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Immagine di repertorio della strage dei due treni

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«Il sistema del blocco telefonico, in uso al momento del disastro, era conforme alle previsioni di legge e tuttora viene usato da alcune linee di ferrovie regionali». Gianni Giannini, ex assessore regionale ai Trasporti, testimonia in aula a Trani e sulla sciagura che il 12 luglio 2016 provocò 23 morti e 51 feriti sulla linea Andria-Corato, si allunga un’altra ombra.

Udienza importante, quella di ieri, nel processo per la strage dei due treni, scontratisi sul binario unico tra Andria e Corato, nel quale sono imputate 17 persone fisiche e la società che gestisce la linea, la Ferrotramviaria spa. Si tratta di dipendenti, dirigenti e vertici dell’azienda, di un dirigente del ministero dei Trasporti e di due direttori dell’Ustif (ente del Mit all’epoca dei fatti incaricato della sicurezza dei treni locali) di Puglia, Basilicata e Calabria: rispondono, a vario titolo, dei reati di disastro ferroviario, omicidio colposo e lesioni gravi colpose, omissione dolosa di cautele, violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro e falso.

Ferrotramviaria è imputata in qualità di persona giuridica per la responsabilità amministrativa nei reati contestati ai suoi dipendenti. Parti civili nel processo (solo nei confronti delle persone fisiche) la Regione Puglia, i Comuni di Corato, Andria e Ruvo di Puglia, alcune associazioni, parenti delle vittime e passeggeri sopravvissuti. Ferrotramviaria, Ministero dei Trasporti e Regione Puglia sono stati citati in qualità di responsabili civili. Ieri, citato come teste dal pm Marcello Catalano, l’ex assessore ha ricordato come la Regione Puglia avesse stanziato una considerevole somma per investimenti tecnologici in sicurezza, proveniente da fondi europei, ma l’attuazione dei lavori era stata ostacolata da pastoie burocratiche legate anche alle procedure di approvazione da parte dei Comuni interessati al progetto.

E al momento del disastro, ha aggiunto, i lavori generali di potenziamento infrastrutturale erano in corso su alcuni tratti, come quello fra Ruvo di Puglia e Corato. Al termine della testimonianza, Gianni Giannini ha ricordato come alcuni anni fa abbia dovuto dimettersi dal suo incarico perché indagato per corruzione, per poi rientrare in carica dopo l’archiviazione dell’indagine. L’avvocato della Regione Puglia si è poi opposto alla testimonianza in aula del Governatore Michele Emiliano perché, ha spiegato, oltre ad essere teste nella lista del pm, è anche responsabile civile. Ha quindi chiesto che l’accusa rinunci spontaneamente a citarlo.

La posizione della Regione è infatti singolare: nello stesso processo riveste un duplice ruolo: quello di responsabile civile del disastro, ma anche parte civile. A luglio scorso fu ascoltato un ingegnere del ministero delle Infrastrutture e trasporti: in quell’occasione fu riportato alla luce un altro episodio avvenuto in Friuli quattro anni prima del disastro ferroviario pugliese: si sfiorò la tragedia anche in quel caso, e l’impatto fu evitato solo per la prontezza del macchinista che riuscì a frenare in tempo.

Anche quella volta i due treni viaggiavano sullo stesso binario, in direzione opposta. Per l’episodio friulano ci fu un processo e delle condanne. Un campanello d’allarme ignorato perché nessuno trasmise il verbale di quanto accaduto al ministero che, dunque, non poté segnalarlo alle autorità competenti.

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