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Luca Lubrano nei panni del giovane Pietro Savastano in "Gomorra - Le Origini"

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Un tuffo nel passato con “Gomorra – Le Origini”, disponibile su Sky e Now; il prequel ambientato negli anni ’70 che racconta il principio della criminalità organizzata moderna.


Un televisore acceso in un bar trasmette notizie sulla miseria napoletana. I ragazzi annoiati cambiano canale e ballano a suon di musica. È la prima inquadratura di Gomorra – Le Origini, e già contiene tutto: l’innocenza che danza sulla povertà dalla quale non potrà mai fuggire. Marco D’Amore, indimenticato interprete di Ciro Di Marzio, torna come regista e supervisore artistico di una delle produzioni più attese degli ultimi anni, ora disponibile su Sky e Now.

Insieme agli sceneggiatori Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli, ha scelto la strada del prequel calato nel 1977 per raccontare come tutto ha avuto inizio. Non è nostalgia: è un’indagine sulla formazione di una generazione destinata a incarnare la criminalità organizzata moderna. I primi due episodi abbassano consapevolmente il ritmo rispetto alla frenesia della serie madre. Due monologhi di straordinaria potenza fondano l’architettura drammatica.

UN’ATTENZIONE METICOLOSA ALLA PARITA’ TRA PERSONAGGI E SPAZI

Nel primo episodio, un giovane detenuto prossimo alla morte sputa fuori il rancore: ricorda “la puzza” che lo ha accompagnato per l’intera esistenza, metafora dello stigma sociale. Il secondo arriva sul finale, pronunciato da un misterioso personaggio nel carcere di Poggioreale mentre tenta di salvare un prigioniero dal suicidio. Siamo dietro le sbarre, al buio, con una voce che esce sussurrata ma potente dall’oscurità: “Napoli sono io, sei tu, siamo tutti quanti noi.” Una cosmogonia camorristica.

Nel secondo episodio assistiamo all’assalto dell’ordine esistente: la richiesta di presenziare al battesimo di un boss. Non è solo potere, ma ritualità: nel mondo della camorra questi gesti sono affermazioni di status e accettazione implicita di un nuovo ordine gerarchico. Parallela corre la storia di Pietro Savastano, il protagonista, e del suo amore per Imma. Non è semplicemente l’amore di un ragazzo povero per una ragazza ricca. La differenza di classe diventa il palcoscenico del grande dramma dell’educazione: Pietro sa istintivamente che per aspirare ad Imma deve ascendere socialmente, e sa che l’unica via disponibile è la criminalità.

La sceneggiatura costruisce così una catena di causalità tragica dove il primo amore si trasforma nel primo tradimento etico. La regia si distingue per un’attenzione meticolosa alla parità tra personaggi e spazi. La Napoli del 1977 non è sfondo, ma protagonista che genera destini e plasma scelte. È una città pre-terremoto, pre-eroina, ancora governata dai vecchi codici dell’onore camorristico, dove il contrabbando di sigarette domina l’economia, vivendo sul precipizio dell’ingenuità criminale che guarda l’abisso di un futuro oscuro.
La fotografia con i colori desaturati racconta di un’innocenza che sta per appassire, di un calore umano che si trasformerà in fredda violenza.

“GOMORRA – LE ORIGINI”, IL VOLTO FANCIULLESCO DELLA CRIMINALITA’

I personaggi si muovono fra il sole e la pioggia, fra giorno e notte, in un’altalena che è fortemente sottolineata da una palette cromatica sempre incisiva. D’Amore ha rinunciato al contrasto crudo della serie madre, abbracciando un’atmosfera da western urbano. Quando Pietro incontra Imma, la giovane che studia e sogna un futuro diverso, la luce che la circonda è leggermente più calda, più promettente: è la luce dell’altrove che Pietro non potrà mai raggiungere.
La Napoli degli anni Settanta non esiste più, è stata una reinvenzione totale.

La Secondigliano del periodo era spaccata dal Corso Umberto, con una zona abbandonata di case diroccate e condizioni precarie. Per ricreare questa topografia perduta, la produzione ha scelto San Giovanni a Teduccio e Taverna del Ferro, dove le vecchie palazzine popolari sono state trasformate scenograficamente per riportarle all’aspetto di cinquant’anni fa. La ricerca storica è stata altrettanto rigorosa sul piano linguistico. Sono state fatte interviste con chi viveva a Napoli negli anni Settanta, raccogliendo non solo detti e modi di dire, ma anche inflessioni e ritmi comportamentali.

Il napoletano utilizzato è quello storico del 1977, profondamente diverso per ritmo e lessico da quello contemporaneo. Luca Lubrano, nel ruolo del giovane futuro boss, incarna magistralmente una maturità precoce, la caratteristica di chi ha dovuto crescere troppo in fretta. Pietro non è cattivo: è affamato. Affamato di dignità, di riscatto, di possibilità. Ha visto il modello di Angelo ‘A Sirena, il suo mentore, il suo Virgilio e Caronte allo stesso tempo, e ha compreso che questa è l’unica strada disponibile. La tragedia di Pietro è la tragedia di un’intera generazione, consegnata dalle contraddizioni sociali al mercato della criminalità.

UNA TRAGEDIA MODERNA INSITA NEI RITUALI DELLA CITTA’

Gomorra – Le Origini si rivela un’operazione narrativa ambiziosa. Non replica la formula della serie madre, ma interroga le condizioni antropologiche e sociali che l’hanno resa possibile. La grammatica visiva integra il simbolismo in modo naturale: colori, spazi e movimenti di camera raccontano la perdita dell’innocenza con poesia cupa e necessaria. La sceneggiatura costruisce una tragedia moderna dove il coro è rappresentato dalla città stessa, dai suoi rituali, dalla sua storia sedimentata.

Tutto questo per mostrare come tutto non nasce dal vuoto etico, ma dalle contraddizioni di un sistema che consegna ai ragazzi poveri soltanto la criminalità come percorso di ascesa sociale. Quello che distingue più radicalmente Gomorra – Le Origini dalla serie madre è il tono complessivo. Dove la serie originale era pervasa da un’energia violenta, caotica, quasi febbrile, il prequel procede con una calma inquietante, una lentezza che permette agli spettatori di cogliere le sfumature psicologiche dei personaggi.

Non è una diminuzione di tensione, ma una trasformazione della tensione da adrenalinica a psicologica. Resta però una domanda: questo rallentamento narrativo riuscirà a tenere il pubblico abituato all’adrenalina della serie originale? Il rischio è che l’ambizione autoriale allontani chi cerca azione. Il pregio è che chi resta troverà una riflessione rara sulla genesi del male sociale. La scommessa è appena iniziata e ci sentiamo di dire che vale assolutamente la pena vedere come finirà.

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