Gaspare Cervello e Francesco Mirabella
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A 34 anni dalla strage di Capaci, la testimonianza inedita di Gaspare Cervello, gli ultimi istanti di Falcone, il caos dopo l’esplosione e il dolore mai spento
«Mi venne spontaneo, per la prima volta nella mia vita, chiamarlo per nome, Giovanni. Lui mi guardava ma non parlava. Aveva lo sguardo incredulo, rassegnato». Trentaquattro anni di silenzio, di dolore mai sopito. Gaspare Cervello, il vero caposcorta del dispositivo di sicurezza che il 23 maggio del 1992 era con il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo sull’autostrada della morte, ritorna con i suoi ricordi ancora vivi, sporchi del sangue versato e della paura di morire da un momento all’altro, che non lo hanno mai più abbandonato.
STRAGE DI CAPACI, IL RACCONTO DEL CAPOSCORTA CERVELLO
Nel corteo di auto che percorrevano la A 29 in località “Isola delle Femmine”, lui era nella terza Croma insieme ad Angelo Corbo e Paolo Capuzza. Controllava costantemente nello specchietto retrovisore se c’era qualche auto sospetta che li seguiva e un attimo dopo, il suo giudice davanti, nella macchina al centro Falcone quel pomeriggio aveva voluto mettersi alla guida dell’auto e aveva chiesto al suo autista Giuseppe Costanza di salire dietro. Accanto a lui la moglie Francesca Morvillo.
«Vidi all’improvviso pezzi di autostrada che volavano e non riuscivo a capire cosa stesse accadendo – ricorda Gaspare -. La nostra macchina fu comunque colpita dall’onda d’urto e iniziarono a caderci addosso calcinacci, pezzi di asfalto. Io non mi preoccupai di vedere se Angelo o Paolo erano feriti, feci di tutto per uscire da quell’auto e mi precipitai verso l’auto di Falcone che era nella voragine. Aveva addosso tutto il blocco motore della Croma e lo sterzo gli era entrato nel petto. Non mi venne di chiamarlo dottore come facevo sempre, pronunciai due volte il suo nome: “Giovanni, Giovanni”.
«LO CHIAMAI GIOVANNI PER LA PRIMA VOLTA»
Lui si voltò e mi guardò ma non riuscì a dirmi niente. Poi si avvicinò una persona con una telecamera e io gli urlai di andare via altrimenti gli avrei sparato. Racconterà poi che noi gli avevamo puntato contro il mitra ma noi non lo avevamo il mitra. Cominciarono ad arrivare altre persone e io accanto all’auto di Falcone urlavo a chiunque di allontanarsi perché non li conoscevo, non sapevo chi fossero. Alcuni dicevano che erano della Squadra Mobile ma io con la pistola puntata risposi che se non veniva qualcuno in divisa che conoscevo, non avrei abbassato l’arma». Era disperato Gaspare, non sapeva di chi fidarsi, temeva per la sua vita e per quella dei suoi compagni ma c’era il giudice da proteggere sopra ogni cosa.
La prima Croma, l’apripista, con a bordo Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, neanche si vedeva. Aveva una ferita sul mento ma non sentiva dolore, era come anestetizzato dall’inferno che vedeva ovunque e che non riusciva ancora a decifrare. E stava immobile accanto al suo giudice ferito a morte, incapace di parlare. Solo quando arrivarono gli uomini in divisa che Gaspare conosceva, abbassò la sua pistola e si fece da parte insieme ai suoi colleghi.
STRAGE DI CAPACI, QUANDO BORSELLINO VENNE IN OSPEDALE A TROVARCI
«Tra i magistrati solo Paolo Borsellino venne a trovarci in ospedale, a stringerci la mano, e a dirci: “Bravi ragazzi, siete stati bravi”. Borsellino dopo la morte di Falcone avrebbero dovuto chiuderlo in una caserma, trasferirlo in un altro paese, difenderlo in ogni modo e invece è stato abbandonato». Riaffiora ancora tanta amarezza e dolore nelle parole di Gaspare Cervello, lui che l’inferno lo ha vissuto sulla sua pelle e ha combattuto una guerra con le armi spuntate, non riesce a ancora a farsi una ragione per quello che avvenne dopo la strage, per i sospetti verso chi era pronto a dare la vita per quel giudice che si era messo in testa di sconfiggere cosa nostra.
L’AMMIRAZIONE VIVA ANCORA OGGI PER GIOVANNI FALCONE
Mentre lui e tanti altri agenti di scorta, seppur il ministero avesse inviato i giubbotti antiproiettili che non fermavano neanche uno spillo lanciato con una cerbottana, e fu lo stesso Falcone a chiedere che venissero testati, sono rimasti a proteggere quegli uomini che ammiravano, ai quali si rivolgevano con profondo rispetto e che impedivano persino che la paura della morte si impadronisse di quei ragazzi che credevano in loro.
Oggi Gaspare Cervello e tanti altri ex agenti di scorta sono uomini adulti, in pensione, ma non hanno smarrito nel corso degli anni l’ammirazione verso chi gli aveva offerto su un piatto d’argento la possibilità di vivere un sogno, quello di una Sicilia libera dalla morsa della mafia, lontana dai morti ammazzati, dai bambini sciolti nell’acido come il piccolo Giuseppe Di Matteo, “u canuzzu” come lo chiamava Giovanni Brusca. E parlano ancora del loro giudice, ne ricordano il sorriso timido, l’autorevolezza, i suoi occhi sfuggenti che qualche volta fissavano un punto oltre l’orizzonte.
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