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Jeon Do-yeon nei panni di Ahn Yoon-soo in "Colpevole"

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Una serie targata Netflix che tiene lo spettatore incollato allo schermo: “Colpevole”, la serie che immerge nei meandri più nascosti della società, raccontando una caccia alle streghe per salvare le apparenze.



C’È un momento, guardando Colpevole, in cui ti rendi conto che stai trattenendo il respiro. Non perché stia succedendo qualcosa di eclatante, ma perché la serie Netflix ti ha lentamente tolto l’aria senza che te ne accorgessi. Ed è esattamente quello che vuole fare. Lee Junghyo dirige tutto con la precisione di chi sa che il vero orrore non sta fuori, ma dentro: dentro le stanze, dentro le relazioni, dentro le teste di chi guarda. An Yunsu è un’insegnante d’arte accusata dell’omicidio del marito. Abbiamo la prima gabbia: il sistema giudiziario coreano, la reputazione sociale, un media system che produce titoli prima ancora di cercare verità, lo sguardo degli altri che l’hanno già condannata prima di qualsiasi sentenza.

Ma prima ancora di questo, prima ancora dell’accusa, c’era già una prigione: quella domestica, sociale, delle convenzioni. Quella silenziosa ma che porta a urlare dentro. Quella che non lascia lividi visibili fuori ma logora dall’interno, giorno dopo giorno, fino a svuotare una persona di sé stessa. Colpevole racconta vari tipi di violenza, ma il suo centro è una in particolare: il controllo. L’erosione lenta dell’identità, il peso di dover essere sempre la moglie giusta, l’insegnante rispettabile, la donna “perbene“, pena l’esclusione, il giudizio, la colpa.

UNA CACCIA ALLE STREGHE CONTINUO

Una colpa che Yun su sembra portarsi addosso ancor prima che qualcuno gliela attribuisca formalmente. In carcere incontra Mo-eun, “la strega” la chiamano i media. Il patto che le due donne stringono è semplice sulla carta e devastante nella pratica: Mo-eun confesserà al posto suo, ma in cambio Yunsu dovrà commettere un crimine per lei. Da quel momento la serie smette di essere un legal thriller e diventa un meccanismo a orologeria fatto di twist che non sono trucchi narrativi ma ribaltamenti di prospettiva.

Ogni volta che credi di aver capito chi è il carnefice e chi la vittima, il pavimento si sposta sotto i piedi. A reggere questo meccanismo sono due performance straordinarie. Jeon Do-yeon costruisce Yun-su per sottrazione: ogni scena la vediamo consumarsi dall’interno, portare il peso di una colpa interiorizzata così in profondità da non distinguersi più dalla sua identità.

Non recita il crollo: lo abita. Kim Go-eun fa qualcosa di ancora più perturbante: interpreta Mo-eun come una presenza che oscilla continuamente tra magnetismo e terrore, passando dalla calma alla crudeltà in un battito di ciglia, senza mai rivelare dove finisce la strategia e dove comincia la persona vera. Viene fuori una dinamica ambigua che è il motore emotivo dell’intera serie.
Mo-eun non viene chiamata “la strega” per caso. È un appellativo che dice moltissimo – non su di lei, ma su chi glielo ha dato.

“COLPEVOLE”, LA SOCIETA’ CHE RINNEGA LE STREGHE CHE PLASMA

Le streghe, nella storia e nell’immaginario collettivo, sono sempre state donne che sapevano troppo, che non si lasciavano controllare, che esistevano fuori dagli schemi. Pericolose non perché facessero del male, ma perché rifiutavano di fingere. Mo-eun vede attraverso le maschere sociali e nomina ad alta voce quello che tutti fingono di non vedere. Per la società del controllo è terrificante. Quello che la rende davvero inquietante non è la sua crudeltà ma la lucidità. Mo-eun è l’odio e la paura di una nazione intera e, per estensione, di tutta la contemporaneità, proiettati su un’unica figura femminile. Più semplice demonizzarla che ammettere che quello che vede è reale: che il sistema intorno a lei – giudiziario, familiare, sociale – è costruito su una violenza strutturale che non ha bisogno di alzare la voce per essere devastante.

Una violenza che nasce dal controllo ossessivo delle apparenze, dei ruoli, dei corpi, delle narrazioni, visibile perfino nel numero abnorme di telecamere che presidiano ogni angolo dello spazio pubblico. Il controllo come ideologia che, portato all’estremo, non produce ordine. Produce mostri. Produce donne che imparano a usare la manipolazione come unica forma di autodifesa disponibile. Mo-eun non è nata strega. È stata fabbricata. Un K-drama che diventa uno specchio scomodo, dove il controllo ossessivo che descrive non è un’anomalia culturale esotica, ma è la pressione a essere sempre produttivi, sempre presentabili, sempre adeguati.

UNA SERIE TV CHE NON OFFRE REDENZIONI

È la violenza nelle case che resta invisibile finché non produce un cadavere. È il sistema giudiziario che cerca un colpevole da esibire più che una verità da capire. Jeon Do-yeon costruisce Yun-su come una donna che ha talmente interiorizzato questo meccanismo da non riuscire più a immaginare una versione di sé che ne sia libera. Il controllo non sparisce quando esci dalla relazione sbagliata. Si reincarna.
Si chiama con nomi diversi. Lee Jung- hyo costruisce ogni inquadratura come se volesse soffocare. Ambienti claustrofobici, luci fredde che tolgono calore anche alle rare scene all’aperto, primi piani sui volti che non lasciano scampo né ai personaggi né allo spettatore.

Le carceri, le sale d’interrogatorio, i corridoi anonimi del tribunale non sono semplici scenografie, ma metafore fisiche dello stato mentale di Yun-su, di una donna che si sente prigioniera anche quando è tecnicamente libera. La suspense si costruisce su più livelli contemporaneamente con cliffhanger brutali. Ma quello che rimane non è l’adrenalina del momento ma il disagio che si deposita dopo, quando ripensi a quello che hai visto e realizzi che non sai ancora se quello che hai creduto fosse vero lo era sul serio.Colpevole è un grande thriller.

Non offre redenzioni pulite né condanne definitive. Lascia i personaggi in uno spazio sospeso in cui la libertà, se mai arriverà, avrà il sapore di qualcosa di irrecuperabile. Non è una serie che si guarda per rilassarsi. Quando finisce ti lascia qualcosa di sgradevole addosso, come una stanza in cui hai passato troppo tempo e che senti ancora sulla pelle.
Parla di una società profondamente spaventata dal guardarsi allo specchio, che chiama strega chiunque abbia il coraggio, o la disperazione, di farlo al posto suo. L’aria dentro è poca. E quello che vedrete riflesso nel vetro potrebbe assomigliarvi più di quanto vorreste ammettere.

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