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Lim Jj-yeon nei panni di Shin Seo-ri/Kang Dan-shim in "La mia nobile nemica"

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Dalla corte Joseon alla Seoul contemporanea, su Netflix la serie “La mia nobile nemica”; una serialità che, sebbene le interpretazioni magistrali, cade nella mescolanza di generi senza avere un’identità precisa.


C’è una concubina dell’era Joseon, condannata a morte per i suoi intrighi di corte, e c’è un’attrice fallita nella Seoul del 2026. In mezzo, un’anima che salta quattro secoli e si installa in un corpo che non le appartiene. Il body-swap è uno dei meccanismi più collaudati della serialità coreana – lo sanno bene gli sceneggiatori, che lo riciclano stagione dopo stagione sapendo che funziona quasi sempre – e su questa premessa, non originale ma ancora efficace, si costruisce La mia nobile nemica, disponibile su Netflix e un titolo di punta in Corea del Sud.

Quattordici episodi dopo, la sensazione è quella di un’occasione mancata se non addirittura di un fallimento. Cominciamo da quello che funziona, e funziona alla grande: Lim Ji-yeon. La sua doppia interpretazione, la calcolatrice Kang Dan-sim e l’insicura Shin Seo-ri che ne viene posseduta, è il vero motore della serie. Lim non si limita a cambiare registro tra il linguaggio aulico di corte e la goffaggine della vita contemporanea. Costruisce una continuità emotiva tra le due donne, lascia che la spregiudicatezza della concubina filtri nei gesti minimi dell’attrice fallita, e viceversa, che la vulnerabilità di Seo-ri incrini progressivamente la corazza di Dan-sim. È una prova attoriale che vale da sola la visione della serie, e che rende ancora più frustrante la mancanza di coraggio nel resto dell’impianto narrativo.

UNA CONTAMINAZIONI DI GENERI CHE NON TROVA L’IDENTITA’ IN “LA MIA NOBILE NEMICA”

Perché il problema centrale de La mia nobile nemica è anzitutto un problema di identità, prima ancora che di scrittura. La serie non decide mai cosa vuole essere. Parte come commedia romantica in salsa fantasy, con il consueto repertorio di equivoci e nemici che si amano. Poi scivola nel filone aziendale, con il chaebol Cha Se-kye, ribattezzato senza troppa fantasia “monster of capitalism”, trascinato in lotte di consiglio, eredità contese, rivalità familiari. Infine prova la carta del melò, riesumando il trauma della Dan-sim storica e il suo bisogno di riscatto, prima di sfociare persino nel thriller. Ad un certo punto arriva anche il trauma del passato di Seo-ri senza che ci sia un minimo di introduzione verso il momentum.

Sono sempre stato a favore della contaminazione fra generi, è uno dei tratti che amo della serialità coreana, capace di tenere insieme registri che altrove resterebbero incompatibili, ma qui il problema è di gerarchia, non di mescolanza. Ogni filone, preso per sé, avrebbe potuto sostenere la serie da solo. Messi insieme senza una vera priorità, si elidono a vicenda, Quando la storia d’amore comincia a scaldarsi arriva una sottotrama finanziaria a spegnerla, quando l’intrigo aziendale si fa interessante torna a reclamare lo schermo la commedia romantica. Lo spettatore non sa mai bene quale tensione gli viene chiesto di seguire, e l’investimento emotivo ne risente su entrambi i fronti. Il risultato è noia e nervosismo.

UN SUSSEGUIRSI DI TRATTI MORTI ANCHE A META’ STAGIONE

Il meccanismo del doppio binario temporale – l’idea che il passato di corte continui a riverberare nella “corte” del presente, con personaggi reincarnati che si rincontrano senza riconoscersi del tutto – resta la trovata più elegante della serie, e nelle prime puntate viene maneggiata con un certo gusto per il mistero. Peccato che, con il progredire della stagione, questa dimensione venga sfruttata a corrente alternata. Ci sono episodi in cui il legame fra le due epoche regala scene di vera suggestione, e altri in cui sembra dimenticato per pura comodità di sceneggiatura, riesumato solo quando serve un colpo di scena rapido. Un’idea così ricca avrebbe meritato una struttura più rigorosa, capace di farla pulsare in ogni episodio invece che a singhiozzo.

A peggiorare le cose ci si mette il ritmo. La mia nobile nemica non ha paura di dilatare scene che non ne avrebbero bisogno. Dialoghi che ribadiscono informazioni già chiare, conflitti familiari che si trascinano per episodi senza una vera evoluzione, momenti comici che insistono oltre il necessario, fino a perdere la leggerezza che li rendeva efficaci nelle prime puntate. Il risultato sono tratti morti nel cuore della stagione, in cui l’attenzione scivola via, e che pesano ancora di più nel confronto con la prima manciata di episodi, brillante e ben calibrata. Lì la serie sapeva cosa raccontare e a che velocità farlo, qui si avverte piuttosto il bisogno di riempire un minutaggio contrattuale più che drammaturgico. C’è poi la questione, non secondaria, dei personaggi privi di una vera funzione drammaturgica.

“LA MIA NOBILE NEMICA”, UNA SERIE CON ERRORI DI SCENEGGIATURA GROSSOLANI

La serie introduce comprimari, antagonisti minori, figure di contorno caricate di tempo sullo schermo senza che la trama ne abbia davvero bisogno. Cechov diceva che una pistola mostrata in scena è lì per sparare: qui si moltiplicano armi che restano silenziose per episodi, salvo poi esplodere in modo meccanico solo per sciogliere un nodo di sceneggiatura, senza che il personaggio coinvolto abbia mai avuto un arco coerente. E arrivano spesso senza che la loro backstory venga mai chiarita, il che è un errore di sceneggiatura piuttosto grossolano.

Sono presenze che occupano spazio narrativo prezioso senza restituire nulla in cambio.
Il punto più debole, però, riguarda la gestione dell’intreccio aziendale e dei suoi villain. I meccanismi di potere messi in scena – manipolazioni contrattuali, ricatti, manovre per scalzare l’eredità del chaebol, addirittura omicidi – procedono quasi senza attrito, come se in Corea del Sud non esistessero studi legali, contenziosi, controlli societario o serie indagini di polizia.

L’AMARO IN BOCCA DI UN’OCCASIONE SPRECATA

È un’ingenuità che stride parecchio, soprattutto visto che il legal drama coreano, uno dei generi più solidi e popolari del paese, capace di abituare il pubblico a intrecci giudiziari verosimili e stratificati. Qui, invece, gli ostacoli legali ai piani dei cattivi vengono evocati solo per essere subito disinnescati, o più spesso ignorati del tutto. Resta l’amaro in bocca di un’occasione sprecata. La mia nobile nemica parte con un’energia autentica, sorretta da una premessa intrigante e da un’interprete che fa sembrare facile un doppio ruolo complicatissimo.

Ma la serie non ha il coraggio di scegliere un centro e di costruire il castello su questo. Si lascia appesantire da personaggi superflui. Smarrisce a tratti la propria stessa premessa fantastica e affida ai suoi antagonisti un potere che nessun sistema legale reale tollererebbe. Non basta una protagonista magnetica a tenere in piedi un impianto così instabile. Alla fine, La mia nobile nemica non convince, e lascia immaginare la serie più solida che, con un po’ più di disciplina e di struttura, avrebbe potuto essere.

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