Sarah Snook nei panni di Marissa Irvine in "All Her Fault"
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Tratto dal romanzo di Andrea Mara, “All Her Fault” esplora i segreti di un quartiere residenziale apparentemente perfetto, dove l’indagine per un figlio scomparso rischia di svelare innumerevoli segreti.
L’incubo primordiale: una madre che va a riprendere il figlio e scopre che nessuno sa dov’è. Questo è All Her Fault. In apparenza. Più in profondità questo thriller disponibile su Sly e Now è un’indagine profonda sulle dinamiche tossiche della rispettabilità borghese. Tratto dal romanzo di Andrea Mara e adattato da Megan Gallagher, la serie parte da un elemento di tensione pura per poi allargarsi progressivamente, esplorando i segreti stratificati di un quartiere residenziale apparentemente perfetto, dove dietro ogni facciata immacolata si nascondono ossessioni, rancori e colpe inconfessate.
La struttura narrativa sceglie deliberatamente di non essere un classico whodunit: la domanda “chi ha preso Milo?” funziona più come motore emotivo che come vero enigma da risolvere. La sceneggiatura lavora su due binari paralleli: da una parte mantiene alta la tensione immediata attraverso cliffhanger calibrati che chiudono ogni episodio, dall’altra procede allo scoperchiamento graduale di segreti familiari – tradimenti, bugie, traumi del passato – che ridisegnano continuamente le alleanze tra i personaggi e il giudizio dello spettatore.
IL BISOGNO COMPULSIVO DI TROVARE UN COLPEVOLE
L’intreccio risulta denso, forse persino sovraccarico in alcuni momenti e questo rischia di generare occasionali eccessi melodrammatici, soprattutto nella seconda metà quando le rivelazioni iniziano ad accumularsi con un ritmo che sfiora il meccanico.
Dove la serie trova la sua vera forza è nell’analisi del concetto di colpa e nel modo in cui questo si intreccia con la macchina del pettegolezzo comunitario. I sospetti rimbalzano velocemente tra le madri del quartiere, si amplificano sui social media, vengono metabolizzati e risputati fuori dai notiziari, e la sceneggiatura riesce a cogliere efficacemente la velocità con cui la narrazione pubblica divora e semplifica la complessità delle vite umane.
Il tema centrale non è tanto chi è il colpevole, quanto il bisogno compulsivo della comunità-società di trovare qualcuno da incolpare, di ristabilire un ordine morale anche a costo di sacrificare la verità. Meno convincente risulta invece la gestione di alcune motivazioni del villain, che in certi passaggi flirta pericolosamente con il sensazionalismo e appesantisce un finale già carico di colpi di scena. Sul piano registico, la serie è divisa tra Minkie Spiro, che dirige i primi quattro episodi, e Kate Dennis, responsabile della seconda metà, ma mantiene comunque un’identità visiva coerente.
Spiro costruisce un primo blocco molto controllato sul piano del ritmo, con la macchina da presa spesso incollata al volto della protagonista Marissa, un uso insistito di corridoi, soglie e porte che si aprono su spazi estranei per tradurre visivamente il disorientamento psicologico. L’estetica della suburbia “perfetta” – giardini curati con maniacale precisione, interni luminosi e accoglienti, una palette cromatica ordinata – viene progressivamente incrinata attraverso dettagli disturbanti: inquadrature leggermente decentrate, riflessi ambigui, sfocature sullo sfondo che suggeriscono presenze inquietanti. È un lavoro sottile che comunica efficacemente l’idea di qualcosa di marcio nascosto sotto la superficie patinata.
“ALL HER FAULT”, L’INCLINAZIONE VERSO LA TENSIONE
La seconda metà sposta l’accento maggiormente sull’aspetto thriller puro: montaggio diventa più nervoso, uso di scene notturne e di spazi claustrofobici, quindi una inclinazione verso l’alta tensione con inseguimenti e confronti armati che, pur funzionando sul piano dell’adrenalina, talvolta sacrificano la sottigliezza psicologica in favore dell’azione. Nel complesso, l’impianto registico è solido, televisivo nel senso migliore e più professionale del termine, con alcune soluzioni particolarmente eleganti quando si tratta di far emergere i non detti nelle dinamiche tra personaggi. Il vero baricentro emotivo e interpretativo della serie è Sarah Snook, qui anche produttrice esecutiva.
L’attrice, reduce dal ruolo iconico di Shiv Roy in Succession, si libera completamente del cinismo che caratterizzava quel personaggio per dare vita a una madre apparentemente ordinaria ma attraversata da un ventaglio complesso di emozioni: panico puro, rabbia, vergogna, bisogno disperato di mantenere il controllo. Il suo lavoro sulle sfumature vocali e sulle micro-espressioni facciali rende credibile e straziante la progressiva frattura tra la Marissa pubblica – sempre composta di fronte alle telecamere, misurata nelle dichiarazioni – e quella privata, che vacilla e si frantuma di fronte alle verità sul marito e sul proprio passato rimosso.
L’INCAPACITA’ DI ASSUMERSI LE RESPONSABILITA’
Accanto a lei, Dakota Fanning costruisce un personaggio più laterale ma ugualmente interessante, un’alleata ambigua che sembra oscillare costantemente tra autentica solidarietà e sottile manipolazione, lasciando lo spettatore nell’incertezza sulle sue reali intenzioni.
Jake Lacy e Michael Peña offrono entrambi variazioni sul tema della mascolinità fragile e opaca, personaggi che si muovono tra senso di colpa, opportunismo e incapacità di assumersi pienamente le proprie responsabilità. Il cast di contorno, in particolare le altre madri del quartiere e i membri allargati della famiglia, contribuisce a rendere credibile il microcosmo sociale, anche se non tutti i ruoli secondari godono della stessa profondità di scrittura riservata ai protagonisti.
All Her Fault si configura dunque come un thriller psicologico compatto e ben confezionato, sorretto da un’interpretazione centrale di grande livello che usa il rapimento di un bambino come lente d’ingrandimento per osservare il lato oscuro e tossico della rispettabilità borghese.
Nonostante alcune forzature narrative e un gusto talvolta eccessivo per il colpo di scena a effetto, la serie mantiene una tensione costante e offre un racconto emotivamente coinvolgente che interroga gli spettatori sul tema della colpa collettiva e del giudizio sociale. È una proposta ideale per chi cerca un mystery ad alto tasso di ansia e ambiguità morale.
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