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VIBO VALENTIA – «CHIEDIAMO che venga fatta piena luce sull’episodio perché non è possibile che una donna muoia in un’ospedale dopo un intervento di routine e senza che vi sia un medico che possa soccorrerla tempestivamente». Franco Bresci vuole giustizia. Giustizia per il decesso della suocera, Isabella Ranieli, 69 anni di San Calogero (paese che qualche mese addietro pianse la giovane Simona Riso), sul quale adesso la Procura ordinaria di Milano ha aperto un fascicolo d’inchiesta. Una morte sospetta che questa volta non si è verificata negli ospedali vibonesi – spesso al centro delle cronache locali e nazionali – ma in un centro specializzato della ricca Lombardia. Anche qui, dunque, si muore in corsia. Sott’accusa la condotta dei medici dell’ospedale “Galeazzi” della metropoli meneghina dove la donna si era ricoverata per essere sottoposta ad un intervento chirurgico di mieopatia cervicale, eseguito, inaspettatamente a detta dei parenti, poche ore dopo il suo ricovero avvenuto giovedì scorso. 

Sarà l’autopsia disposta dalla Procura, a seguito della denuncia della figlia della vittima, Debora Pontoriero, prevista nella giornata di domani, a fare ulteriore chiarezza sulle cause della morte – anche a seguito del sequestro della cartella clinica – che al momento si fanno risalire ad un blocco respiratorio avvenuto dopo circa due ore dall’uscita dalla sala operatoria. Donna di fibra forte, madre di sei figli, per una vita lavoratrice dei campi, Isabella Ranieli da circa due mesi aveva iniziato ad avvertire disturbi alla cervicale. D’accordo con i parenti, si era decisa a sottoporsi ad un consulto medico al nosocomio lombardo al termine del quale i sanitari le avevano evidenziato la necessità un intervento. Nulla di particolare visto e considerato che simili operazioni nel centro specializzato sono praticamente routinarie. E così, giovedì, anche appoggiandosi ai figli residenti nell’hinterland, la donna era arrivata a Milano. Aveva fatto l’accettazione, dopo di che era stata ricoverata nel reparto di chirurgia vertebrale. Poche ore dopo, verso le 16, la sua traduzione in sala operatoria, all’insaputa dei congiunti che ne erano venuti a conoscenza solo nel corso dell’intervento che solitamente dura circa un’ora ma che, in questa occasione, si è protratto fino alle 19.30. Intervento perfettamente riuscito, per come riferisce la figlia della donna che l’aveva appreso dal dottor Leone Minoia. Isabella Ranieli era cosciente, tanto da parlare con l’altra figlia e il genero, che si erano intrattenuti fino alle 20.10, per poi lasciare il presidio ospedaliero e fare rientro a casa. Trenta minuti dopo la mezzanotte, la telefonata di Minoia che annunciava la morte della paziente a causa di un arresto respiratorio. Increduli, sconvolti dalla rabbia e dalla disperazione, Debora e i suoi congiunti erano tornati al “Galeazzi” per chiedere legittime spiegazioni. Così apprendevano dall’anestesista di turno che poco prima della crisi la paziente aveva chiamato l’infermiera dicendole che non riusciva a respirare. Era stato fatto intervenire l’anestesista il quale, vedendo precipitare i livelli di saturazione, aveva tentato dapprima di intubarla senza successo, dopo di che aveva effettuato una tracheotomia. Ma anche in questo caso l’esito è stato negativo. Un ulteriore tentativo non aveva sortito alcun effetto. Alle 22.20 il decesso. 
Questi, dunque, i fatti per come denunciati dalla Pontoriero alla Questura di Milano, nella quale hanno fatto anche presente come lo stesso Minoia non sia riuscito a spiegarsi l’accaduto, aggiungendo che in tutta la sua carriera non aveva visto una cosa di questo tipo. «Siamo sconvolti – commenta il genero Franco Bresci – perché è assurdo veder morire una persona in questo modo. Prima e dopo l’operazione mia suocera stava bene, era cosciente e dopo due ore è deceduta. Perché? Cosa è successo per provocare quel blocco respiratorio così forte? E perché non c’era alcun medico in reparto, ma solo un infermiere ed un anestesista? E ancora – aggiunge – come mai tutta questa fretta di sottoporla ad intervento, tra l’altro senza che qualcuno ci informasse? Non c’era urgenza – afferma ancora il familiare della defunta – mia suocera non era in pericolo di vita. Ora pretendiamo di capire cosa sia avvenuto esattamente e se in tutto questo c’è stata una imperizia, come noi crediamo, dei sanitari dell’ospedale milanese. Aspettiamo adesso l’esito dell’autopsia e ci auguriamo che la magistratura abbia subito chiari i ruoli dei medici in tutta questa vicenda che per noi sono già definiti».
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