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Lo storico Nicaso incontra gli studenti del liceo Pitagora di Crotone nell’ambito del percorso di Pedagogia antimafia avviato con l’UniCal.


CROTONE – Smantellare la pedagogia dell’indifferenza e insegnare ai giovani l’arte del contropotere inteso come pensiero critico e come nuova narrazione del territorio. Con questi presupposti, nell’aula magna del liceo classico “Pitagora” di Crotone, si è svolto un seminario di straordinario valore civile e pedagogico in occasione del trentaquattresimo anniversario della strage di Capaci. All’incontro, incentrato sulla necessità di risvegliare le coscienze partendo dai banchi di scuola, ha preso parte Antonio Nicaso, tra i massimi esperti internazionali di storia della criminalità organizzata.

MANIFESTO CULTURALE

Il seminario non è stato una semplice celebrazione della memoria, ma un lucido manifesto d’azione culturale. Come ha ricordato il professor Giancarlo Costabile, docente di Pedagogia dell’antimafia all’UniCal,  proprio il 23 maggio di 15 anni fa nasceva questo innovativo percorso educativo. Un cammino nato per decostruire l’assuefazione e offrire strumenti di riscatto alle nuove generazioni calabresi.

Ad aprire i lavori è stata la dirigente scolastica, Natascia Senatore, che ha fortemente voluto questo percorso rimarcandone l’alto valore formativo. «Scelte didattiche di questa portata sono pilastri imprescindibili nel processo educativo. Fare antimafia a scuola significa strutturare una coscienza civile permanente, non episodica, per offrire strumenti che consentano di scegliere da che parte stare».

GRAPHIC NOVEL

Uno dei momenti centrali della mattinata è stato rappresentato dai lavori degli stessi studenti, introdotti dalla professoressa Rossella Frandina. I ragazzi hanno presentato un progetto di antimafia sociale frutto di una scrittura collettiva di profonda matrice milaniana. Una graphic novel che ripercorre le storie di dieci vittime di ‘ndrangheta. Richiamando l’insegnamento di don Lorenzo Milani e la straordinaria lezione di dignità di Mauro Rostagno, la professoressa Frandina ha voluto sottolineare il valore della responsabilità individuale. È stato proprio il pensiero di Rostagno a fare da bussola etica all’analisi. «Agli uomini capita di mettere radici (…) quando tira vento, i rami si possono spaccare, le foglie vengono strappate via: allora decidi di non rischiare, di non sfidare il vento. Ti poti, diventi un alberello tranquillo, (…) Oppure (…)sfidi la mafia, che è una forma di contenimento, di mortificazione. La mafia ti umilia: calati junco che passa la piena, dicono da queste parti». Parole che si legano al lavoro dei ragazzi, per i quali è fondamentale «imparare ad abitare parole nuove, a riappropriarsi del linguaggio per sottrarlo alle logiche del sopruso, del contenimento e della rassegnazione».

LE RADICI E IL DOLORE

L’intervento di Antonio Nicaso ha rapito l’aula, muovendosi costantemente sul doppio binario dell’emozione intima e della rigorosa analisi geopolitica. Presentando “Come radici”, lo scrittore ha spiegato la scelta di passare dalla saggistica pura e dalla ricostruzione storica alla forma del romanzo, un modo per condividere la complessità del reale attraverso storie umane, attingendo non solo dalle carte giudiziarie, ma dalla conoscenza diretta dei territori. Nicaso ha ricordato le proprie origini in un paese della Calabria, Caulonia, allora privo di biblioteche. «Sono cresciuto in una casa senza libri, in una famiglia di donne. Mia nonna, costretta a letto per 13 anni, mi ha abituato a raccontare le cose. Diceva sempre che gli alberi con le radici profonde possono alzarsi fino al cielo. Solo chi custodisce queste radici può capire il dolore profondo di abbandonare la propria terra. Ed io ho portato sempre con me questa immagine» .

Il MONITO: BISOGNA RESTARE

Costretto ad andare via dalla Calabria per non piegarsi a dinamiche di appartenenza e per inseguire il sogno del giornalismo, Nicaso ha definito quel distacco «il trauma più grande della mia vita». Oggi, però, esprime il desiderio di tornare, lanciando un messaggio di forte responsabilizzazione agli studenti. «Bisogna restare. La ‘ndrangheta non deve diventare un alibi, un paesaggio indistinto, un destino o un’abitudine. La cultura deve farsi strumento di contropotere. Studiate, perché lo studio vi dà la massa critica per non essere manipolabili. Oggi la Calabria ha poli d’eccellenza come l’Unical che offrono reali prospettive per rimanere. Noi siamo il presente di questa terra, non il futuro».

CARTELLI DI SANGUE

Nella seconda parte del suo discorso, lo scrittore ha tracciato la mappa geopolitica dei moderni “Cartelli di sangue”, un viaggio faticoso e illuminante che attraversa la Colombia, la foresta amazzonica, il Perù, il Belgio e l’Italia.

Nicaso ha restituito dignità a storie drammatiche incontrate lungo la via. Una madre, incontrata nella foresta amazzonica, che si è detta consapevole di nutrire i figli con cibo inquinato dal mercurio delle miniere illegali perché l’unica alternativa è la fame. I giovani dagli occhi spenti a Parigi, divorati dalla droga degli zombie, il fentanyl. L’anarchia della Triple Frontera e la situazione fuori controllo dell’Ecuador.

ARTICO NUOVA ROTTA DELLA DROGA

Proprio sulla vicenda dell’Ecuador, Nicaso ha offerto dettagli importanti. «Ho visitato carceri prive persino di un registro dei detenuti, dove fazioni come i Los Lobos o i Los Choneros gestiscono tutto. Un giovane che entra lì dentro è costretto a fare una scelta di campo, mettendosi sotto l’ala di uno o dell’altro. Le prigioni diventano così luoghi di affiliazione forzata. Dal porto di Guayaquil partono navi cariche di cocaina che ormai non puntano più su Rotterdam, ma hanno trasformato Anversa nel nuovo centro nevralgico del narcotraffico mondiale».

Lo sguardo geopolitico si è poi spinto fino all’Artico, definita come la rotta commerciale del futuro. Con lo scioglimento dei ghiacciai, i transiti marittimi dalla Cina all’Europa si accorceranno drasticamente, attirando inevitabilmente gli interessi economici delle grandi organizzazioni criminali.

I LIMITI DEL CONTRASTO GLOBALE ALLE MAFIE

L’analisi finale si è concentrata sui limiti dell’azione di contrasto globale. Sebbene le forze dell’ordine compiano uno sforzo titanico, riescono a sequestrare solo tra il 10% e il 15% della sostanza stupefacente sul mercato, intaccando meno dell’1% della ricchezza finanziaria prodotta dai cartelli internazionali della droga. Il modello normativo italiano resta un’eccellenza mondiale, ma si scontra con l’ipocrisia e il disinteresse di molti partner internazionali. Nicaso ha citato due esempi emblematici.  Si parte dal confine Messico-USA.  Al varco di frontiera i controlli sui tir diretti verso gli Stati Uniti sono asfissianti. Al contrario, il flusso inverso – dagli USA al Messico – è quasi privo di verifiche. È lì che i tir viaggiano indisturbati, ma questa volta carichi di miliardi di dollari in contanti, i profitti del sangue della droga. L’asimmetria normativa esiste però anche in Europa. Nelle intercettazioni i boss dicono esplicitamente «Mandami una macchinata di soldi». Questo avviene perché in molti Paesi europei, come la Germania, non esistono limiti stringenti all’uso del contante, trasformando intere nazioni nelle lavanderie ideali per il riciclaggio.

COOPERAZIONE GIUDIZIARIA SOLO SULLA CARTA

«La cooperazione giudiziaria internazionale è spesso solo sulla carta» – ha concluso amaramente Nicaso. «Molti Stati sono entrati nell’ottica di idee che, finché le mafie non sparano nelle loro strade ma si limitano a investire capitali, il fenomeno non sia una loro priorità».

«Dire di sì è la cosa più facile del mondo», scandisce lo scrittore, guardando i ragazzi negli occhi uno a uno. «Dire di sì significa piegarsi, accodarsi, lasciarsi scivolare addosso le cose, accettare il compromesso che conviene sul momento. Ma è nei “no” che si costruisce la dignità. Dire di no è difficile, costa fatica, solitudine, a volte paura. Eppure è l’unica scelta che vi renderà liberi».

IL MONITO

C’è un passaggio finale che Nicaso consegna ai giovani del Pitagora come un testamento morale, un monito che spoglia la legalità da ogni definizione astratta per portarla sul piano intimo della coscienza individuale.

«Ricordatevi che c’è una cosa che non mente mai, ed è lo specchio. Potete ingannare il mondo, potete cercare giustificazioni, ma la sera, quando tornate a casa, davanti a quel vetro ci siete solo voi. E un uomo, una donna, devono poter avere il coraggio e l’orgoglio di guardarsi in faccia senza abbassare lo sguardo. Non scegliete mai la via più facile. Abbiate la forza di dire no». Le sue ultime parole rompono ogni distacco. In un istante, tutti gli studenti si alzano in piedi in un applauso scrosciante, lunghissimo, che riempie la sala e che sa di promessa collettiva proprio nel giorno di Capaci.

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