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Una volante della polizia

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C’è anche il comandante della polizia locale di Sammichele di Bari tra le 9 persone arrestate oggi dalla polizia di Bari, nell’ambito dell’indagine sul duplice agguato mafioso che il 24 settembre 2018 causò la morte del 24enne Walter Rafaschieri e il ferimento del fratello Alessandro, vero obiettivo dei killer.

Il comandante della Polizia Locale, Domenico D’Arcangelo, avrebbe fornito un alibi a Giovanni Palermiti, detto Giannì, figlio del capo clan Eugenio, tra gli esecutori materiali dell’omicidio. D’Arcangelo, infatti, avrebbe indotto una sua agente a redigere un verbale falso di violazione al codice della strada per attestare la presenza a Sammichele di Bari di Palermiti, nel giorno e nell’ora dell’omicidio e del tentato omicidio. Una multa per guida contromano che Palermiti ha anche pagato.

Secondo gli investigatori, D’Arcangelo era consapevole del ruolo di Palermiti nella compagine criminale del quartiere Japigia di Bari. In cambio avrebbe ricevuto un cellulare del valore di 800 euro ed una somma non accertata, ma elevata, di denaro. Durante le indagini il comandante della Polizia non è sembrato per nulla pentito. Lo confermano alcune frasi ascoltate durante le intercettazioni “quelli non hanno le prove… se no avrebbero già fatto”. E alla sua agente avrebbe detto: “tu dì non mi ricordo, ripeti la teoria che non ricordi niente”.

Oltre D’Arcangelo e Palermiti, altre 5 persone sono finite in carcere, tutti pregiudicati affiliati al clan Parisi-Palermiti: il 37enne Filippo Mineccia, genero del boss e co-autore materiale dell’agguato, il 35enne Michele Ruggieri e il 27enne Riccardo Campanale che avrebbero fornito le armi, il 31enne Domenico Lavermicocca che avrebbe successivamente cancellato le tracce e il 36enne Gianfranco Catalano nel ruolo di vedetta. Altri due pregiudicati, i 45enni Giovanni Mastrorilli e Francesco Triggiani, rispondono di reati di armi.

L’agguato, hanno ricostruito gli uomini della Squadra Mobile coordinati dal pm della Dda di Bari Fabio Buquicchio, sarebbe maturato nell’ambito della guerra tra i clan Palermiti e Strisciuglio, al quale erano affiliate le vittime, per la gestione dello spaccio nel quartiere Madonnella. A sostegno dell’accusa ci sono 230mila intercettazioni telematiche, telefoniche e ambientali, oltre alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Domenico Milella, terzo componente del commando.

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