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La droga recuperata dai carabinieri in un tombino a Bari vecchia

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BARI – Droga e vecchi conti in sospeso. Due scenari che potrebbero aprirsi assieme alle porte del carcere per Lello Capriati, figlio di Sabino e nipote dello storico boss di Bari vecchia, Tonino. Raffaele, detto Lello, sta scontando la condanna definitiva a 17 anni di reclusione per concorso nell’omicidio di Michele Fazio, il 12 luglio 2001, nei vicoli di Bari vecchia dove da mesi ormai si celebrava lo scontro armato fra il clan dei Capriati e quello degli Striasciuglio.

Quella sera si uccise un innocente, un ragazzino che rientrava a casa dopo aver lavorato come garzone in un bar, in un clima da Far west. E quel conflitto, negli anni a venire, non si è mai spento del tutto, consumandosi sull’onda del business più remunerativo di tutte le organizzazioni criminali, e cioè il traffico e lo spaccio di droga.

L’uscita dal carcere di Lello, annunciata dai suoi parenti con un Tik Tok, ora riapre la strada a molte possibilità e rialza l’attenzione degli inquirenti sul clan. Le indagini, in realtà, non si sono mai fermate e si arricchiscono, di volta in volta, con gli episodi di cronaca, come l’ultimo ritrovamento di droga fatto nelle scorse ore dai carabinieri in strada della Torretta, a pochi passi dalla movida del sabato sera: in un tombino sono stati scoperti due chili di hashish divisi in panetti e mezzo chilo di marijuana, divisa in buste di cellophane, oltre al materiale per il peso e confezionamento.

Un quantitativo che, ben suddiviso, avrebbe soddisfatto una buona parte del mercato serale. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, infatti, lo spaccio di droga nel centro storico sarebbe in questo momento di totale appannaggio del clan Capriati, gestito per la maggior parte da un giovanissimo e rampante rappresentante della storica famiglia barese.

L’uscita di Lello dal carcere potrebbe sottrargli spazio o, in alternativa, rafforzarne la quasi egemonia sul territorio. Il giovane, raccontano gli atti investigativi, ha un esercito di ragazzi al suo seguito, pronti a sparare per difenderlo e abili pusher nella vendita capillare e ramificata di hashish e marijuana.

Secondo gli investigatori, un’altra fetta di spaccio sarebbe invece appannaggio dei Larizzi, con base operativa nei pressi della Cattedrale e con clientela di altro genere: professionisti ed esponenti dell’alta borghesia barese si approvvigionerebbero da loro di cocaina. Ma l’apertura della cella per Lello Capriati preoccupa gli inquirenti anche per un altro motivo: il 21 novembre 2018 al quartiere Japigia di Bari, mentre rientrava a casa, fu ucciso suo fratello Mimmo, uscito da poco dal carcere dopo una lunga detenzione. In auto con lui c’erano anche moglie e figlio.

Per quell’omicidio a febbraio scorso, gli agenti della Squadra mobile hanno arrestato tre persone: il pregiudicato barese Domenico Monti, soprannominato “Mimmo il biondo”, ex braccio destro del boss Tonino Capriati ed esecutore materiale, Christian De Tullio e Maurizio Larizzi, considerato il mandante.

A decidere la morte, secondo le indagini della Direzione distrettuale antimafia, sarebbe stata proprio la sua ambizione di mettere le mani sullo spaccio di droga, rivendicando un ruolo egemone nel clan anche spostandosi sulle estorsioni agli affiliati come Larizzi, che in quegli «anni di malavita – dicono nelle intercettazioni – aveva fatto affari».

Un omicidio che per alcuni componenti della famiglia viene considerato un affronto da regolare con il sangue, mentre per altri viene considerato una questione da accantonare, in nome degli affari.

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