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La serie evento “Due Spicci” di Zerocalcare è finalmente approdata su Netflix, portando sullo schermo quella Roma che solo chi ci ha vissuto conosce.


Tra i momenti più onesti di tutta la serie ce n’è uno in cui il protagonista si siede con sua madre e tace. Si sta lì. E in quel silenzio, quello di chi è cresciuto in una casa di periferia con la televisione sempre accesa e un genitore che non ha mai avuto il lusso di parlare di sé, c’è tanta più scrittura di quanta certa serie producano in intere stagioni. Parliamo della serie evento di Zerocalcare su Netflix. Evento come le diecimila persone che l’hanno vista in anteprima al Circo Massimo. Sono romano. Non di Rebibbia, anche perché è difficile dire romano vista la conurbazione che la capitale è diventata, ma abbastanza romano da riconoscere quella grammatica degli affetti dove l’amore si esprime per sottrazione, dove si dice “ma sì” invece di “ti voglio bene“, dove la cura è un piatto di pasta che appare sul tavolo senza commento.

Zerocalcare questa grammatica la conosce a memoria, e in Due spicci la porta sullo schermo con una precisione che smette di essere autobiografia quasi subito e diventa qualcos’altro, qualcosa che non ha ancora un nome preciso nella critica televisiva italiana, e forse è meglio così.
Non è più solo voce di una generazione. È l’obiezione faccio a chi continua a leggerlo attraverso quella categoria comoda: i trentenni precari, l’ansia del millennials, la politica dei centri sociali. Quelle cose ci sono. Ma Due spicci fa qualcosa di meno frequente: parla ai padri e alle madri nello stesso momento in cui parla ai figli.

UNA VOCE CHE NON SPIEGA LA SCENA

Non li mette in scena come ostacoli o come vittime, non li riduce a funzione narrativa. Li ascolta. Questo è già un atto abbastanza raro da meritare attenzione. Per capire come ci riesce bisogna guardare alla tecnica, non solo al contenuto. L’animazione di Zerocalcare ha un’estetica immediatamente riconoscibile, ma in Due spicci quella fisicità nervosa viene usata con una consapevolezza diversa rispetto alle opere precedenti. La postura del protagonista cambia a seconda di chi ha davanti: si accorcia, si irrigidisce, si fa più piccola davanti a certi adulti con una precisione che nessun dialogo potrebbe ottenere con la stessa economia. L’animazione fa quello che sa fare meglio della recitazione in carne e ossa: esagera il vero quanto basta per renderlo leggibile senza renderlo falso.

Il voice-over è l’altro elemento tecnico su cui vale la pena soffermarsi. In molta fiction italiana il commento in voce è una resa: quando non si riesce a mostrare, si racconta. Zerocalcare lo usa al contrario, come frizione. La voce non spiega la scena, la contraddice, la commenta da una posizione ironica o affettuosa o semplicemente dissonante rispetto a quello che si vede. È una tecnica che viene dal fumetto, cioè la vignetta che mostra una cosa mentre la didascalia ne dice un’altra, e che nell’adattamento seriale diventa qualcosa di proprio, non derivato. Il tono autoironico non è un difetto di distanza emotiva ma la distanza stessa come forma di accesso: si arriva al dolore attraverso la battuta, non nonostante essa.

“DUE SPICCI”, IL DOPPIAGGIO DI ZEROCALCARE SUI PERSONAGGI SECONDARI

Il fatto che Zerocalcare doppi sé stesso e quasi tutti i personaggi secondari non è un limite produttivo. O non solo. È una scelta che ha conseguenze narrative precise. Quando la voce è una sola a popolare il mondo, quello che cambia non sono solo i timbri ma le inflessioni, il grado di calore o di distanza con cui ogni personaggio viene restituito. C’è qualcosa di leopardiano – si intendo proprio il sommo Giacomo – in questo: un io che proietta il mondo e poi ci litiga dentro, che costruisce gli altri come variazioni di sé e poi si sorprende della loro alterità. I personaggi di contorno non sono mai completamente altri, eppure il momento in cui sfuggono alla voce narrante, in cui dicono qualcosa che la voce non aveva previsto, è il momento in cui la serie respira più liberamente.

La musica è un indizio di tutto il resto. La colonna sonora non è un esercizio di nostalgia né un catalogo di citazioni generazionali, quel vizio che affligge quasi tutto il cinema italiano quando vuole sembrare autentico e non riesce. I brani lavorano come soglie, come momenti in cui la storia personale si apre su qualcosa di collettivo senza dichiararlo. La musica aggiunge uno strato, porta dentro qualcosa che viene da prima, da un tempo che non è solo romano e non è solo di una certa età. Quello è il momento in cui ho smesso di chiedermi a chi fosse indirizzata questa serie: a chiunque abbia una botola.

UNA ROMA CHE INVECCHIA CON I PERSONAGGI

Il tema reale di Due spicci, sotto la superficie di Zerocalcare che litiga con sé stesso e con il quartiere e con i fantasmi di chi non c’è più, è la trasmissione, quello che passa tra le generazioni senza che nessuno abbia deciso di passarlo: le paure, i silenzi, le strategie di sopravvivenza emotiva che i genitori adottano e i figli ereditano senza istruzioni. È una serie che guarda indietro e in basso, verso le fondamenta, verso quella botola nell’identità che si tiene chiusa non per paura di aprirla ma perché nessuno ci ha mai insegnato dove si trova il gancio. O abbiamo paura di scoprirlo.

Da fumettista a regista di sé stesso, Zerocalcare ha fatto un percorso che in Italia quasi nessuno ha saputo tenere con la stessa coerenza. Strappare lungo i bordi aveva stabilito che il linguaggio animato poteva portare il peso del dolore adulto senza svenderlo alla comicità né alla commozione facile. Due spicci va oltre: prende quel linguaggio e lo usa per guardare alle origini, alla famiglia, alla città come corpo con memoria propria. Roma non è mai sfondo in questa serie. Invecchia insieme ai personaggi, porta i segni di chi l’ha abitata, non si lascia ridurre né a cartolina né a set criminale.

È la Roma che esiste davvero, quella che chi ci è cresciuto conosce dai finestrini dell’autobus, e che raramente mi è sembrata così vera su uno schermo. Scrivo da dentro, non da fuori, ne sono totalmente consapevole e non me ne scuso, anche perché frequentavo gli stessi posti di Zerocalcare. Ma forse è esattamente quello che Due spicci chiede al suo spettatore, qualunque sia la città da cui guarda. Non la distanza critica. Qualcosa di più scomodo. Di provare a vedere se si può trovare il gancio della botola.

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