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Dopo l’estromissione dal processo penale delle parti civili, l’unica via rimasta è quella del Civile. Le sentenze, sino ad oggi, sono state tutte favorevoli agli azionisti che hanno visto andare in fumo i loro risparmi negli anni scorsi, ma su 70mila ex soci di Banca Popolare di Bari coloro che hanno deciso di intraprendere la strada della battaglia legale nei Tribunali non sono più di 1000-1500.

Numeri bassi, quasi irrisori, rispetto alla potenziale platea, anche per questo motivo l’istituto di credito non ha alcun interesse ad oggi ad avviare tavoli di conciliazione con tutti coloro che sono stati danneggiati dal deprezzamento delle azioni.

Al momento, la banca, salvata dal crac da MCC, valuta solamente le richieste di conciliazione nell’ambito della «Procedura di solidarietà»: può aderire alla proposta solo chi versa in difficili condizioni economiche o sono colpiti da gravi patologie, che necessitino di beni e/o cure di prima necessità.

A loro l’istituto riconosce il 25% della somma investita, ad oggi sono 500 le richieste presentate e che saranno vagliate a chiusura del programma, tra due mesi circa. Fatti due calcoli, ci sono sostanzialmente 68mila azionisti che si sono pressocché rassegnati, anche se le associazioni dei consumatori non demordono. «La banca – spiega l’avvocato Antonio Pinto, responsabile settore bancario e assicurativo di Confconsumatori – rifiuta qualunque tavolo di conciliazione nonostante le sentenze siano tutte favorevoli agli azionisti. Io personalmente ne ho vinte sette su sette, con risarcimento riconosciuto al 100%, dopo aver avuto ragione dinanzi all’Arbitro per le controversie finanziarie (Acf)».

Tre tribunali pugliesi diversi, Bari, Trani e Brindisi, sembrano aver ormai «spostato» la stessa linea giurisprudenziale, confermando in toto le motivazioni dell’Acf. «La partita si gioca sugli inadempimenti contrattuali – spiega Pinto – ad esempio sugli obblighi di informazione verso i clienti, ma non solo. Le sentenze dei tribunali, ci tengono a sottolinearlo, sono esecutive, quindi la banca deve pagare immediatamente e questo avviene puntualmente. Ci chiediamo, a questo punto, perché la banca non apre il tavolo di conciliazione, che stiamo chiedendo da un anno con tutte le associazioni».

In realtà una risposta c’è: sino a quando il numero dei ricorsi sarà limitato, l’istituto di credito non avrà alcun interesse ad avviare trattative e conciliazioni con la potenziale platea di persone danneggiate. Per riassumere la questione: la «pioggia» di richieste di risarcimento non c’è stata, anzi la stragrande maggioranza degli azionisti non ha avviato, almeno per ora, alcuna azione giudiziaria. Sulle rinunce pesa anche il fattore tempo: mediamente un procedimento di questo tipo a Bari dura circa tre anni, anche quattro; a Brindisi e Trani si oscilla dai 10 mesi sino all’anno e mezzo. Il 16 dicembre il processo penale entrerà nel vivo con l’ascolto dei primi testi, due periti della Procura.

Lo scorso ottobre, però, il Tribunale di Bari ha deciso che la Banca popolare di Bari non sarà responsabile civile nel processo nei confronti dei suoi ex vertici perché nei confronti dell’istituto di credito è stato violato il diritto di difesa in relazione alla mancata notifica di accertamenti tecnici irripetibili.

L’estromissione – secondo il provvedimento del Tribunale – non pregiudica il diritto delle parti civili (tra cui vi sono migliaia di azionisti) a chiedere un risarcimento dei danni in sede civile. Il processo è a carico di Marco e Gianluca Jacobini, padre e figlio rispettivamente ex presidente ed ex condirettore generale dell’istituto di credito barese, accusati di aver falsificato per anni i bilanci e i prospetti, e di aver ostacolato l’attività di vigilanza di Bankitalia e Consob. Un processo che per gli azionisti ha perso di interesse.

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