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Il questore Massucci

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‘Ndrangheta, in Commissione parlamentare antimafia il questore Massucci fotografa la mafia degli affari che controlla il settore della ristorazione a Roma


CATANZARO – Mani della ‘ndrangheta sulla ristorazione nella Capitale. Il quadro delineato dal questore di Roma, Roberto Massucci, nel corso della sua audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia, fotografa soprattutto la penetrazione economico-finanziaria dei clan reggini nella Città eterna. E spazia dai sequestri per milioni di euro tra Ostia, Infernetto e San Basilio e il sistema delle “teste di legno” per la legalizzazione dei profitti illeciti. La penetrazione della criminalità organizzata calabrese nel tessuto economico di Roma non si manifesta attraverso dinamiche emergenziali o fatti di sangue eclatanti. Ormai si è consolidata mediante una silenziosa e capillare attività di infiltrazione nel settore della ristorazione e dei pubblici esercizi. Ecco come Massucci descrive i meccanismi di riciclaggio e reimpiego dei capitali illeciti da parte di cosche originarie della provincia di Reggio Calabria nei quadranti strategici della Capitale.

La duplice matrice e l’asse con le cosche reggine

L’analisi della criminalità di tipo mafioso operante a Roma evidenzia una duplice struttura. Da un lato, formazioni autoctone a cui la magistratura ha riconosciuto l’utilizzo del metodo mafioso, come nel caso delle sentenze passate in giudicato contro i clan di Ostia. Dall’altro, le infiltrazioni dirette delle organizzazioni criminali tradizionali. Sotto questo secondo profilo, la matrice calabrese appare predominante. Massucci ha richiamato le risultanze investigative che confermano il radicamento della ’ndrangheta, con particolare riferimento ai clan del Reggino.   «Vi sono una serie di altre indagini che le varie forze di polizia hanno messo in campo, che, invece, definiscono un collegamento con forme di criminalità organizzata di stampo mafioso, in particolare con la ‘ndrangheta calabrese. Sono evidenze che derivano dall’indagine “Propaggine”». La spartizione del territorio avviene secondo logiche di non belligeranza e rispetto delle reciproche zone di influenza economica. “Fin qui arrivo io, dopodiché parti tu”.

I sequestri patrimoniali

Il principio cardine di queste formazioni risiede nella necessità di capitalizzare l’immensa liquidità derivante dalle attività illecite primarie, come il traffico di stupefacenti. Il questore ha elencato le attività di contrasto patrimoniale eseguite in stretta sinergia con la Procura di Roma, focalizzando l’attenzione sui clan originari della provincia di Reggio Calabria e dislocati in precise aree geografiche della provincia romana. Nel 2025, una misura è scattata nel territorio di Ostia, dove è stata colpita la cosca Alvaro di Sinopoli. «Sono stati operati sequestri per un valore complessivo di circa 5 milioni di euro e sequestrate tre società operanti nella ristorazione del territorio di Ostia e Roma Infernetto», ricorda il questore. Sempre nel 2025, un’altra misura patrimoniale ha colpito il clan Casamonica, per un valore complessivo di 3,5 milioni di euro.

La mappatura territoriale

Anche questo provvedimento è «collegabile a cosche calabresi del Reggino operanti sia nella zona del Lazio, quindi nel settore di Roma Sud, che nella stessa Calabria, con attività economiche ritenute strumentali a finalità di schermatura patrimoniale, ma anche di consolidamento del controllo territoriale».

Il medesimo schema d’azione è emerso in un altro quadrante cittadino, storicamente interessato da consistenti dinamiche di spaccio di stupefacenti controllate da raggruppamenti di matrice calabrese. Si tratta di un recente sequestro, per un valore complessivo di 5 milioni, nel quartiere di Roma-San Basilio. In questo caso è stata colpita la cosca Marando, originaria di Platì. «Anche in questa patrimoniale rinveniamo alcune attività del settore dei bar e della ristorazione».

Un dato significativo anche quello delle 47 interdittive antimafia emesse in un anno.

Il meccanismo delle “teste di legno”

L’infiltrazione nel circuito dei pubblici esercizi risponde a precise finalità strategiche, che superano il mero dato del profitto finanziario per estendersi al controllo fisico dello spazio urbano. L’elemento tecnico fondamentale che caratterizza la “mafia degli affari” è il ricorso sistematico all’intestazione fittizia di beni a soggetti terzi, che agiscono come intermediari di commercio apparentemente privi di legami con i contesti criminali d’origine. «Sempre con il meccanismo dell’intestazione fittizia a titolari cosiddetti “teste di legno”, che consentono di definire una demarcazione di distanza dalla reale attività criminale che è alla base di questo tipo di attività criminali».

La “mafia degli affari”

Questo sistema consente di depurare i capitali derivanti dai reati base tipici delle organizzazioni. Massucci descrive  «Una vera e propria mafia degli affari, cioè una modalità di reinvestimento del provento illecito su attività lecite mediante l’utilizzo del sistema delle cosiddette teste di legno». I prestanome sono quegli «intermediari che possono essere considerati “puliti” rispetto all’organizzazione criminale e che, tuttavia, divengono il ponte di accesso a una legalizzazione di proventi illeciti che, nel caso di specie, arrivavano dal pizzo, dall’estorsione, dall’usura e dal traffico di droga».

Il nodo delle licenze

Un passaggio chiave dell’audizione ha riguardato l’evoluzione del quadro normativo che disciplina il rilascio delle autorizzazioni per l’esercizio delle attività commerciali, fattore che ha modificato radicalmente le capacità di intervento preventivo delle autorità di polizia. «Ricordo che la licenza di polizia amministrativa, che fino agli anni Novanta era di competenza del questore. Quindi prevedeva un’azione di controllo e di approfondimento dal punto di vista dei requisiti soggettivi e della eventuale appartenenza dei soggetti interessati a organizzazioni criminali. Passa, poi, sotto la responsabilità del sindaco, quindi del Comune, che nell’organizzazione amministrativa della città di Roma Capitale è, chiaramente, appoggiata sulla responsabilità di tipo amministrativo di ogni singolo Municipio, deputato a dare il “via libera” all’azione di attività commerciali sul territorio, in cui – voglio sottolineare – non è previsto un controllo preventivo antimafia».

L’assenza di controlli preventivi

L’avvio dell’attività d’impresa avviene oggi in regime di semplificazione amministrativa, spostando la fase della verifica a un momento successivo rispetto all’effettivo insediamento dell’esercizio commerciale.    «Come sapete, l’attività commerciale si avvia, sostanzialmente, con una Scia, all’interno della quale sono contenute delle autocertificazioni, le quali ricomprendono anche l’esclusione dell’appartenenza a organizzazioni di tipo associativo. Va da sé che tutto questo – questo è quello che si fa nella sede prefettizia – viene sottoposto al vaglio di una selezione di attività commerciali, che vengono poste sotto la lente di ingrandimento del Gruppo investigativo antimafia, del quale fanno parte tutte le forze dell’ordine, che consentono di conferire all’autorità prefettizia tutte le informazioni utili per l’eventuale accertamento di collegamenti o infiltrazioni di tipo associativo, che portano all’adozione di provvedimenti interdittivi».

La risposta alla domanda della presidente

Al termine della relazione, la presidente Chiara Colosimo ha formulato un quesito specifico incentrato sul settore della ristorazione, rilevando come le indagini a carico delle cosche Alvaro e Marando si siano concentrate in modo sistematico su bar e ristoranti. La presidente ha chiesto se tale comparto debba essere considerato il principale vettore per il riciclaggio e se tali locali costituiscano anche luoghi fisici di riunione della criminalità organizzata. Il questore Massucci ha risposto operando una distinzione netta tra i modelli criminali del passato e l’attuale configurazione della “mafia degli affari”.    «Anche questo va contestualizzato nel tempo. Se penso al Village di Ostia, che era uno degli stabilimenti iconici di quella forma autoctona di criminalità organizzata, evidentemente le frequentazioni erano riferibili a quel contesto criminale. Assolutamente lo erano».

La mimetizzazione economica

Rispetto invece alle odierne attività commerciali riconducibili alle cosche della ’ndrangheta reggina oggetto di sequestro preventivo, il quadro si presenta differente, evidenziando una formale e apparente regolarità di gestione volta proprio a evitare l’attenzione degli organi di controllo. «In nessuno di questi locali, per esempio, c’è stata l’esigenza di adottare un articolo 100 del TULPS, il quale, tra i propri presupposti ha proprio il controllo delle persone che frequentano quei locali». Le imprese commerciali gestite dalle promanazioni delle cosche calabresi nella Capitale operino secondo criteri di mimetizzazione economica, privi di anomalie di ordine pubblico evidenti, configurandosi unicamente come strumenti finanziari di schermatura e ripulitura dei capitali illeciti.

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