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Fiona Nolan (Lena Headey) e Constance Van Ness (Gillian Anderson) in "The Abandons"

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Una serie che offre spazi di libertà ad alto prezzo: “The Abandons”, un western che abbatte gli stereotipi di genere e che racconta il mito della frontiera americana in veste molto più oscura.


C’è qualcosa di deliberatamente straniante in The Abandons, la nuova serie Netflix firmata da Kurt Sutter, creatore di Sons of Anarchy. Fin dai primi minuti si capisce che non siamo di fronte ad un’operazione nostalgia – troppe in questo periodo – ma a qualcosa che vuole smontare il mito della frontiera americana, mostrandone il lato più oscuro, violento e soprattutto femminile. La serie purtroppo è stata cancellata da Netflix, e quindi non avrà una seconda stagione.

Un campanello di allarme su questo possibile scenerio lo sia aveva avuto quando, nel 2024, a pochi giorni dalla fine delle riprese, Kurt Sutter aveva improvvisamente lasciato il suo ruolo di produttore esecutivo e showrunner pare per divergenze creative con Netflix. Il cuore pulsante è il confronto tra le due protagoniste, interpretate con intensità diversa ma ugualmente magnetica da Lena Headey e Gillian Anderson. Headey, ormai libera dalla corona di Cersei Lannister, porta sullo schermo una Fiona Nolan che è l’esatto opposto della regina manipolatrice che l’ha resa celebre.

UNA SERIE CHE SFRUTTA IL DUALISMO TRA LE PROTAGONISTE

Qui è una donna pragmatica, segnata dalla vita dura della frontiera, con le mani callose, le cicatrici delle botte date dal marito sulla schiena e lo sguardo disilluso di chi ha visto troppo. La sua Emily non ha tempo per le illusioni: la sopravvivenza nella cittadina mineraria di Angel’s Ridhe è una questione di scelte concrete, spesso brutali. Dall’altra parte c’è la Constance Van Ness di Gillian Anderson, e qui il contrasto diventa esplosivo.
Anderson costruisce un personaggio che è pura contraddizione: una donna di apparente raffinatezza, vestita con abiti che sembrano fuori posto nel fango, ma con una determinazione feroce sotto la superficie impeccabile.

Se la prima rappresenta chi si è dovuto adattare alla frontiera perdendo pezzi di sé lungo il cammino, Kate incarna chi arriva con un piano preciso, portando con sé i codici di un’altra civiltà e la volontà di imporli.Sutter non ci chiede di schierarci. Le scene in cui le due donne si confrontano sono un balletto di tensione e rispetto reciproco, dove ogni parola pesa e ogni silenzio dice ancora di più. Headey lavora di sottrazione, con una recitazione contenuta che esplode solo nei momenti chiave; Anderson invece gioca su una teatralità più evidente, creando un personaggio che sembra sempre recitare una parte anche quando è sincera. È un dualismo che funziona proprio perché non cerca la simmetria ma l’attrito.

“THE ABANDONS”, UN WESTERN SPORCO CHE CREA PRECARIETA’ COSTANTE

Visivamente, The Abandons è un western sporco nel senso più letterale del termine. La fotografia privilegia tonalità terrose, marroni e grigi, con una palette cromatica che sembra ammuffita come gli edifici. Non c’è nulla del romanticismo dei grandi spazi aperti: qui il West è claustrofobico, puzza di sudore e sterco di cavallo, e la polvere entra dappertutto, compresi i polmoni degli spettatori.
La regia di Sutter, che dirige personalmente tre episodi, ha un ritmo ipnotico e a tratti estenuante. Le scene di violenza esplodono improvvise in mezzo a lunghi segmenti di vita quotidiana, creando un senso di precarietà costante.

Non c’è niente di coreografico negli scontri: sono rapidi, confusi, brutali. Quando qualcuno muore, muore male, e la macchina da presa non distoglie lo sguardo.Il nodo più controverso è sicuramente la scrittura, cosa che sta dividendo critica e pubblico. Sutter lavora come lo conosciamo: dialoghi taglienti, spesso al limite della caricatura, una propensione per la filosofia spicciola e una violenza che a volte sfiora la gratuità.

LE RIFLESSIONI DI “THE ABANDONS” SUL WESTERN E LE POLITICHE DI GENERE

Chi ha amato Sons of Anarchy ritroverà lo stesso gusto per i monologhi esistenziali infilati nelle situazioni più improbabili; chi lo ha trovato eccessivo avrà le stesse perplessità moltiplicate per il contesto western. La serie non ha paura di prendersi il suo tempo, soprattutto nei primi episodi, dove è la costruzione a prevalere sull’azione.

È una scelta coraggiosa in tempi di attenzione frammentata, ma che paga con la pazienza. Quando arriviamo al giro di boa della stagione, conosciamo così bene Angel’s Ridge e i suoi abitanti che ogni evento successivo ha un peso emotivo notevole. Alcuni dialoghi suonano anacronistici, è vero. Ci sono riflessioni su genere, potere e identità che sembrano più adatte a una sala conferenze contemporanea che a una taverna del 1850. Ma forse è proprio questo il punto: Sutter usa il western come contenitore per parlare del presente, senza troppi sotterfugi.

UN TIRA E MOLLA DI SGUARDI E PAUSE DI NON DETTO

The Abandons si inserisce in quel filone revisionista che da Deadwood in poi ha cercato di raccontare il West come realmente era: un luogo di opportunismo, sfruttamento e violenza sistemica, dove il sogno americano si costruiva sui cadaveri dei nativi e sulla fatica degli ultimi. Ma lo fa con una consapevolezza di genere che lo distingue dai predecessori. Le donne qui non sono semplici comparse o angeli del focolare: sono agenti attivi, capaci di violenza quanto gli uomini, e spesso più spietate.

La serie esplora come la frontiera offrisse paradossalmente spazi di libertà negati altrove, ma a un prezzo altissimo. Le protagoniste incarnano due modi diversi di negoziare questa libertà: una accettando le regole brutali del gioco, l’altra tentando di imporre le proprie. Sicuramente non è una serie perfetta e ha tutti i difetti di Sutter: l’autoindulgenza, la tendenza all’eccesso, quella sensazione che qualcuno avrebbe dovuto dirgli “taglia qui” più spesso.

Ma ha anche una visione forte e due interpretazioni femminili che da sole valgono il viaggio. In un panorama televisivo spesso fin troppo levigato e rassicurante, questa è una scheggia: fa male, ma almeno ti ricorda che sei vivo. E quel duello silenzioso tra Headey e Anderson, fatto di sguardi e pause cariche di non detto, è già di per sé una ragione sufficiente per la visione.

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