INDICE DEI CONTENUTI
- 1 Eugenio Monti è entrato nella storia grazie a una “vittoria” che in realtà non era una vittoria nel senso tradizionale. Ma ciò che colpisce davvero è l’uomo dietro quel gesto del famoso bullone…
- 2 Giorgio Pasotti, se dovesse descrivere quella scena con una sola parola?
- 3 In “Rosso Volante”, emerge anche la storia d’amore e di amicizia di Eugenio Monti. Cosa le ha insegnato questo personaggio sui legami?
- 4 C’è stata una scena che l’ha commossa particolarmente?
- 5 Giorgio Pasotti, ha sentito il peso di incarnare un mito dello sport italiano?
- 6 C’è una frase del film che sente sua?
- 7 Il Trofeo Pierre de Coubertin è considerato la massima onorificenza morale per un atleta. Secondo lei, il pubblico di oggi è pronto a emozionarsi più per l’etica che per l’oro?
- 8 Giorgio Pasotti, qual è stato il suo “bullone” nella vita? Quel gesto che gli è costato tanto, ma l’ha definita come uomo e professionista?
- 9 Si è sempre concesso senza riserve al suo pubblico tra teatro, cinema e TV…
- 10 Giorgio Pasotti, dopo aver interpretato un’icona come Eugenio Monti in “Rosso Volante”, sente il desiderio di raccontare altre figure reali o personaggi contemporanei?
- 11 Può anticiparci qualcosa sui prossimi progetti?
- 12 Giorgio Pasotti, la rivedremo presto in Calabria?
“Rosso Volante”, il coraggio e il fair play di Eugenio Monti arrivano su Raiuno: nella nostra intervista, Giorgio Pasotti racconta la storia del leggendario bobbista di Cortina d’Ampezzo.
Il 23 febbraio Raiuno trasporterà il pubblico nel cuore della neve, della velocità e della straordinaria storia di Eugenio Monti, il “Rosso Volante” dello sport italiano. Diretto da Alessandro Angelini, il film celebra la vita e le imprese di uno dei più grandi campioni di sport invernali di tutti i tempi, interpretato da Giorgio Pasotti. Nel cast, brillano Andrea Pennacchi, Denise Tantucci, Stefano Scandaletti e Maurizio Donadoni, che insieme al celebre attore danno vita a un racconto emozionante e travolgente di passione sportiva, amicizia e coraggio.
La storia si apre nel 1964: Eugenio Monti, campione di bob a 36 anni, ha già conquistato tutto… tranne l’oro olimpico. Ai Giochi di Innsbruck, durante una gara mozzafiato, Monti nota che il rivale Tony Nash ha perso un bullone. Senza esitazione, gli presta il pezzo mancante, sacrificando la vittoria a favore del fair play. Lo sportivo ci mostra che la vera grandezza non sta nel podio, ma nel gesto che definisce l’uomo. Un gesto di lealtà che gli vale il trofeo Pierre de Coubertin, la più alta onorificenza olimpica per un atleta. Quattro anni scanditi da sfide estreme cominciano da qui. Cadute che bruciano, speranze che incendiano l’anima, allenamenti che spingono oltre ogni limite. Ogni passo, ogni fatica, ogni sacrificio conduce Monti verso un unico, grande traguardo: l’oro alle Olimpiadi di Grenoble nel 1968.
Il film ripercorre la vita di un uomo che sfidava la neve e la vita con la stessa audacia che gli valse il soprannome di “Rosso Volante”, coniato dal giornalista Gianni Brera. Oltre alla vicenda sportiva, il film è un tributo ai valori olimpici e un ponte tra generazioni: una storia capace di avvicinare i più giovani alla cultura sportiva. La pellicola, coproduzione RAI Fiction – Wonder Film – Wonder Project, è stata realizzata con il contributo del Fondo MiC per lo sviluppo dell’investimento nel cinema, della Regione del Veneto e della Fondazione Veneto Film Commission, ed è inserita nel programma dell’Olimpiade Culturale Milano Cortina 2026.
Con la nostra intervista a Giorgio Pasotti, realizzata prima della messa in onda del film, entriamo nella mente e nel cuore di un campione: grazie alle sue parole, il pubblico può percepire da vicino il battito, la passione e l’anima di Eugenio Monti, vivendo ogni vittoria e ogni sacrificio del leggendario bobbista di Cortina d’Ampezzo come se fosse proprio.
Eugenio Monti è entrato nella storia grazie a una “vittoria” che in realtà non era una vittoria nel senso tradizionale. Ma ciò che colpisce davvero è l’uomo dietro quel gesto del famoso bullone…
«Parliamo di un atleta che nel 1964 aveva 36 anni, all’ultima occasione per conquistare l’oro che mancava a un palmarès già straordinario. Rinunciare a quell’oro, sapendo che era la sua ultima possibilità, rende il gesto ancora più importante. E quattro anni dopo, a 40 anni, Monti conquista una doppia medaglia d’oro nel bob a due e a quattro: una vera incarnazione del concetto di Superman! Quel gesto iniziale avrebbe potuto compromettere tutto. Invece Monti scelse lo spirito sportivo, la lealtà, l’onestà. Coraggio e integrità che superano lo sport stesso e restano un esempio universale».
Giorgio Pasotti, se dovesse descrivere quella scena con una sola parola?
«Direi sportività. È l’unica parola che può racchiudere il gesto di Monti: un concetto che dovrebbe guidare tutti gli sport e tutti gli atleti. Oggi, purtroppo, lo vediamo sempre meno. Anzi, spesso capita di assistere all’esatto opposto: persone che, in sport molto più seguiti e remunerati, cercano di ingannare gli arbitri ed esultano per questo. Senza voler entrare nella polemica, è un livello di antisportività che sfiora l’imbarazzo. Monti invece ci ricorda che il vero valore sta nell’onestà e nel rispetto, non solo nel vincere».
In “Rosso Volante”, emerge anche la storia d’amore e di amicizia di Eugenio Monti. Cosa le ha insegnato questo personaggio sui legami?
«Bisogna capire che Eugenio Monti era un uomo che ha sempre vissuto borderline, in un confine molto labile tra la vita e la morte, inseguendo la velocità come unico punto di riferimento. Per lui, la velocità dava stabilità, dava senso alla vita. Solo quando incontrò l’amore, smise di gareggiare: come accade a molti grandi atleti, conoscere qualcuno da amare significa mettere da parte un po’ quella spinta estrema che definisce un campione.
La vita di Monti ci insegna che i grandi legami richiedono attenzione e responsabilità. Uno che corre per centesimi e millesimi di secondo non può permettersi di avere la testa o il cuore altrove. Per questo, quando incontrò sua moglie nel 1969 – un anno dopo il ritiro – la sua vita cambiò: il pericolo, l’adrenalina e la libertà assoluta lasciarono spazio all’amore. Infatti l’unica libertà creativa che noi ci siamo presi è quella di aver messo in scena una storia d’amore prima del suo ritiro.
Monti era un “pazzo” nel senso più bello del termine: libero, autentico, un talento naturale che eccelleva in tutto ciò che faceva, dallo sci alla Formula 1. Non aveva nemmeno una macchina, viaggiava in moto per sentire il vento e vivere la libertà pienamente. Il suo esempio ci insegna che l’eccellenza nello sport e nei legami non si escludono a vicenda, ma richiedono coraggio e rispetto per ciò che conta davvero».

C’è stata una scena che l’ha commossa particolarmente?
«Devo essere sincero: la scena che mi ha colpito di più è una delle più semplici del film. È quando la madre di Eugenio Monti gli dice: “Amore mio, per me sarai sempre il numero uno, qualsiasi cosa tu faccia”. È una frase banale, forse, ma incredibilmente vera. Qualsiasi mamma la pronuncerebbe. Quel momento di amore puro e incondizionato mi ha commosso profondamente».
Giorgio Pasotti, ha sentito il peso di incarnare un mito dello sport italiano?
«Sì, e l’ho sentito soprattutto scoprendo la sua storia. Pago pegno: prima non la conoscevo. L’ho incontrata quasi per caso, leggendo un estratto durante un anniversario del CONI, e me ne sono innamorato. Poi ho studiato ogni dettaglio della sua vita. Sul set di Cortina ho davvero capito l’importanza di Monti: le persone del posto, abituate a vivere tra sport e classe sociale elevata, si commuovevano parlando di lui. È stato in quel momento che ho realizzato che non stavamo raccontando solo un atleta straordinario, ma un uomo che aveva lasciato un segno indelebile nella sua comunità».
C’è una frase del film che sente sua?
«Ce ne sono diverse, ma quella che più mi ha colpito è legata al ritorno di Monti alle gare dopo il ritiro. Il suo storico frenatore, Sergio Siorpaes, lo va a cercare in un rifugio in alta montagna e gli dice: “Torniamo a gareggiare”. Monti all’inizio rifiuta: “No, non voglio fare la figura del vecchio che ritorna”. Poi si lascia ispirare dalla natura, dalla sensazione che può ancora farcela. Corre da Sergio e gli dice: “Facciamolo ancora una volta”. La frase che li accompagnava sempre era semplice ma potente: “Io per te, tu per me”».

Il Trofeo Pierre de Coubertin è considerato la massima onorificenza morale per un atleta. Secondo lei, il pubblico di oggi è pronto a emozionarsi più per l’etica che per l’oro?
«Io me lo auguro. È proprio il motivo per cui ho fatto questo film. Non volevo raccontare solo gli ori olimpici, perché tanti atleti li vincono. Ma il gesto di Monti, oggi, assume un valore ancora più grande: in un tempo in cui l’antisportività dilaga, soprattutto negli sport più popolari, il suo esempio di lealtà va oltre lo sport. È un insegnamento per tutti: per chi pratica sport, per chi vuole vivere una vita corretta, per chi non vuole vantaggi immeritati. Monti mostra che la vera vittoria sta nell’onestà e nel rispetto, a 360°».
Giorgio Pasotti, qual è stato il suo “bullone” nella vita? Quel gesto che gli è costato tanto, ma l’ha definita come uomo e professionista?
«Mi stai facendo domande molto molto complicate (sorride, ndr). Il mio bullone è stata la decisione di cambiare strada nella vita. Volevo diventare medico, avevo studiato e fatto perfino esperienze in Cina. Poi, ho capito che il mio destino era un altro: questo mestiere, la recitazione, era diventato la mia strada. Abbandonare il progetto che avevo costruito è stato un rischio enorme, ma necessario. Quel momento ha definito chi sono oggi».
Si è sempre concesso senza riserve al suo pubblico tra teatro, cinema e TV…
«Devo dire che è stata una scelta che mi ha ripagato immensamente e continua a farlo ogni giorno. Vedere l’affetto e l’attenzione del pubblico, sia a teatro che sullo schermo, mi rende davvero felice».
Giorgio Pasotti, dopo aver interpretato un’icona come Eugenio Monti in “Rosso Volante”, sente il desiderio di raccontare altre figure reali o personaggi contemporanei?
«Sì, assolutamente. Ho tanti progetti in cantiere e mi piace raccontare storie universali, che portino sentimenti comprensibili a tutti ma trattino anche temi contemporanei. Credo che teatro e cinema non debbano essere solo intrattenimento, ma veicoli di riflessione: storie che facciano pensare, che stimolino il pubblico a interrogarsi e a emozionarsi».
Può anticiparci qualcosa sui prossimi progetti?
«Ho appena terminato il mio terzo film da regista, “Sotto a chi tocca”, dedicato al mondo del lavoro, un tema molto attuale. Sto portando in giro anche Otello, una mia regia che affronta il femminicidio. Entrambi trattano tematiche vicine alla vita reale, che ci circondano ogni giorno».
Giorgio Pasotti, la rivedremo presto in Calabria?
«Lo spero tanto! In Calabria uscirà il film “Io non ti lascio solo“, che ho girato lì. Racconta la storia di un bambino che perde il suo cane: io interpreto il padre, che si avventura nella Calabria più selvaggia per ritrovarlo. Il film dovrebbe uscire in primavera».
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