Alessandro Gassmann nei panni di Guido Guerrieri in "Guerrieri - La regola dell'equilibrio"
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Su Sky/Now “Guerrieri – La regola dell’equilibrio”, il legal drama ambientato in Italia con Luca Argentero e Alessandro Gassmann.
L’ITALIA ha aspettato fino al 2026 per produrre i suoi primi legal drama televisivi degni di questo nome. Film e romanzi ci sono sempre stati, ma una serie tv costruita attorno all’aula di tribunale come spazio drammaturgico mancava. Il resto del mondo già lo fa. E noi? Noi abbiamo avuto i nostri processi in tv – quelli veri, quelli mediatizzati, da Tortora in poi – ma la fiction ha sempre preferito il commissariato alla toga. Poi, quasi per scommessa, per stanchezza o per altri motivi, a distanza di tre giorni arrivano due serie che mettono l’avvocato al centro.
Avvocato Ligas su Sky/Now, con Luca Argentero nei panni di un penalista milanese che ha perso tutto per uno scandalo personale e ricomincia dai casi impossibili. Guerrieri – La regola dell’equilibrio su RaiUno con Alessandro Gassmann nei panni di Guido Guerrieri, il personaggio che Gianrico Carofiglio porta avanti dal 2002. Partiamo da Ligas, il classico fallen hero: il migliore avvocato di Milano perde il posto per aver sedotto la moglie del socio senior e si ritrova a ricominciare insieme a una praticante idealista, Marta, interpretata da Marina Occhionero.
Il riferimento dichiarato è Better Call Saul – lo ha detto lo stesso Argentero – con un po’ di House, di Sherlock, di genio asociale. Il problema è che quel tipo di personaggio funziona quando ha le sue crepe in vista, quando lo segui nel buco. Ligas quella caduta non te la fa fare.
MILANO COME UNA SCENOGRAFIA GRIFFATA
Lo vedi brillare, lo vedi sbagliare, ma il personaggio rimane sigillato dietro una corazza da rockstar che la serie non riesce aprire. I suoi demoni esistono, si intuiscono, ma restano fuori campo, certo abbastanza da far pensare che ci sia qualcosa sotto, non abbastanza da farti sentire che ti riguarda. La regia di Fabio Paladini, alla sua prima serie tv, è una sorpresa con un senso cinematografico dello spazio e una buona gestione della luce notturna. E però – ed è un però che pesa tanto – la Milano di Ligas è solo una.
È quella degli appartamenti enormi e vuoti di chi ha avuto tutto, degli oggetti di design, delle strade del centro sempre fotogeniche.
È la Milano della zona C, degli aperitivi a chissà quanti euro, di chi si è dimenticato che a Quarto Oggiaro o a Corvetto la vita ha un altro peso e un’altra luce. Non è solo una questione di rappresentazione: è che quando una storia vuole raccontare la caduta di un uomo in una città, quella città dovrebbe avere tutti i suoi strati.
Invece Ligas usa Milano come scenografia griffata, e alla fine la città finisce per sembrare un’estensione del protagonista: brillante, distratta, impermeabile a quello che succede fuori dal proprio raggio visivo. Federico Baccomo, headwriter della serie, è un avvocato prestato alla scrittura: conosce i meccanismi processuali, sa costruire i casi, ma la psicologia dei personaggi manca e si sente. Guerrieri è un altro pianeta. Carofiglio, che firma anche la sceneggiatura insieme a Doriana Leondeff e Antonio Leotti, ha scritto Guido Guerrieri per vent’anni.
GUERRIERI, IL LEGAL DRAMA CHE RACCONTA LE CICATRICI
Lo conosce bene: la nostalgia per la moglie Sara, la boxe come metafora di un equilibrio cercato e sempre mancato, l’empatia che è insieme la sua forza e il suo punto debole.
Quando Gassmann porta in scena questo personaggio, lo spettatore incontra un uomo già formato, con una storia dentro, con delle cicatrici visibili. Guerrieri arriva in televisione già adulto – la serie è liberamente tratta da tre romanzi – mentre Ligas ci arriva ancora in cerca di sé stesso, costruita su un unico libro pubblicato a ridosso della messa in onda. C’è poi la questione dei personaggi secondari, che nelle serie di qualità sono un cardine. In Ligas il cast di contorno – la praticante idealista, l’ex moglie civilista, il Pm avversario interpretato da Barbara Chichiarelli – funziona più come meccanismo che come presenza.
Ogni personaggio esiste in funzione di Ligas, gli gira intorno, ma raramente ha vita propria. C’è poi questa nota del Ligas “seduttore“, che sembra aver avuto relazioni con tutti i personaggi femminili della serie, davvero noiosa e fastidiosa dopo un po’, come se la complessità emotiva del protagonista venisse delegata alle donne che gli passano accanto invece di abitargli dentro. In Guerrieri la geometria è diversa. Annapaola Doria, ex giornalista di cronaca nera diventata investigatrice privata interpretata da Ivana Lotito, è un personaggio già da spinoff. Carmelo Tancredi, l’ispettore vicino a Guerrieri, è un amico vero con corpo e silenzi.
LASCIARE IL DUBBIO IN BELLA VISTA
Anche Bari, ambientazione notturna e solo superficialmente pittoresca, guadagna peso scena dopo scena: non solo cartolina, ma una scenografia fatta di corridoi del palazzo di giustizia e delle strade di notte. Il regista Tavarelli conosce quel territorio e si vede nella fiducia con cui lascia respirare le scene. C’è poi la questione del coraggio. Quello di non risolvere. I legal drama seriali che conosciamo ci mostrano l’avvocato come figura ambigua, qualcuno che usa la legge non per cercare la verità ma per costruirne una convincente. Ligas ci si avvicina ma poi fa sempre un passo indietro, lascia sempre una via d’uscita emotiva, una battuta che smonta la tensione prima che diventi davvero scomoda. Guerrieri invece lascia il dubbio lì, sul tavolo.
Il caso del giudice Larocca, suo amico di vecchia data forse accusato di corruzione, è costruito per non dare risposte facili, per mettere Guerrieri nella posizione più difficile: difendere qualcuno di cui non sei sicuro, sapere che la verità processuale e quella morale non coincidono necessariamente. È roba da chi sa che il palazzo di giustizia non è un luogo dove la verità arriva, ma dove si costruisce un racconto abbastanza plausibile da reggere in appello. Il legal drama italiano esiste adesso. Non era scontato, e non è poco. Se saprà trovare il coraggio di sporcarsi, di mostrare città intere invece che solo i loro quartieri più fotogenici, di lasciare i protagonisti soli con i propri demoni invece di salvarli ogni puntata, potrà diventare qualcosa. Per ora è un inizio.
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