riorganizzarsi giocando su più campi a Francoforte, Parigi, Dublino. L’Italia ha sprecato la carta di Milano, non perché la nostra capitale della finanza non fosse pronta per essere la capitale della finanza europea, ma perché il sistema Paese spaventa gli investitori mondiali essenzialmente per il suo riconosciuto obbrobrio che sono i tempi e le anomalie della giustizia italiana. Se si curano le anomalie Milano può ancora mettere tutti nel sacco o perlomeno essere riconosciuta alla pari con Francoforte e Parigi. L’Europa dovrà concentrarsi ancora di più sul valore della sua manifattura che resta un patrimonio condiviso tra quella di base della grande macchina tedesca e quella di precisione della piccola macchina italiana a essa collegata.

La credibilità del governo italiano è molto importante perché l’Europa rimetta al centro gli investimenti pubblici e si lavori per un titolo sovrano comune europeo, le due cose che servono davvero a noi e a loro. Infine, per l’Europa non avere più l’Inghilterra dentro, in termini politici, significa perdere peso, significa avere meno trazione internazionale dentro il G 7 e dentro il G 20. Di converso il Regno Unito, sullo scacchiere mondiale, diventa giocatore indipendente e battitore libero; certo oggi c’è anche una vicinanza ideologica e politica con gli Usa e tutti daranno il meglio a raccontare la favola sovranista dei due “gemelli” Trump e Johnson, ma anche per gli americani il Regno Unito non è più la testa di ariete per l’Europa.

Al di là delle photo opportunity che si sprecheranno, una cosa è interagire con l’Inghilterra di prima e un’altra interagire con un’economia non sistemica. Presto l’Inghilterra scoprirà a sue spese che cosa significa nelle nuove condizioni trattare con gli USA. Avrà piccoli benefici alla pari di un piccolo giocatore che si muove tra un gigante americano, un gigante cinese e un gigante europeo (si spera). Il beneficio netto per l’Inghilterra non può essere positivo. La verità è che il Regno Unito ha una grande storia e poca manifattura, non è più competitivo per giocare alla pari schiacciato come è in questa guerra commerciale tra giganti. Il suo primato è l’innovazione dei servizi finanziari e qui ha le carte in regola per essere un player globale e qui l’alleanza con Trump può essere utile. Attenzione, però, a quanto di questa alleanza sarà retorica, simbolismo, asse preferenziale e quanto sostanza perché è difficile che la Casa Bianca agevoli e dia vantaggi a un soggetto limitato non più sistemico peraltro a spese sue. Scoprirà presto l’Inghilterra sovranista, di governo e di popolo, di essere diventata un piccolo giocatore, di non avere più la Scozia, e di avere perso l’Unione Europea che giocava da moltiplicatore della potenza finanziaria e commerciale inglese. Contenti loro. La Brexit probabilmente non sarà hard e specificamente per gli italiani ci sono una complicazione (amara) per chi lavora e studia in Inghilterra e, soprattutto, per chi vorrà farlo in futuro e un tema di esportazioni su cui vigilare, ma di sicuro i problemi per gli italiani sono più legati all’evoluzione dell’eurozona e alla nostra conflittualità politica che alla Brexit.

Se non fossimo quello che siamo oggi a seguito delle nostre scelte, Milano per il mondo intero sarebbe stata il candidato naturale come nuova capitale della finanza europea. Quello che si fa fatica a capire in casa è che tutti, in Europa, di buon grado o a malincuore, hanno consentito alla Bce di fare un argine finanziario intorno al debito pubblico italiano. Dal 2012 non è stata più la stanza restrittiva di disciplina ferrea di mercato che in una logica distorta avrebbe dovuto incentivare le riforme, gestione Trichet, ma una stanza più costruttiva con condizioni monetarie accomodanti per consentire di fare riforme ambiziose usando l’ammortizzatore monetario e attenuando così i costi di quelle stesse riforme negli anni terribili delle due Grandi Crisi. Sono stati offerti larghi margini, ma dall’Italia non sono stati utilizzati o sono stati utilizzati poco. Dalla Spagna invece sì. Perfino altri Paesi che hanno avuto la troika come Portogallo e Irlanda hanno saputo fare meglio di noi. L’euro non c’entra con i mali italiani.

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