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di ANNAROSA MACRI’
Dice Andrea Camilleri che la sofferenza che uno prova nei confronti dei
terremotati è “animalesca”. Ha ragione, è davvero fatta di pelle dolente, di
sangue arrabbiato, di unghie che si stringono nella carne, la mia sofferenza, eppure, “animalescamente”, la percezione di una scossa sismica è una di quelle rare esperienze, tutte corporali, che mi convince non solo che esiste l’anima, ma che ha a che fare proprio con quel corpo “animalesco” di cui parla Camilleri. E’ l’anima, insieme al cuore che ti scoppia dentro e allo stomaco che ti si stringe, a “sentire” un terremoto; è l’anima a conservarne, dentro, la memoria del vuoto e della terra che ti manca sotto i piedi. Dicono che intorno a un terremoto, che è un fatto naturale, è ovvio, si aggrumino sempre altri significati, altri
segnali, e che indichi una specie di varco della storia: è come se si avesse a fare non con la scala Richter o con quella Mercalli, ma con la scala di valori, tua e dell’intera collettività, che viene, come dire, “riassestata” proprio come la terra dopo il sisma. Per la mia generazione il terremoto del Belice fu una calamità epocale per migliaia di Siciliani, certo, ma una calamita irresistibile
per migliaia di ragazzi che andarono lì da ogni parte d’Italia, perché “they care” e non sapevano perché, ed era l’inizio del ’68, e il mondo davvero da allora in poi non fu più lo stesso. Che cosa vada a cominciare adesso, dopo il terremoto d’Abruzzo, io non lo so, ma vedrete, in un’Italia che si scopre senza regole e senza sicurezza in mezzo ad un mondo che è già terremotato dalla più atroce delle crisi economiche, vedrete, niente sarà più come prima. E siccome
quello che è adesso ci piace assai poco, noi ci crediamo, e oggi che è venerdì santo un poco o di più: da quelle morti innocenti una vita nuova nascerà, vedrete.

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