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di PASQUALINO RETTURA
LAMEZIA TERME – Tre anni e mezzo fra carcere e domiciliari da innocente. Quella rapina di un orologio da 20 mila euro non l’aveva commessa lui. Ma un napoletano in “trasferta”, il pentito Guglielmo Capo che a novembre del 2010 lo ha rivelato agli inquirenti quando decise di collaborare con la giustizia dichiarando i suoi legami con il clan Giampà di Lamezia. Era stata la stessa vittima dello scippo, l’avvocato Silvia Gulisano, a riconoscere in una foto (postagli in visione durante le indagini dai carabinieri)  quello che per lei sarebbe stato l’autore dello scippo. Confermandolo in aula anche durante il processo. 
Ma non era Davide Lombardo (la cui unica colpa evidentemente era quella di somigliare al pentito napoletano) che aveva 22 anni quando finì dritto in carcere in quanto accusato di aver scippato l’avvocato. La vittima andò dai carabinieri la mattina dell’11 novembre del 2006 per denunciare lo scippo del prezioso orologio che si verificò nei pressi del tribunale di Lamezia. Poi il riconoscimento fotografico e l’arresto di Lombardo. Ma 4 anni dopo il pentito  ha raccontato dello scippo nei minimi particolari (chiamando in causa anche i fratelli Candida di Napoli e il lametino Domenico Gigliotti). E intanto in carcere c’era un innocente. Lo ha stabilito 7 anni dopo la rapina il Tribunale di Lamezia Terme che ha assolto Davide Lombardo «per non aver commesso il fatto». Eppure, durante il processo, la vittima dello scippo, sottoposta nuovamente alla visione del fascicolo fotografico ha confermato, ancora una volta, di essere certa della persona del suo aggressore: la fisionomia del Capo Guglielmo non era confondibile, a suo dire, con quella del Lombardo. Testi sostenuta dall’avvocato Mendicino, legale delle parte civile, che in aula aveva sottolineato come la sua assistita era certa della persona del suo aggressore, avendo subito una violenza viso a viso, avanzando dubbi sulla credibilità del pentito.
Gli avvocati dell’imputato, Nedo Corti e Pino Zofrea, hanno invece sottolineato la drammaticità della vicenda, che sono stati costretti a subire non solo Davide Lombardo (che ha scontato 3 anni e mezzo di pena detentiva per un fatto che non aveva commesso), la sua famiglia e anche gli stessi difensori, consapevoli sin dall’inizio dell’innocenza, comprovata da numerosi riscontri.

LAMEZIA TERME – Tre anni e mezzo fra carcere e domiciliari da innocente. Quella rapina di un orologio da 20 mila euro non l’aveva commessa lui, ma un napoletano in “trasferta”, il pentito Guglielmo Capo che a novembre del 2010 lo ha rivelato agli inquirenti quando decise di collaborare con la giustizia dichiarando i suoi legami con il clan Giampà di Lamezia.

 Era stata la stessa vittima dello scippo, l’avvocato Silvia Gulisano, a riconoscere in una foto (postagli in visione durante le indagini dai carabinieri)  quello che per lei sarebbe stato l’autore dello scippo. Confermandolo in aula anche durante il processo. Ma non era Davide Lombardo (la cui unica colpa evidentemente era quella di somigliare al pentito napoletano) che aveva 22 anni quando finì dritto in carcere in quanto accusato di aver scippato l’avvocato. Quattro anni dopo, il pentito  ha raccontato dello scippo nei minimi particolari (chiamando in causa anche i fratelli Candida di Napoli e il lametino Domenico Gigliotti). E intanto in carcere c’era un innocente. Ma sono passati altri tre anni fin quando il Tribunale di Lamezia Terme che ha assolto Davide Lombardo «per non aver commesso il fatto». 

 

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