Alessandro Canelli

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Il leghista che non t’aspetti è l’ex socio di un’agenzia di investigazioni private. Alessandro Canelli, 48 anni, laureato in economia e commercio. La sua vita è cambiata quando, sull’onda del Carroccio, decise di candidarsi per fare il sindaco. Mestiere, da noi, ad alto rischio. Da tre anni è il primo cittadino di Novara. Nord-est del Piemonte, 104 mila abitanti, Comune strappato al centrosinistra con il 57% dei voti. Il lavoro è a Milano. Il cuore a Torino.

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Ma Canelli non è solo il sindaco di Novara. È anche il delegato Anci alla Finanza locale. In questa qualità è stato sentito dalla commissione Finanze della Camera, dove ha rappresentato l’associazione insieme ad Andrea Ferri, responsabile della Finanza locale. Un’audizione nell’ambito dell’indagine conoscitiva sui sistemi tributari delle regioni e degli enti territoriali nella prospettiva dell’attuazione del federalismo fiscale e dell’autonomia differenziata.

Sindaco Canelli, ma davvero lei pensa le cose che ha detto in Commissione oppure si è lasciato trasportare dall’enfasi?

«Lo penso».

I Comuni del Nord devono essere solidali con quelli del Sud, anche se ci rimettono un po’ di risorse.

«Serve un salto culturale, serve dare attuazione alla legge 42 rimasta incompiuta».

Le hai anche detto «chissenefrega se …»

«…chissenefrega se qualche Comune del Nord, con l’individuazione dei Lep, ci perde qualcosa se poi in questo modo qualche Comune del Sud fa un asilo che ora non c’è. Se è giusto, certo, va bene così».

Lei è della Lega, certe frasi colpiscono.

«Per noi la legge 42 è un faro, un punto di riferimento. Il principio cardine che sta alla base dell’autonomia non è un principio egoistico o individualistico ma è la responsabilità degli amministratori locali. Non c’è un Nord o un Sud. C’è un sistema che tiene insieme il Paese da Nord a Sud».

Bisogna ripartire dai Lep.

«Tutto parte da lì, dai livelli essenziali delle prestazioni. Se non sappiamo il quantum, quanto serve ai Comuni per garantire i servizi essenziali, come possiamo distribuire le risorse? Bisogna stabilirli. Il meccanismo, così come è congegnato, va a soddisfare soprattutto la spesa storica. Va a minimizzare gli impatti sulla spesa storica. Ma per fare il salto serve un input politico, una spinta al tavolo per la definizione del sistema dei Lep: è un passaggio essenziale per introdurre la perequazione verticale finora inattuata malgrado la legge 42 che impone allo Stato di fare la sua parte per ridurre il gap tra fabbisogni e capacità fiscali dei Comuni. I Comuni sono enti con una capacità di imposizione bassissima, se si esclude l’Imu. Il 50% della torta serve per finanziare la perequazione orizzontale, i livelli fondamentali: trasporti, servizi ai disabili, asili, mense, raccolta dei rifiuti, etc., etc. L’altro 50%, la perequazione verticale, la riduzione del gap tra fabbisogni standard e capacità fiscale, compete allo Stato che invece ha tagliato nell’arco di 5/6 anni 12 miliardi di risorse agli enti locali. I Comuni hanno dato tanto sangue in questi anni per poter realizzare gli obiettivi di risanamento della finanza pubblica nazionale. Accanto a questo taglio storico vi è stato poi il vulnus dei 560 milioni di euro che lo Stato non ha reintegrato ai Comuni dopo i tre anni previsti dal dl 66 del 2014, spingendo l’Anci a fare ricorso al Tar. La perequazione verticale va finanziata con risorse certe: si potrebbe ripartire da queste risorse o da una parte di esse».

Poi ci sono gli investimenti pubblici. E qui ammetterà che a beneficiarne è stato soprattutto il Nord.

«Bisogna investire in tutto il Paese, al Nord come al Sud, non si può certo escludere un pezzo del Paese. Ma questo è il frutto di distorsioni, delle criticità nel sistema di finanza locale nel rapporto Stato/Regioni/Enti locali. La perequazione verticale era il secondo pilastro della legge delega sul federalismo ed è mancata ovunque».

Un’ultima curiosità: Novara, la sua città, è tra i Comuni che danno o tra quelli che ricevono?

«Noi diamo… viviamo di turismo, industria, chimica, logistica, università, ricerca. Nel 2016, in piena crisi, la disoccupazione era arrivata all’11%, ora siamo scesi all’8%. Sono tornati gli investimenti. Stiamo diventando una parte dell’hinterland: Milano/Ovest, una zona di cerniera, ma vogliamo mantenere forte la nostra identità. Non ce la passiamo male, anche se potrebbe andare anche meglio».

Dica la verità: le pesa dare risorse agli altri Comuni?

«Un pochino sì. E sa perché? Perché senza i tagli che hanno compresso a dismisura la spesa corrente e con i tanti vincoli di finanza locale potremmo fare molto ma molto di più».

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