Louis Partridge nei panni di Edward Guinness in "House of Guinness"
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Su Netflix la storia del celebre birrificio tra drammi familiari e molte licenze poetiche; “House of Guinness” esplora il dramma in famiglia dell’800.
Le feste appena finite riguardano sempre, in qualche modo, la famiglia, quindi ci teniamo nel mood e vi consiglio di recuperare House of Guinness, ultima fatica di Steven Knight, presente su Netflix. Un period drama potente e avvincente che mescola abilmente gli intrighi familiari alla turbolenta storia irlandese della metà dell’Ottocento. Sebbene non raggiunga le vette narrative di Peaky Blinders, cosa davvero difficilissima, la serie si distingue per il suo stile inconfondibile, personaggi complessi e una messa in scena impeccabile, riuscendo a intrattenere con una storia di potere, segreti e ribellione.
Siamo nel 1868, alla morte del patriarca Sir Benjamin Lee Guinness, l’uomo che ha portato l’omonimo birrificio al successo globale. Il suo testamento getta nello scompiglio i quattro figli, ai quali affida le sorti dell’impero di famiglia: Arthur (Anthony Boyle), il primogenito, è un dandy ambizioso che ha vissuto a Londra e sogna una carriera nella politica britannica, ma nasconde la sua omosessualità che, nell’epoca vittoriana, rappresenta uno scandalo pericoloso ed un reato penale.
UNA COLONNA SONORA ROCK E PUNK IRLANDESE
Edward (Louis Partridge), il secondogenito, è passionale e con un fiuto per gli affari. Oggi nel marketing spiccherebbe per una visione del brand chiara e progettuale per il futuro, spesso in contrasto con il fratello maggiore sulle strategie da adottare per il birrificio e sui rapporti con i movimenti indipendentisti irlandesi. Anne (Emily Fairn), l’unica figlia femmina, è intelligente e determinata, ma viene esautorata dall’eredità e costretta in un matrimonio di convenienza, trovando tuttavia il modo di esprimere il suo valore attraverso la filantropia. Benjamin (Fionn O’Shea), il più giovane, lotta con la dipendenza dall’alcol e dalle droghe, rappresentando la pecora nera della famiglia.
Sullo sfondo di questi drammi personali, Knight dipinge un affresco dell’Irlanda del XIX secolo, lacerata dalla lotta per l’indipendenza dall’Inghilterra. La famiglia Guinness, di origine anglo-irlandese (protestante e filo-britannica), deve destreggiarsi tra le pressioni dei Feniani (il movimento indipendentista irlandese) e i propri interessi economici. Un equilibrio pericoloso che esplorerà le contraddizioni di un’epoca.
La serie eredita da “Peaky Blinders” l’estetica moderna e grintosa. La fotografia è cupa e atmosferica. I costumi e le scenografie sono curatissimi, e la colonna sonora rock e punk irlandese (con brani dei Fontaines D.C., già sentiti in Mobland) infonde energia alle scene, creando un contrasto audace con l’ambientazione storica.
“HOUSE OF GUINNESS”, IL DRAMMA DELL’800
Questo anacronismo, amato o odiato, conferisce alla narrazione un carattere ribelle e contemporaneo. La narrativa è avvincente e la trama guadagna potenza con il procedere degli episodi, trasformandosi in un dramma familiare ricco di colpi di scena, tradimenti e segreti inconfessabili. I parallelismi con “Succession” sono evidenti: la lotta per l’eredità, i fratelli in competizione e l’ombra del patriarca defunto che influenza le loro mosse. Il cast è convincente. Anthony Boyle e Louis Partridge, regalano performance piene di pathos nel delineare il complicato rapporto tra i due fratelli. Ben supportati da Emily Fairn, spiccano nel cast di supporto James Norton nel ruolo ambiguo e affascinante di Sean Rafferty, il factotum della famiglia, e Niamh McCormack nel ruolo della feniana Ellen Cochrane.
È fondamentale sottolineare che “House of Guinness” è un’opera di finzione ispirata a personaggi reali. La serie, come avverte un disclaimer iniziale, ha inventato liberamente “scene, trame, eventi e personaggi” per scopi drammaturgici. La rappresentazione di alcuni aspetti, come la presunta omosessualità di Arthur Guinness, è stata criticata dai discendenti della famiglia per la sua mancanza di basi storiche. Lo spettatore in cerca di un documentario fedele rimarrà deluso, chi invece apprezza una storia un po’ soapy e ben fatta troverà pane per i suoi denti.
UNA SERIE DAL RITMO INCALZANTE
La regia di Tom Shankland e Mounia Akl è energica e sicura. La serie brilla per la sua messa in scena lussuosa e dettagliata. Dai bassifondi di Dublino ai palazzi aristocratici, ogni ambientazione contribuisce a immergere lo spettatore nell’epoca. La cura per i costumi e la ricostruzione storica è encomiabile, anche quando viene contaminata da elementi moderni, come le scritte in sovraimpressione che traducono le somme di denaro dell’epoca in valute attuali. Un espediente che attualizza la storia senza stravolgerla.
House of Guinness non è il nuovo “Peaky Blinders”, come qualcuno aveva pensato, ma è senza dubbio una serie di grande spessore e intrattenimento.
Steven Knight conferma la sua maestria nel creare mondi narrativi crudi, complessi e stilisticamente definiti. Nonostante le sue imperfezioni—una partenza lenta e qualche libertà storica eccessiva—la serie costruisce un ritmo incalzante che, a partire dalla metà della stagione, rende il binge-watching un’esperienza quasi obbligata.
House of Guinness è la serie perfetta per gli amanti dei drammi familiari in costume, per chi cerca storie di potere e ribellione, e per gli appassionati dello stile di Steven Knight. Se siete disposti ad accettare le sue licenze poetiche e a concederle il tempo di ambientarvi, verrete ricompensati con oltre otto ore di puro intrattenimento. Una stout, il nome della birra scura, corposa, dal retrogusto amarognolo, che sa dissetare la sete di buona televisione.
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