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Sotto il cielo di Caracas, le ansie e le paure dei calabresi in Venezuela. Si stima che i corregionali residenti nel Paese si aggirino tra i 14mila e i 16mila. Dopo l’attacco Usa e la cattura di Maduro la situazione resta incerta.


ERA da settimane che Donald Trump aveva messo nel mirino il Venezuela di Nicolas Maduro, un tiranno alla guida di un regime narco-terrorista, cresciuto alla corte di Hugo Chavez e responsabile di una durissima repressione durata 12 anni, con arresti politici di massa e generiche imputazioni di tradimento e cospirazione. E così ieri notte la capitale venezuelana è stata scossa da una serie di bombardamenti, esplosioni e incursioni contro obiettivi militari e civili, includendo zone di Caracas e degli stati di Miranda, Aragua e La Guaira, provocando una serie di blackout, panico generalizzato e la dichiarazione di stato di emergenza da parte del governo venezuelano. Non è ancora chiaro, peraltro, quante siano le vittime.

Ma in quello che è apparso subito come un attacco su larga scala, con l’impiego della ben nota “Delta Force” e sostenuto da un’imponente presenza di portaerei, sommergibili e altri mezzi da sbarco, elicotteri e aerei pronti già da settimane a passare all’azione, spicca la cattura e il trasferimento negli Stati Uniti, avvenuti nel corso della notte, dello stesso Nicolas Maduro e di sua moglie.

LA CATTURA DI MADURO, IL DESTINO DEI DETENUTI ITALIANI E I CALABRESI IN VENEZUELA

Dagli States si fa trapelare che presto saranno processati per cospirazione, narcotraffico e terrorismo, nonostante l’ormai ex presidente nelle ultime ore avesse promesso una serie di aperture al presidente americano. Intanto si registrano rivolte e tensioni crescenti nelle disumane carceri dello Stato, nelle quali si trova anche Alberto Trentini, il cooperante umanitario italiano arrestato senza motivo il 15 novembre del 2024. In realtà con lui, di nostri connazionali detenuti negli infernali istituti di pena venezuelani ce ne sarebbero almeno un’altra dozzina, fa sapere il nostro ministro degli Esteri. Ma di loro si sa ancora poco o niente.

I CALABRESI IN VENEZUELA: RADICI ANTICHE E RIFLUSSO

C’è una parte di Calabria tra i circa 160.000 italiani residenti in Venezuela che la scorsa notte hanno tremato sotto il sibilo delle bombe statunitensi. La stima arriva dalle associazioni italo‑venezuelane che parlano di 14.000/16.000 calabresi presenti oggi nel Paese caraibico. La nostra regione, storicamente caratterizzata da grandi flussi migratori verso il Venezuela, verificatisi durante il secolo scorso, continua a mantenere un legame vivo con le comunità oltreoceano. Sono tantissime le famiglie che annoverano un genitore, un nonno, uno zio tra quelli che hanno attraversato l’oceano per raggiungere uno dei Paesi più ricchi di petrolio, di minerali, ma anche di bellezze naturali della terra.

Si consideri, peraltro, che la comunità italiana in quel martoriato Paese è la terza in ordine di numero dopo Brasile e Argentina, con circa 1,5 milioni di persone. I discendenti calabresi in Venezuela di seconda e terza generazione vivono prevalentemente nelle grandi città e nelle aree portuali, dove si concentrano le attività economiche, commerciali e culturali della comunità: Caracas, Valencia, Maracaibo, e le zone portuali come Puerto La Cruz.

E tuttavia, negli ultimi anni, in migliaia, sfiancati da un regime severissimo e corrotto, da una gravissima crisi economica e dall’altissimo tasso di violenza, hanno recuperato la cittadinanza italiana tramite lo “ius sanguinis”, e dunque per trasmissione per linea di sangue, di cui ci siamo occupati l’anno passato proprio per l’ampiezza del fenomeno; e poi attraverso lo “ius soli”, grazie a norme locali che riconoscono la cittadinanza ai figli nati in Venezuela da genitori italiani e quindi autorizzano ad avere la doppia cittadinanza. Questo sistema ha permesso a figli e nipoti di tornare a sentirsi italiani formalmente, creando una rete pronta per il rientro in Italia in caso di crisi.

TESTIMONIANZE DI UNA DISPERATA CORSA VERSO IL RIENTRO

Spesso si è trattato di una disperata corsa verso il rientro nel luogo d’origine. La crisi economica e sociale ha accelerato la migrazione inversa. Sono emblematiche le parole di un anziano signore proprio in occasione di una nostra inchiesta sul riconoscimento della cittadinanza italiana. «Fino a un po’ di anni fa stavamo bene, io, i miei figli e le rispettive famiglie. Ognuno aveva la propria casa. Avevamo anche realizzato quattro capannoni, dopo decenni di duro lavoro, e acquistato una decina di ettari di terreno. Tre capannoni li avevamo affittati e ne avevamo tenuto uno per le nostre attività. La grave situazione economica e le stringenti misure del governo ci hanno costretto a svenderli per cifre assolutamente inadeguate.

Uno dei miei figli è stato anche vittima di un rapimento. A quel punto ho capito che loro e i miei nipoti dovevano andare via dal Venezuela e venire in Italia, anche se conoscevano poco l’italiano. Io e mia moglie, da soli, siamo rimasti lì, nella speranza di poter salvare qualcosa. Finora abbiamo vissuto con l’orto che ci è rimasto e una pensione che non basta per una settimana. I soldi in Venezuela non valgono nulla, l’inflazione in alcuni periodi ha raggiunto il 200% al mese e ora è a circa il 13% al mese. E così stiamo meditando, dopo 52 anni, di abbandonare tutto e tornarcene nella nostra terra».

CALABRESI IN VENEZUELA: IL RUOLO DELLE ASSOCIAZIONI E LE INCERTEZZE SUL FUTURO

E le comunità calabresi in Venezuela sono tra le più attive nell’organizzare questa transizione, utilizzando i legami con le associazioni regionali italiane per facilitare il trasferimento, il lavoro e l’inserimento nelle città d’origine. È facile immaginare che la situazione di queste ore accelererà molte decisioni dello stesso tipo, in particolare se le operazioni, come ha affermato Donald Trump si possono ritenere concluse e il traffico aereo, ora praticamente bloccato, verrà ripristinato. Ma il futuro del Venezuela è ancora tutto da scrivere.

CALABRESE IN VENEZUELA: SITUAZIONE POLITICA INTERNA E INTERNAZIONALE

Cosa accadrà ora, in effetti, non è per nulla chiaro, e questo accentua l’ansia e la paura degli italiani in Venezuela. In queste ore che susseguono l’arresto di Maduro e sanciscono una svolta comunque storica, molti dall’Italia cercano di raggiungere telefonicamente i parenti in Venezuela ma non ci riescono, considerata anche l’interruzione di energia elettrica, in particolare a Caracas e nelle aree più duramente colpite dal fuoco americano.

GLI EQUILIBRI GEOPOLITICI E LE AMBIZIONI DI WASHINGTON

La domanda che tutti si fanno ora è: gli Stati Uniti sosterranno l’ascesa al potere di Maria Corina Machado, premio Nobel per la pace, democratica, attivista per i diritti umani, impegnata da anni contro il regime e per questo vittima della repressione? È possibile, affermano gli osservatori, ma non scontato, perché la partita si giocherà su un terreno molto più ampio, dove petrolio, esercito e grandi potenze contano più delle urne. L’unica cosa che si percepisce è che dietro questa azione di Trump c’è certamente la voglia di arginare il traffico di droga, proveniente dalla Colombia per giungere, attraverso il Venezuela, negli Stati Uniti, ma anche e soprattutto l’interesse di Washington a mettere le mani sulle immense ricchezze venezuelane.

REAZIONI GLOBALI E VIOLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE

Un obiettivo che, ovviamente, non trova consenso da parte della Russia, così come di Cuba, Bolivia, Iran e Pechino, e molti altri ancora. Ma anche in Europa non mancano le perplessità per la palese violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti nella realizzazione dell’intervento militare della scorsa notte. Gli inglesi addirittura sostengono di non essere stati per nulla informati sulle imminenti operazioni. Quanto tutto questo, poi, potrà influire anche sulla soluzione del conflitto tra la Russia e l’Ucraina e sulla grave e delicatissima situazione mediorientale lo sapremo nelle prossime settimane.

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