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di MARIO MAIOLO
L’attuale crisi economico-finanziaria globale, la più grave dal 1929 a oggi, continua, purtroppo, a dimostrare di non essere più nei prevedibili e fisiologici meccanismi ciclici di caduta e rimbalzo della ripresa. Tra le principali cause, sicuramente, sono da ascrivere le debolezze e i limiti di strategie politiche dei governi europei che non hanno attuato il rigore dei conti e lo stimolo alla crescita. La stessa sovranità degli Stati europei dal 2000 a oggi, in materia finanziaria e fiscale, è stata utilizzata non per rafforzare una governance globale, ma per assicurare arbìtri politici. Infatti, dal presidente uscente della Bce, Jean-Claude Trichet, arriva il monito ai governi europei a fare di più per fermare la crisi. È un “imperativo assoluto” giungere a una vigilanza comune sui conti pubblici nazionali dei Paesi dell’Eurozona, rendendo più stringente la governance dell’area, per cui se non si corre subito ai ripari, attuando le riforme strutturali, in primis a favore di occupazione e crescita, non si uscirà dalla recessione. Per quel che riguarda il sistema economico italiano, gli analisti confermano sempre più la sua fragilità, attestata dalla perdita di competitività; siamo, infatti, agli ultimi posti in Europa nell’innovazione e nella ricerca, ai primi posti nel debito pubblico, e l’andamento della produttività totale dei fattori ha accusato nel nostro Paese un preoccupante arretramento in questi ultimi dieci anni, ulteriormente aggravatosi nel periodo più recente. La cancelliera Merkel, confermando un’esclusiva esigenza di parlare ai tedeschi e non agli europei, ha annunciato che “l’Italia è come la Grecia.” E’ un’affermazione preoccupante, non già e non solo per la situazione finanziaria italiana, ma perché vuole rassicurare i tedeschi che la Germania non “butterà via soldi” in Italia per come è stato fatto in Grecia. Si conferma così una Germania molto resistente a una governance fiscale e finanziaria unica per i paesi europei. Il progressivo rallentamento dello sviluppo economico ha contribuito ad aggravare le già precarie condizioni economiche del nostro Mezzogiorno, frutto dell’eterno e irrisolto dualismo Nord-Sud di cui soffre l’economia italiana. In questo quadro, che definire drammatico non è eccessivo, le regioni deboli come la Calabria rischiano un collasso totale a ogni livello. Nella crisi globale le regioni a ritardo di sviluppo sembrano allinearsi alle regioni più strutturate, ma quest’apparente somiglianza nasconde un futuro, dopo la crisi, ancora più difficile per le regioni deboli. E allora come uscirne? Innanzitutto ripensare e riorganizzare meglio il “sistema Regione”, attuando una vera riforma radicale istituzionale nella direzione dell’efficienza e della sobrietà, attraverso il rilancio dell’autonomismo che sfrutti le potenzialità dei territori. Non dobbiamo dimenticare che l’impianto istituzionale comunale calabrese è fatto soprattutto da piccoli comuni (80%), che garantiscono alle comunità amministrate, pur nell’estrema difficoltà dei mezzi, servizi che vanno considerati diritti inalienabili di cittadinanza. Dare subito, dunque, efficacia alla legge sull’esercizio associato di funzioni e servizi fra Comuni, a oggi inattuata, e completare il quadro normativo dal processo di decentramento delle funzioni da parte della regione nei confronti degli enti locali: questo potrebbe essere un buon inizio. Ripartire dalle identità comunali per organizzare, anche territorialmente, le province, che dovranno rappresentare l’unico organismo di governo di area vasta, prevedendo, invece, la soppressione di tutti gli altri enti in sovrapposizione per tali competenze territoriali. La regione deve affrontare con decisione il tema dell’autogoverno, ancor prima del federalismo, tagliando definitivamente la gestione diretta sia palese che occulta dai commissariamenti settoriali, e ripartendo da un modello organizzativo che sia efficiente ed economico, prevedendo un’unica sede istituzionale di Giunta e Consiglio, a Germaneto di Catanzaro, e poli territoriali nei cinque comuni capoluoghi. Occorre riavviare la definizione della città metropolitana di Reggio Calabria, e promuovere la fusione dei comuni, attraverso fasi intermedie di cooperazione più stringente, delle principali aree urbane della Calabria a iniziare da Cosenza e Rende. Solo la Politica che sarà capace di riformare l’impianto istituzionale e amministrativo potrà recuperare credibilità e autorevolezza verso i cittadini, e anche verso il sistema economico e sociale con il quale occorre riprendere una concertazione vera per affrontare il tema dei servizi. E’, infatti, urgente confrontarsi per creare un processo organico di miglioramento dei servizi collettivi nella regione, con scelte coraggiose nel settore dei servizi pubblici locali, con la fine del commissariamento nel settore dei rifiuti e un’effettiva gestione unitaria del sistema idrico integrato regionale attraverso il pieno coinvolgimento dei comuni. La stessa sanità deve uscire dal tunnel della logica finanziaria, e riorganizzare l’impianto dei servizi ripartendo dai territori e dal sistema delle eccellenze. Così facendo, si attuerebbe una razionalizzazione dei processi amministrativi essendo molto più snelli, efficienti e trasparenti con una notevole riduzione della spesa regionale, creando sviluppo e crescita in un territorio che chiede lavoro, equità sociale, e dignità per i suoi cittadini, i quali vogliono far parte di un’Europa, che tutti ci auguriamo esca più forte dalla crisi.
*Presidente Legautonomie Calabria

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