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Inchiesta su una truffa tra Bergamo e Calabria, banda prometteva guadagni con auto di lusso e usava finte minacce legate alla ’ndrangheta, evocando legami con la famiglia Piromalli. Nove arresti e beni sequestrati per oltre un milione di euro


Palazzago (Bergamo) – Si presentavano come affiliati alla ’ndrangheta, evocando il nome della potente cosca Piromalli per intimidire le vittime. Ma, secondo gli inquirenti, si trattava di una strategia costruita ad arte: minacce “simulate” per esercitare pressione psicologica e ottenere denaro. Notizia riportata dal sito “Bergamo News”

È uno degli elementi più inquietanti dell’inchiesta coordinata dal pubblico ministero Carmen Santoro e condotta da Squadra Mobile e Guardia di Finanza, che ha portato a nove arresti (tre in carcere e sei ai domiciliari) e al sequestro di beni per oltre 1,6 milioni di euro. L’operazione ha interessato diverse province italiane, tra cui Bergamo, Brescia, Firenze, Mantova, Lecco, Monza e anche Vibo Valentia, in Calabria

TRUFFA CON FINTE MINACCE DI ‘NDRANGHETA

«Appartengo alla famiglia Piromalli», «Se non pagate lo porto in Calabria» o «vi faccio un buco in testa»: frasi pesanti, utilizzate per terrorizzare le vittime. Tuttavia, gli investigatori hanno accertato che il richiamo alla ’ndrangheta non corrispondeva a reali legami con la criminalità organizzata.

Una delle persone coinvolte ha trovato il coraggio di denunciare solo dopo aver scoperto che l’uomo che la minacciava, pur essendo calabrese, non aveva alcun rapporto con la cosca citata.

AI VERTICI COPPIA DI PALAZZAGO

Secondo l’accusa, a guidare la presunta associazione a delinquere sarebbe stata una coppia residente a Palazzago: Matteo Trabucchi (40 anni) e la moglie Nicole Bonaiti (29 anni). Tra gli indagati anche Simone Ghilardi, 32enne di Albino, con un ruolo ritenuto marginale.

TRUFFA CON SCHEMA PONZI

Il gruppo proponeva investimenti nel settore delle auto di lusso, promettendo rendimenti mensili tra il 2% e il 3%. Il meccanismo si basava sul presunto sub-noleggio di vetture di alta gamma, messe a disposizione da una società del Bresciano, con richiesta iniziale di una cauzione.

In realtà, secondo gli investigatori, si trattava di uno schema Ponzi: i capitali dei nuovi investitori venivano utilizzati per pagare i guadagni dei precedenti, senza alcuna attività reale.

Le società coinvolte non erano autorizzate alla gestione del risparmio. I contratti facevano riferimento a falsi fondi di investimento, mentre il denaro veniva movimentato tra società di comodo intestate a prestanome e giustificato con fatture fittizie. Parte delle somme sarebbe trasferita anche all’estero, su conti in Irlanda e Slovenia.

LUSSO OSTENTATO PER ATTIRARE VITTIME

Per convincere le vittime, gli indagati puntavano su un’immagine di successo: auto di lusso, in particolare Lamborghini, e una rete di relazioni costruita attraverso cene ed eventi sociali.

In un caso, una donna entrata in possesso di una consistente eredità sarebbe stata persuasa a finanziare un progetto per una struttura di ricovero per cani. Per rendere credibile l’operazione, uno degli indagati l’avrebbe accompagnata da un notaio a Roma per costituire una società, appropriandosi poi dell’assegno destinato al capitale sociale.

MINACCE E USO DELLA ‘NDRANGHETA

Quando le vittime chiedevano la restituzione dei soldi, la situazione degenerava. Un investitore, dopo aver ricevuto una Lamborghini come garanzia, sarebbe stato aggredito sotto casa e costretto a ulteriori pagamenti per presunti danni al veicolo.

Le richieste sarebbero arrivate fino a 75mila euro, accompagnate da minacce rivolte anche ai familiari, sempre con il richiamo alla criminalità organizzata.

RAMIFICAZIONI IN CALABRIA

Dopo una prima fase nel Bergamasco, il gruppo si sarebbe spostato tra Arezzo e il Lecchese, mantenendo attiva la rete di truffe. Le indagini hanno evidenziato collegamenti operativi anche con la Calabria, in particolare nel Vibonese, area coinvolta nei sequestri.

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