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Una riunione della Conferenza delle Regioni

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Sui 54 miliardi di coesione e sviluppo per il 2014-2020, ci avviamo a chiudere il 2023, perdendone 27 per incapacità a fare investimenti. L’Europa non consente più alle Regioni di usarli, a tempo scaduto, per la solita spesa corrente clientelare di cui rispondono contabilmente. Dalle strade alle ciclovie turistiche. Il richiamo all’Italia per la insufficiente capacità amministrativa sub-nazionale (Regioni) è il problema con cui fa i conti Fitto per salvare tutti i piani urbani integrati dei Comuni a partire da Napoli e Bari. Per i quali la continuità di poteri di firma e la cassa non sono in discussione. In questo Paese nessuno risponde di quello che non fa pur potendolo fare e sono tutti impegnati a gridare che qualcuno gli toglie qualcosa. È un modo per mascherare o quanto meno giustificare il loro non fare.

LE REGIONI italiane, chi più chi meno, hanno tutte speso poco o male o niente i fondi europei di coesione e sviluppo, strutturali e della coesione. La metà e, in molti casi, anche oltre la metà, delle risorse loro attribuite sono state impiegate da Capi e capetti delle Regioni di ogni colore politico e collocazione geografica non come investimenti produttivi, questa è la finalità per la quale l’Europa continua a sostenere il bilancio italiano, ma come copertura di spesa corrente che sono impegni da loro assunti e di cui rispondono davanti alla giustizia contabile e che puntualmente non sono in grado di onorare.

Parliamo, ad esempio, della manutenzione stradale che promettono di fare e non fanno. Cosicché appena hanno visto la lucettina verde del Piano nazionale di ripresa e di resilienza (Pnrr) si sono affrettati a tirare fuori dai cassetti tutti i progetti stradali che non erano riusciti a realizzare e li hanno impacchettati per Bruxelles arrivando fino alla quota complessiva di un miliardo. Ovviamente se non avesse pensato a depennarli il ministro Fitto, la Commissione europea ne avrebbe fatto un unico falò perché questo tipo di progetti non è finanziabile. Semplicemente non è ammissibile in quanto non rientra nei programmi di intervento dei piani. Ora, poi, strepitano e addirittura scrivono lettere perché rischiano di saltare 400 milioni di finanziamenti per le cosiddette ciclovie turistiche che per un progetto europeo di debito comune che ha l’ambizione di essere il nuovo Piano Marshall e risolvere l’unico grande squilibrio territoriale sopravvissuto in Europa, che è quello del Sud italiano, ha ovviamente un altissimo, irrinunciabile contenuto strategico. Siamo molto oltre il senso del ridicolo.

Per capire bene di che cosa stiamo parlando e, cioè, del male oscuro italiano che è quello della spesa corrente delle Regioni che blocca tutto e tutti, basti pensare che sui 54 miliardi di fondi europei di coesione e sviluppo assegnati alle Regioni italiane per il programma 2014-2020 ci avviamo a chiudere il 2023, terzo anno dopo l’ultima scadenza, dovendo alzare bandiera bianca e rischiando concretamente di perderne ben 27 per incapacità amministrativa a fare investimenti. Anche perché in Europa si sono stufati e non vogliono più continuare a chiudere tutti gli occhi per consentire loro di utilizzare queste risorse perfino a tempo scaduto con le stesse, identiche pratiche perverse della spesa corrente. Quelle inammissibili. Per capire a quale livello di insofferenza è arrivata la Commissione europea verso queste specifiche istituzioni regionali italiane, è sufficiente ricordare che in una recente raccomandazione europea è stato addirittura messo per iscritto un richiamo a porre rimedio alla insufficiente capacità amministrativa sub-nazionale dimostrando l’Europa di avere capito tutto e di avere compiuto un salto di qualità nel livello tecnico dei rilievi.

È evidente che le Regioni si ribellino davanti a un ministro per l’Europa e il Mezzogiorno, Raffaele Fitto, che riunisce per la prima volta tutte le deleghe e vuole risolvere questo problema strutturale anche aumentando a loro favore la quota nazionale di coesione magari di un altro 15%, ma evidentemente entrando giocoforza nel merito delle loro scelte. Fanno terrorismo e polemica perché sanno che da questo confronto in chiave europea viene fuori che cosa loro, non altri, hanno messo nei bilanci preventivi e sono tenuti a farlo. Sanno che così facendo si scoprono gli altarini. Viene fuori, cioè, che vogliono coprire la perdita di entrate ordinarie utilizzando arbitrariamente i fondi della spesa europea straordinaria che ha altre finalità. Viene fuori il giochetto che fanno da decenni. Non spendono quei soldi per gli investimenti e poi vogliono essere autorizzati a usarli per altre finalità quasi tutte clientelari quando si rischiano di perderli. Così hanno fatto fino a oggi. Tutti loro hanno bisogno del consenso.

Tutti chiacchierano, tutti urlano, c’è chi manovra alla luce del sole e chi sottobanco, ma tutti sanno che devono tenere in piedi questo sistema sballato se no per loro salta tutto. A pagarne un conto salatissimo sono anche i Comuni più virtuosi che mostrano segni di riorganizzazione e di risveglio che vanno incoraggiati soprattutto sui piani urbani integrati (penso a Scampia a Napoli) che l’Europa ha approvato e che il ministro Fitto in assoluta continuità di cassa e di firma vuole salvaguardare rompendo il circuito perverso del marchettificio regionale che altrimenti fermerebbe la stessa Commissione europea. C’è una difficoltà di comunicazione a fare capire anche alle amministrazioni comunali che questi progetti hanno la stessa valenza strategica del maxi piano del grande hub energetico e manifatturiero del Mediterraneo e del sostegno all’innovazione e all’efficientamento energetico delle piccole e medie imprese.

Il punto di fondo è che i progetti dei piani urbani integrati erano già tutti in bilancio e tutti i Comuni sono stati autorizzati a rendicontarne all’interno del Pnrr pensando di sfruttare il vantaggio che si tratta di progetti in essere e, quindi, in fase più avanzata. Valgono malcontati 16 miliardi. Si è deciso di sostituirli con il mega progetto energetico di Repower Eu e di incentivazione alle imprese private (6 miliardi) garantendosi così l’esecutività e la rendicontazione perché i player energetici come soggetti attuatori e imprese e famiglie nell’utilizzo dei crediti di imposta (incentivi 5.0) si sono già rivelati all’altezza della sfida. Ora il punto da chiarire in termini comunicativi e sostanziali è che i soldi del fondo di coesione e sviluppo, della coesione e strutturali vanno in primis e in assoluta continuità a copertura della cassa e di tutti i fabbisogni dei piani urbani integrati già approvati e in corso d’opera. Soprattutto va chiarito che la revisione non è scattata e tutto può proseguire come prima perché le coperture non sono state intaccate e siamo in presenza di una proposta organica di rimodulazione che deve essere approvata e sarà vincolata a questo benestare. Bisognerebbe che almeno i Comuni fossero messi nelle condizioni di sottrarsi alle manovre interessate delle Regioni che hanno il solo scopo di coprire le loro magagne.

Anche il governo deve fare la sua parte per rassicurare chi ha fatto e sta facendo bene. Soprattutto si deve fare capire. Per rendersi conto di quale è il vero grande problema italiano che ovviamente deflagra davanti a un mega Piano come quello del Pnrr, ma che andrebbe affrontato e risolto a prescindere, basti pensare a quello che è successo con l’alluvione in Emilia-Romagna ma in misura minore in quasi tutti i territori italiani coinvolti da fenomeni di questo tipo di livello minore. La verità che nessuno vuole riconoscere è che i soldi c’erano, erano disponibili proprio per questo tipo di interventi, ma non sono stati fatti perché in questo Paese nessuno risponde di quello che non fa pur potendolo fare. Questa è una cosa grave di cui nessuno chiede conto e sono tutti invece impegnati a dire o gridare che qualcuno sta togliendo loro le risorse. Che sono tutte forme, più o meno rumorose, per mascherare o quanto meno giustificare il loro non fare. Sono tutte azioni di copertura del loro non fare. La stessa cosa succede, molto spesso, per i finanziamenti europei alla ricerca destinati alle università italiane per le materie umanistiche. Non riescono quasi mai a rendicontare perché non hanno ancora capito che se c’è scritto che li devi spendere per spostare un chiodo non puoi comprare una forbice. Se non tieni conto dei vincoli di assegnazione, perdi tutto.

L’Italia ha bisogno di aprire una stagione nuova che duri almeno vent’anni. Non c’è più tempo per i piccoli giochi di bottega. Prima lo capiscono tutti, meglio è.


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